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Zungri (VV) “La piccola Cappadocia di Calabria”

C’è un luogo in calabria, dove all’improvviso ti sembrerà di essere in Cappadocia, stiamo parlando di Zungri in provincia di Vibo Valentia.

L’antico insediamento rupestre è un villaggio rupestre di straordinaria bellezza. Localizzato ai margini del nuovo abitato, in una zona che si chiama significativamente i Fossi, nome che compare, insieme a quello di Cavernoli, già nel 1586 negli scritti di Monsignor Del Tufo (Solano 1998), è stato in parte frequentato fino a tempi non lontani.

Secondo l’Archeologo Francesco A. Cuteri  l’uso più recente di alcune grotte ha solo in parte intaccato l’aspetto originario e così l’abitato si presenta come un insediamento in cui è ancora possibile cogliere tutta la complessità e la raffinatezza del vivere in grotta. Ci troviamo, infatti, in un ambiente antropizzato dove niente è stato lasciato al caso e dove la mano esperta dell’uomo, munitasi di scalpelli e di picconi a doppia punta, ha saputo immaginare e realizzare ambienti, percorsi, servizi in cui, non di rado, è stata raggiunta la perfezione tecnica e funzionale. Qui l’uomo, forse più che altrove, ha saputo, con ingegno, misurarsi costantemente con la natura ed ha ponderato, con grande esperienza, ogni attività.L’abitato, composto da oltre una cinquantina di grotte di diverse dimensioni e forma, si sviluppa lungo un ampio costone roccioso, detto anche degli Sbariati, che si affaccia sulla fiumara Malopera.

L’insediamento, articolato su più livelli, è attraversato da una scalinata tagliata nella roccia che presenta una canaletta, anch’essa scavata, funzionale alla raccolta delle acque. Alcune grotte si articolano su due livelli e molte conservano all’interno nicchie e numerosi altri elementi funzionali alle necessità del quotidiano. Talvolta l’esterno degli ingressi è impreziosito da incisioni che, imitando i portali in pietra, ne tracciano stipiti e archi. Accanto alle abitazioni, che conservano talvolta i segni di più recenti frequentazioni (forno da pane, muri in pietra, scale in legno), è possibile registrare la presenza di ambienti destinati al ricovero degli animali, altri ancora che conservano piani di lavoro, altri destinati alle attività produttive: è il caso di un piccolo palmento posto all’inizio dell’abitato e di una calcara, quasi interamente ricavata nella roccia. Ci sono, infine, delle fonti, una delle quali, scavata a mo’ di grotta, presenta una sorta di vasca lavatoio e una cisterna affiancata. L’abitato presenta in più parti strutture murarie realizzate con tecnica tarda. Queste, unitamente ad un certo numero di ambienti di forma rettangolare posti nella parte iniziale dell’insediamento, sono da riferire, come evidenziato anche da recenti interventi archeologici, all’età moderna. Quest’ultimo aspetto ci porta a trattare, seppur per sommi capi, la questione della cronologia dell’intero sito. Infatti, si è notata la tendenza, in letteratura, a voler riferire l’insediamento, nel suo insieme, all’età medievale o addirittura all’età bizantina. Ora, se da un lato è evidente che alcuni settori potrebbero essere riferiti al Basso medioevo, dall’altro è opportuno evidenziare quanto alcuni aspetti molto importanti: la strada principale del villaggio, quasi interamente scavata nella roccia, mostra in più punti di aver tagliato strutture con profilo a sacco da interpretare inequivocabilmente come silos; la presenza di fosse granarie, tagliate e riempite da porzioni di muratura, è attestata anche nell’area ora occupata dal nucleo di abitazioni in cui sono presenti tarde murature in pietrame;  anche la calcara, ancora di incerta datazione, è stata con tutta evidenza ricavata all’interno di un grande silos; le unità rupestri poste nel settore centrale dell’insediamento, ed in particolare quelle poste al livello più alto, sono state sempre interpretate come abitazioni fornite di un foro, posto alla sommità delle cupole, funzionale alla fuoriuscita del fumo. Anche in questo caso, invece, è evidente che ci trova in presenza di grandi silos successivamente trasformati, con il taglio regolare delle pareti e l’apertura di porte e finestre, in vere e proprie abitazioni. Le modifiche apportate alle strutture non consentono di stabilire con certezza se i silos fossero originariamente del tipo a sacco o a campana. Possiamo così affermare, in conclusione, che prima della realizzazione dell’insediamento, inteso come villaggio strutturato, l’intera area, interessata unicamente dalla presenza di silos, doveva apparire come un unico, grande granaio.

PH. Domenico Iannello

Ma quello di Zungri costituisce, in realtà, un “unicum”, un villaggio rupestre che non è mai stato realmente abbandonato in quanto sempre vissuto, anche se in modi diversi, utilizzato da sempre dai contadini fino a quando, negli anni ’80-90 non è stato espropriato dal Comune per renderlo fruibile. Il sito vive ancora, non solo per le innumerevoli visite, ma anche grazie alle molteplici attività che nel corso di questi ultimi anni sono state organizzate. I lavori di riqualificazione per migliorarne la fruibilità e gli apparati tecnologici multimediali ottenuti grazie ad un finanziamento comunitario, lavori eseguiti nel 2015, hanno permesso di poter lavorare in maniera professionale, facendo conoscere al pubblico il sito rupestre, soprattutto grazie all’ ausilio dei social. Ed infatti, i risultati non sono tardati ad arrivare, e già le attività museali riferite all’anno 2017 si sono concluse con un bilancio molto positivo, 23.500 ticket venduti nel 2017 (contro gli 11.000 ticket registrati nel 2016) ed abbiamo chiuso il 2018 con 25.500 ticket ed oltre 30.000 visitatori. L’aumento sostanziale di visitatori ha reso possibile, quindi, la programmazione di molteplici iniziative che hanno visto il sito archeologico protagonista di eventi molto importanti.

PH. Salvatore Mazzeo

 

IL MUSEO DELLA CIVILTA’ CONTADINA DI ZUNGRI

PH. Lorenzo Emanuele Labate

In questi anni di intense attività le attività museali hanno anche riguardato mostre di opere d’arte di vari artisti locali nei periodi di maggiore afflusso, lo svolgimento di laboratori didattici con vari gruppi e scolaresche, interscambi con varie associazioni culturali del territorio, intessendo, così, una rete per la promozione del territorio che dal mare arriva nell’entroterra e l’instaurazione di una fattiva collaborazione di co-marketing con varie aziende del territorio mirata alla promozione del sito rupestre. Inoltre, il sito rupestre è stato scelto come tappa per molteplici raduni di club calabresi e siciliani, di macchine d’epoca, moto d’epoca, motoraduni, raduni di gruppi scout, ecc. Sono stati accolti ed ospitati gratuitamente associazioni di ragazzi portatori di handicap e di ragazzi disagiati, in collaborazione, sempre, con associazioni di volontariato operanti sul territorio. Spesso le Grotte sono state scenario di set fotografici. Protagonista, ultimo, Mimmo Russo HairStylist ed il suo staff, che ha scelto il sito come sfondo perfetto per l’ambientazione del catalogo della sua nuova collezione MR. L’artista ha scelto di rimanere in Calabria e di creare un ponte diretto con Londra, veicolando, così, l’immagine della nostra terra attraverso le sue collezioni. Quindi, il sito di Zungri, sarà presentato, grazie a questa collezione, nei maggior atelier londinesi.

Stiamo già lavorando alla programmazione degli eventi per la stagione 2019!!!

PH. Marielle Epifanio

Possiamo quindi affermare che tutto il lavoro messo in campo per la valorizzazione dell’Insediamento Rupestre comincia a dare dei risultati. I lavori di riqualificazione, l’apparato multimediale, che consente di interloquire con i visitatori e le varie attività che si svolgono nel sito archeologico giocano un ruolo fondamentale. Ma, affinché un luogo viva, chi ne ha la custodia, deve fare in modo che ci sia dinamicità e non staticità. Le GROTTE esistono da sempre, sono state strutturate per un uso ben preciso che non si conosce, hanno sicuramente cambiato destinazione nel corso dei secoli e sono giunti fino a noi cosi, come oggi le vediamo. Innanzi tutto è di fondamentale importanza che la ricerca continui. Sono innumerevoli le cavità che ancora devono essere esplorate e già il Campo Speleologico che si è svolto nel mese di maggio 2017 ne ha portato alla luce tantissime.

“Servono finanziamenti mirati sia alla salvaguardia delle cavità stesse che alla messa in sicurezza dei percorsi che diano la possibilità anche di poter raggiugere le cavità al di fuori del nucleo centrale” – ci confessa Maria Caterina Pietropaolo (Coordinatrice del Museo della Civiltà Contadina ed Insediamento Rupestre) “…servono risposte ai vari interrogativi che da sempre accompagnano questo sito. Servono ricerche storiche, antropologiche, archeologiche. Cos’era questo posto, chi lo ha scavato, esiste una necropoli, un luogo di culto, come è stata l’evoluzione di questo sito? E le cavità che stanno venendo alla luce sono di epoca più antica del sito stesso? Tutti interrogativi che aspettano una risposta” !

“…Se i dati lo confermeranno, l’Insediamento Rupestre di Zungri sarà, in termini numerici, uno dei siti archeologici più visitati della Calabria, anche nell’anno 2018, avendo, alla data odierna, già superato il numero dei visitatori dello scorso anno. E questo è motivo di orgoglio. Lo è innanzitutto per l’attuale amministrazione comunale, che ha puntato moltissimo sulla valorizzazione del sito, riuscendo ad ottenere i finanziamenti che hanno permesso di dare lustro a questo luogo e che si sta adoperando per ottenerne altri, lo è per chi lavora con passione e dedizione e lo è per gli zungresi che sono stati custodi inconsapevoli di tale meraviglia, preservandola e tutelandola. Ma lo è anche per la provincia di Vibo Valentia così come per la Calabria tutta. Questo sito può fare da volano all’ intera economia della cittadina e del territorio. Indubbiamente è un luogo particolare, unico, raro. Il connubio mare, pianura è ottimale. Bisogna incentivare sempre di più le visite al sito. Certo, con moderazione. Bisogna tenere sempre conto che il sito va tutelato e custodito per essere tramandato. Vanno incentivate le visite scolastiche per tramandarne la memoria storica. E qua, forse più che in altri casi, il Museo della Civiltà Contadina gioca un ruolo fondamentale. Tramandare la memoria storica. I ragazzi devono vedere, toccare, capire come si è giunti al benessere. Devono capire il valore del sacrificio, del lavoro nei campi, devono capire il valore di ogni singolo oggetto custodito nel Museo. Questo è il compito prefisso. Valorizzare, custodire, tramandare. Lavorare per dare le giuste informazioni, lavorare per organizzare eventi, lavorare per coinvolgere la comunità che custodisce questo bene, lavorare, sempre congiuntamente all’ amministrazione comunale, per continuare a dare vita al sito rupestre di Zungri. Ma il sito di Zungri, oltre ad avere la necessità di essere studiato e valorizzato, per le criticità che mostra, ha la necessità di essere conservato. Zungri è un insediamento a rischio enorme perché sorge su un’area di dissesto geologico e un’area in frana R3-R4. In molti punti, infatti, si notano già delle lesioni, dei cedimenti e degli stacchi perché a monte delle grotte vi è un grande riporto di terreno,alberi e vegetazione e quindi il sito richiede molteplici interventi. Gli ultimi avvenimenti alluvionali hanno seriamente compromesso le prime cavità e la zona denominata area “pic nic”, ovvero l’area delle sorgenti, con frane e smottamenti che hanno divelto in più punti la staccionata facendola crollare nella vallata sottostante e provocato dei distacchi di massi e terreno compromettendo le vasche di raccolta delle acque che costituiscono un elemento fondamentale del sistema di canalizzazione delle acque del sito rupestre. Quest’area, fondamentale anche per lo svolgimento delle manifestazioni, per i danni subiti e per questioni di sicurezza, è stata chiusa al pubblico…”

Arh. Maria C. Pietropaolo

“Bisogna, quindi, intervenire con la massima urgenza prima che le piogge invernali compromettano il sito irrevocabilmente. Bisogna mettere questo Insediamento nelle condizioni di poter continuare a vivere oppure rischia di scomparire. Bisogna intervenire in maniera strutturata a monte non solo con interventi strutturali, di ripristino e conservativi, ma, anche regimentando le acque. Solo così verrà conservato quello che oggi è uno dei patrimoni più straordinari della Calabria”

Noi di Kalabria Experience che abbiamo avuto la fortuna di visitare questo insediamento rupestre ben due volte cogliamo questo accorato appello e lo rivolgiamo a tutti gli Enti competenti, affinchè il sito di Zungri possa diventare PATRIMONIO DELL’UMANITA’ e ottimo esempio per la Calabria di buona gestione e valorizzazione del patrimonio archeologico. Con la speranza di ritornarci presto intanto vi consigliamo di sfogliare la brochure ufficiale  ZUNGRI e iniziare a programmare una visita in questa meravigliosa Cappadocia del sud Italia!

SCARICA L’APP  “ZUNGRI”   (una guida virtuale, una mappa del sito con punti ciclabili con foto e didascalie dell’ insediamento rupestre)!!!

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By Carmine Verduci

 

…Quel che resta di Aprichos (Africo antica) di Santina Marateia

Storicamente Aprichos, oggi “Africu vecchiu”, Africo Antico, come lo si qualsivoglia chiamare il toponimo Africo suscita emozioni e reazioni discordi negli animi di chi in maniera diversa ha sentito parlare di questo antico borgo situato nel lembo più remoto dell’Aspromonte.
Di fatto, visitare oggi questo luogo atavico e primordiale scatena in qualsiasi individuo un fiume in piena di sensazioni e sentimenti contrastanti, un’infinità di riflessioni e domande a cui, probabilmente, nessuno mai darà risposta! Perché l’antico borgo è stato abbandonato a se stesso e chi di competenza non ne ha garantito la sopravvivenza, sradicando un’ intera popolazione dal proprio paese di origine, decretando in maniera irreversibile la perdita di una cultura identitaria ben radicata?
Come ha fatto la gente del posto a vivere in mezzo alle montagne, isolata dal resto del mondo, senza corrente elettrica e acqua potabile all’interno delle abitazioni? 
Lo stupore sale ancor di più se si riflette sul fatto che l’unico segno della moderna civiltà è rappresentato dall’installazione del telegrafo voluto dal Governo per la cattura del brigante Musolino!


Africo, è per antonomasia il luogo dove più che in altri luoghi si è manifestato l’abbandono e l’assenza dello Stato e delle Istituzioni, e dove di contro la gente del posto, gente dignitosa e temprata dal quotidiano vivere in condizioni precarie e difficoltose, è comunque riuscita ad andare avanti nonostante tutto, adattandosi in maniera quasi simbiotica ad un territorio aspro, selvaggio e indomito come solo l’Aspromonte sa essere. Africo venne descritta in “Tra la perduta gente” dal meridionalista e antifascista Umberto Zanotti Bianco nel 1928 che denunciò, per la prima volta, le condizioni estreme in cui erano costretti a viveri gli africesi, afflitti da pesanti tasse, isolati geograficamente dal resto del territorio e costretti a vivere in abitazioni pesantemente compromesse dai precedenti sismi, in particolare quelli del 1783 e del 1908.

Questi raccontò ad una Nazione intera di come gli africesi si nutrissero di un particolare pane ottenuto dall’impasto di farina di lenticchie e cicerchie. Ciò nonostante, lo stesso Zanotti Bianco restò profondamente colpito da questa “terra bruciata” dimenticata da Dio, terra dove la natura aspromontana regna sovrana e incondizionata, regalando gratuitamente viste mozzafiato e paesaggi peculiari dei quale egli non poté non rimanerne affascinato:
“Le luci si spengono sui monti e le prime stelle tremano in cielo, assieme al trillo lontano dei grilli. Per vederle, ho lasciato aperta la portiera della tenda. La fiamma della candela che ne illumina le pareti aumenta il senso di pace e di poesia che scende in me: la pace tacita e deserta di questi monti, la poesia di questa vita solitaria che è però così vicina al cuore delle cose” (Umberto Zanotti Bianco – Africo 1928).

In seguito, nel 1948, Africo venne ulteriormente immortalata nel reportage fotografico di Tino Petrelli per il settimanale l’Europeo di Milano nella famosa inchiesta sulle condizioni del Mezzogiorno, dalla quale si evinse che a distanza di vent’anni le condizioni di vita della gente di Africo non fossero per nulla mutate. L’alluvione dell’ottobre del 1951 ne decretò il definitivo abbandono: dopo giorni di piogge incessanti, il già violentato e fragile territorio calabrese collassa idrogeologicamente e una valanga di terra e fango si riversa sull’insediamento di Africo, trascinando con sé abitazioni, persone e animali.

La popolazione intimorita trova rifugio nella Chiesa Matrice, inconsapevole di quello che la attenderà al sorgere del sole, quando passato temporaneamente il pericolo si accingerà a raccogliere e salutare per sempre quel che resta dell’amata terra per non farne più ritorno.
Ricalcare oggi i vecchi tracciati che conducono ad Africo, è come ripercorrere un viaggio indietro nella storia, una macchina del tempo che ti trascina vorticosamente alla scoperta di territori e insediamenti che di fatto hanno segnato la storia della Calabria.


Superata la chora di Bova e i cosiddetti Campi si arriva in località Puntone Carrà (925m s.l.m.), presso il cosiddetto Villaggio Carrà, un abitato costituito da poche case popolari edificate dopo l’alluvione del 1951 a sostegno di una parte della popolazione di Africo dedita all’allevamento che ha deciso di non abbandonare questa terra e le proprie attività produttive. Da qui inizia il nostro viaggio a piedi, mediante un percorso ad anello che si articola per circa 8 km lungo i contrafforti orientali aspromontani, percorrendo l’antico sentiero che conduce ad Africo Vecchio, pressoché una mulattiera che si snoda su affioramenti di roccia arenaria.


Spettacolari e secolari boschi di querce e castagni in piena fioritura signoreggiano e fanno da cornice al cammino che procede costeggiando il Puntone La Guardia (865m s.l.m.), passando per il vecchio cimitero comunale per poi proseguire verso la piccola chiesa di San Leo, luogo spirituale e di culto, meta di pellegrinaggio, conteso a tutt’oggi tra la gente di Bova e di Africo. La chiesetta, dalle modeste dimensioni e di semplice fattura, costruita alla fine del XVIII secolo probabilmente sui ruderi di una struttura precedente, custodisce all’interno la statua marmorea di S. Leo e parte delle reliquie del santo patrono.

Lasciata la chiesetta si riprende la mulattiera che conduce al vecchio abitato, attraversando un sottobosco ricco e variegato dominato da felci, cisti, euforbie e biotipi tipici della macchia mediterranea.
Oltrepassato il Puntone La Guardia si giunge ad Africo. Lo scenario che si apre ai nostri occhi è irreale e romantico allo stesso tempo: un labirinto di ruderi completamente invasi dall’edera, dai rovi e da alberi di fico! Radici e rami infestano i vani di quelle che erano una volta le piccole cellule abitative, la vegetazione si è prepotentemente appropriata di ogni piccolo anfratto murario, ogni singolo interstizio o concio lapideo facendolo proprio.

Dalla lettura di quel che resta dell’insediamento si evince che l’impianto urbano si sviluppa sul pendio naturale sfruttando l’acclività del terreno, generando tipi edilizi semplici a cellula singola o doppia, dall’assetto complessivamente spontaneo che si adattano alla morfologia del territorio. La Chiesa Matrice, di più recente costruzione assieme alle Scuole Elementari e il Municipio (realizzati dopo gli anni trenta), costituisce l’unico polo emergente all’interno del vecchio centro abitato. La seppur veloce disanima del lessico costruttivo evidenzia tecniche costruttive che si rifanno alla tipica tradizione locale caratterizzata dall’utilizzo di materiali presenti in loco, con murature in pietra e solai in legno. Gli unici elementi architettonici di un certo rilievo rinvenuti consistono in alcuni pregevoli conci lapidei scolpiti appartenenti ai portali e alle mensole dei balconi.

Procedendo in mezzo a rovi e ruderi dalla piccola e intima piazzetta della chiesa verso la località Campusa, si incrociano quelle che erano le strutture destinate al Municipio, alla Caserma dei Carabinieri, l’asilo e infine le Scuole Elementari. Un brivido corre lungo la schiena nel leggere l’epigrafe delle Scuole Elementari e dover constatare con tristezza che non ci saranno più voci gioiose di bambini che risuoneranno dentro le ormai dirute aule e che le stesse piccole figure infantili non si rincorreranno più lungo la scala di accesso alla Scuola, stagliandosi verso il cielo. Tutto è andato perduto!

Rimangono solo le tracce, i segni, i ricordi, i racconti e le testimonianze della gente di Africo ancora legata passionalmente alla propria terra di origine, custodi premurosi di un pezzo di Calabria che non c’è più e che rivive caparbiamente in loro. Tra di essi, il poeta e cantastorie Giovanni Favasuli, che ha allietato e reso speciale la nostra giornata ad Africo, ammaliandoci con i suoi racconti e i versi delle sue poesie, accompagnati spesso dal suono armonioso della chitarra, versi commoventi e sinceri che raccontano l’amara realtà delle cose.
Adesso più che mai, mi risuona nella mente il ritornello di una canzone, attualissima e profonda nelle parole, che fa così:
“….Nescìmu fora e facìmu rota,
e sutta ’a luna di jancu pittàta,
sentimu ’i vecchj cunti di ’na vota,
facìmu festa tutta la nottata.
Nescimu fora e facìmu rota,
nsin’â quandu ’a lumera esti ddhumàta.
Arretu non tornamu annatra vota…
Esti ’nu viaggiu di sulu andata!”

Testo e foto © Santina Marateia 

Evento culturale Kalabria Experience del 18.06.2017

Lettera alla Calabria di Maria Celebre

Nel momento in cui il mio cuore e la mia anima hanno guardato e scoperto per la prima volta con amore infinito la Calabria, quello che mi sia successo non saprei descriverlo. Tutto ebbe inizio dai racconti di mio figlio, ringrazierò il professore di terza media che si rifiutò di portare la sua classe in gita al nord, preferendo la Calabria. Ha fatto vivere e scoprire ai suoi studenti l’amore, la storia e l’orgoglio di essere Calabrese. Al rientro più ascoltavo le parole di mio figlio su quello che aveva visto e vissuto, più sentivo il cuore scoppiarmi dal petto, mi sussurrava e mi spingeva a scoprire di più. Decisi un giorno di incominciare a viaggiare ed a percorrere quelle strade di cui avevo tanto sentito parlare. Percorro Briatico ed entro in paradiso sono immediatamente rapita da una bellezza incredibile, colori indescrivibili, da un vento caldo, piacevole che mi dava il benvenuto, immediatamente capisco perché i Greci hanno chiamato quel tratto di mare la “Costa degli Dei”

Solo gli Dei hanno potuto creare tale meraviglia. In lontananza vedo una Rupe ,un qualcosa che mi incuriosiva, ”che cosa è, quale divinità mi attende laggiù?” ricordo che sentivo una gioia infinita, più mi avvicinavo è più stranamente percepivo la sensazione che stavo ritornando a casa. Ultima curva ed eccola in tutto il suo splendore la mia Lady Tropea, con le sue spiagge bianche, acque cristalline e palazzi. Unica ed affascinante Dea. Eccomi ritornata a casa, ho percorso le sue stradine ed ogni angolo ed ogni palazzo mi raccontava qualcosa. Pian piano mi avvicinai ad una terrazza piena di gente,non trattenevo più il mio cuore dal emozione, è in quel istante in quel pomeriggio, io mi sono totalmente e perdutamente innamorata di lei. Ho atteso che il sole tramontasse ed anche li rimasi senza parole.

Sul orizzonte c’era lui “iddu” l’isola di Stromboli che proteggeva la sua Lady, quando loro due si incontrano al tramonto è magia ,amore puro. Continua il mio viaggio a Capo Vaticano, scendo dalla macchina e le mie gambe tremano, sono stata catapultata in un mondo irreale, magico in una leggenda dove la natura primeggia e toglie il fiato.Il colore turchese che mi da il benvenuto e magnetico, lo sguardo verso l’infinito, il sole avvolge tutto, nell’aria i profumi del mediterraneo. Quanti tesori nascosti ,quanto ancora andrò a scoprire? Ogni giorno che passava mi arricchivo di più, la mia vita ha iniziato ad avere un senso. Ho iniziato a vedere col cuore,lei la mia Calabria eri li che mi aspettava ed io carica di curiosità e amore non mi sarei fermata, una regione così non può non essere vissuta. La Costa Viola dove ogni cosa si tinge con le diverse tonalità del colore viola, dando vita ogni sera, con i suoi riflessi spettacolari, ad una visione sempre nuova. Monte Sant’ Elia dove con la punta delle dita riesci a toccare l’infinito.

Il Tracciolino, sentiero azzurro sospeso tra cielo e mare con l’affascinante leggenda di Donna Canfora. Scilla meravigliosa bomboniera sul mare,dal promontorio ascolto un’ altra leggenda di pozioni magiche e mostri marini, incredibile! Ricordo che dissi fra me e me, non può tutto questo non essere condiviso, il mondo deve rendersi conto di quanto meravigliosa e la Calabria, devo fare qualcosa!

Reggio Calabria non solo il lungo mare più bello d’ Italia ma una città ricca di storia che esisteva già prima del impero romano. Ma lei la Calabria non è solo bellezze mozzafiato, quello che offre, la sua natura è immensa; mare, monti e gastronomia danno il benvenuto a una regione completa.

La scoperta di Zungri,  “la città di pietra”. Una piccola Matera in Calabria di cui in pochi ne sapevano l’esistenza. Non credevo ai miei occhi nel momento in cui ho percorso e sono entrata nelle grotte. Non è possibile un patrimonio così non può e non deve essere nascosto. Ricordo che sono ritornata al belvedere di Capo Vaticano dove ho trascorso e dove attualmente trascorro tanto tempo seduta sulla mia panchina, parlo con me stessa e ascolto lei. Ho deciso quello che farò, voglio organizzare escursioni ma niente di grande, piccoli gruppi che insieme a me come la loro accompagnatrice vivranno le loro giornate da locali, li guiderò io da Calabrese innamorata della sua regione, a trascorrere le loro vacanze in tranquillità ad abbracciare una regione umile, semplice, bella ad apprezzarla per quello che è,  solo così vivranno la loro vacanza al 100%.

Ma in tutto questo c’era un posto che mi incuriosiva più di tutte, si trovava sullo Ionio, Brancaleone Vetus con il mio gruppo su facebook lo seguivo e non vedevo l’ora di conoscere questo posto affascinante e di conoscere colui che gli ha ridato la vita. Finalmente è arrivato il momento,ricordo quando il pulmino si fermò in piazza ed io scesi per abbracciarlo. Che gioia, finalmente lo conosco il mio ultimo cavaliere, perché le persone che io ho incontrato lungo il mio cammino alla scoperta della Calabria ,persone che come me l’amano e la rispettano sono preziosi e sono i miei cavalieri. Li porterò sempre con me. La tavola rotonda “la Calabria”, e noi i suoi cavalieri, quel giorno il mio cerchio si chiuse perchè finalmente ho conosciuto Carmine Verduci.

Una giornata indimenticabile, un borgo unico, un viaggio sensoriale meraviglioso. Ma la parte più bella ancora doveva venire. Carmine si sofferma davanti alla grotta chiesa, e racconta di lei. Siamo entrati rispettando il luogo. Sono poi rimasta da sola nella grotta, dovevo fare una ripresa per le persone con cui lavoro che elaboreranno il mio tour della Calabria. Cosa mi sia successo quando rimasi da sola con l’albero della vita, lo custodirò con me per sempre.

Quando ho abbracciato l’albero lui mi ha parlato tramite il battito del suo cuore. Le sue parole sono nel mio di cuore. Io dovevo essere lì in quel momento, perchè nulla nella vita è per caso, dovevo incontrare Carmine per chiudere il mio cerchio e dare un senso alla mia vita, una carica pazzesca che non mi farà mollare. Io non sono nessuno, ma penso che nel mio piccolo darò una mano, organizzando viaggi, facendo si che le persone iniziano a conoscere la Calabria, attraverso i miei video, foto, post, racconti. Il mio desiderio più grande e fare si che le persone si innamorano della Calabria e la guardano attraverso i miei occhi. So per certo ed io ci credo che lei diventerà bellissima, siamo in tanti adesso e diventiamo sempre di più, noi non molleremo assolutamente no, il mondo ci osserva, la Calabria ci ha regalata tantissimo e noi non la deluderemo perché lei lo merita!

Sono figlia di emigranti Calabresi, consapevole di quanto la nostra terra sia amata a l’estero, voglio fare in modo che quando loro parlano della loro amatissima Calabria, le lacrime che si accumulano nei loro occhi saranno lacrime di gioia, non più di tristezza, che quella terra che loro hanno dovuto lasciare a malincuore sia un Orgoglio, che i Calabresi che hanno avuto la fortuna di rimanere a casa loro finalmente capiscano il grande valore che ha la loro regione. Una regione che in tantissimi ci invidiano, una regione completa a 360 gradi, una regione che ci chiede soltanto di essere finalmente Amata e Rispettata, questo è il mio augurio. Io Maria giuro solennemente che insieme ai miei cavalieri non la abbandoneremo mai più!

San Valentino ha un “collega” nel proteggere gli innamorati!

Ebbene sì, San Valentino ha un “collega” nel proteggere gli innamorati: il suo nome è Sargis o Sarkis ed è  il santo più venerato dal popolo armeno. A dire il vero San Sargis o Sarkis non è solo protettore degli innamorati nella tradizione del culto armeno ma è anche protettore dei giovani, probabilmente per la naturale tendenza a legare alla stagione dell’amore quella della giovinezza e viceversa.
Ricostruire  il percorso storico tradizionale del culto e della tradizione, che affondano nei secoli più antichi, è impresa non facile, nonostante Wikipedia e Google o altri motori di ricerca: il punto di vista armeno è quindi fondamentale per ricostruire, se non una versione davvero attendibile e suffragata della sua figura storica, almeno il valore e l’importanza del suo culto per questo popolo. Il suo culto è celebrato in un giorno a cadere tra l’11 gennaio e il 16 Febbraio.

Ma chi era San Sarkis per il culto armeno?! 

Viene considerato nativo della Cappadocia (anche se gli è attribuito anche l’epiteto di “Greco”), regione che si estende al centro dell’Anatolia, tra Turchia e Armenia, e sotto l’impero di Costantino il Grande fu un militare di altro rango e assai considerato e famoso per il suo valore. Con l’avvento al potere di Giuliano l’Apostata e le persecuzioni attuate contro i cristiani, la tradizione vuole che Sarkis con il figlio Mardiros (anche lui in seguito venerato come San Mardiros) abbandonò i territori romani per trovare rifugio in Armenia, terra indicatagli da una teofania a seguito delle sue preghiere. Ricevette così protezione presso il re Tiran (Tigrane VII). Sempre secondo la tradizione, mentre Giuliano e il suo esercito avanzavano verso Antiochia in Siria consumando per i territori conquistati stragi nelle comunità cristiane, il re Tiran/Tigrane esortò Sarkis e Mardiros a lasciare l’Armenia e dirigersi verso miglior rifugio offerto dall’Impero sassanide. La tradizione vuole che l’imperatore sassanide Sapore II (Shapur II) invitò Sarkis, Mardiros e altri 14 soldati, anche loro battezzati, a recarsi al suo palazzo e per poi invitarli lì ad offrire sacrifici in un tempio pagano dedicato a Zoroastro (Zarathustra). Si è rimarcata più volte e si rimarca anche adesso di come quanto scritto sia una tradizione e non si abbia pretesa di elevarla a storia, dal momento che non pochi hanno sollevato questioni di ordine cronologico e geografico.

Da cosa nasce il suo essere protettore degli innamorati?

Se per vigore e coraggio il “natural” quanto ovvio legame con la forza e la giovinezza può essere ritrovato tra le gesta che storia e tradizione attribuiscono a San Sarkis, il suo culto come patrono degli innamorati affonda invece le radici in un episodio particolare di cui raccontano le tradizione popolare armena. Secondo questa tradizione popolare, al rientro vittorioso dalla battaglia Sarkis e 39 sui fedeli compagni d’arme furono invitati, per un tranello ordito dal r,e a celebrare la vittoria nel palazzo reale.

Il re aveva infatti predisposto il loro assassinio grazie ad un piano per il quale aveva istruito 40 fanciulle: queste avrebbero dovuto far bere fino ad ubriacare il gruppo di valorosi per poi, quando caduti tutti in un sonno profondo perché satolli e ubriachi, uccidere ciascuna il proprio guerriero. 39 delle donne obbedito all’ ordine e uccisero i soldati, mentre uno di loro, vedendo la bellezza del volto di Sarkis, così sereno nel suo sonno, si innamorò perdutamente di Sarkis e, invece di ucciderlo, lo baciò.

Con il bacio della mancata assassina, Sarkis si destò e si rese conto dell’accaduto e del tranello. Presa con sé la ragazza, Sarkis tornò di soppiatto al suo cavallo e insieme alla fanciulla al galoppo più spedito si lanciò contro le porte della città che cedettero all’impeto del destriero e dei suoi cavalieri. Anche le forze della natura aiutarono i due fuggitivi: dietro di loro, infatti, una violenta tempesta di neve si materializzò come d’incanto, celandoli così alla vista degli inseguitori. Per questa ragione, salvato non tanto dalla sua forza quanto dall’ amore che, come un dono, arrivò proprio quando era più indifeso e in balìa di una morte ignominiosa per mano non di altro guerriero ma di una donna, egli è venerato come patrono degli innamorati che, con la forza del loro amore e sull’ esempio di San Sarkis e della fanciulla, possono divellere ogni tipo di ostacolo e barriera che si frapponga nel loro percorso d’amore verso la felicità.

Il fascino di un rito popolare;
La notte della vigilia del giorno di San Sarkis i ragazzi e le ragazze non fidanzati o non innamorati ma desiderosi di trovare l’amore, vanno in chiesa, portando con sé una fetta di focaccia salata o, più piccolo, un biscotto comunque salato dal nome “Aghi plit“: quanto portato con sé dovrà poi essere mangiato, di rientro a casa, prima di andare a dormire e senza aver bevuto acqua o altri liquidi. Perché? Perché così possa fare arsura in bocca durante la nottata il salato di quanto mangiato e stimolando così l’arrivo di chi, in questo eventuale sogno divinatorio, offrirà un bicchiere d’acqua: questo sarà il segno dell’arrivo dell’amore nella loro vita e chi porterà in sogno l’acqua sarà il loro futuro marito o moglie.


Occorre precisarlo, la Chiesa armena ne ha ormai nei secoli preso atto e con una certa simpatia lascia convivere il sacro con il profano amoroso, un po’ come da noi accade per San Valentino.

 

(FONTE: https://www.saidinitaly.it/ )

Storia e simbolismo della Tarantella; il ballo dei Greci.

Le sue origini non sono certe, ma affondano in quelle manifestazioni rituali legate alla cultura e alla civiltà della Magna Grecia. Probabilmente questa danza nasce come ritmo liberatorio e si sviluppa poi anche con alcune simbologie più “forti”, come  il corteggiamento, che ne determinano i particolari atteggiamenti coreografici. A viddaneddha è dunque il ballo reggino per antonomasia e secondo la tradizione ogni festa si conclude con musica e danza. Ne è un classico esempio la “tarantella della veglia” prima della processione di Festa Madonna a Reggio Calabria che, con la veglia notturna all’Eremo, costituisce un importante momento di festa e di attesa a ritmo di musica.

La danza della tarantella viene accompagnata tradizionalmente da alcuni strumenti caratteristici della tradizione calabrese che sono:  la zampogna, sostituita in seguito dall’organetto, il tamburello e in alcune zone si usavano la “pipita” o “frischiottu”. Una delle particolarità dei suoni della tarantella sono sicuramente le passate, cioè le melodie, che variano di località in località in località. Il nome di ogni tipo di suonata è dato dal paese di provenienza. Tra le più comuni troviamo la suonata “Cardola“, tipica del paese di Cardeto, quella “Mosorrofana” di Mosorrofa, o ancora la “Catafurota” di Cataforio e tante altre…

Il Simbolismo; è rappresentato dalla “rota” sta a significare il territorio di appartenenza: il paese o il rione; con la danza si va a conquistare tale spazio. Il simbolismo che si cela dietro i passi della danza a volte assume significati diversi. Nel primo caso viene a simboleggiare un vero e proprio duello per il predominio dello spazio delimitato dalla rota, nel secondo caso si mima il rituale del corteggiamento in cui la donna in maniera contenuta e pudica mostra civetteria che ricorda gli atteggiamenti della danza greca classica.

 

Passi della danza

Quando si balla generalmente si eseguono dei passi “puntati” che seguono cioè il ritmo del tamburello, ogni ballerino esprime la danza e la musica come meglio crede ma sempre restando all’interno di un linguaggio coreutico condiviso e di rispetto per la dama con cui sta ballando. Generalmente all’inizio del ballo i due ballerini sono a distanza, man mano l’uomo si avvicina fino ad arrivare a “chiedere le mani” alla donna, porgendogliele con il palmo verso l’alto, per il ballo intrecciato. In molte zone della Calabria si balla senza mai prendersi per mano o ballando spalla a spalla, cosa che comunque restava riservata alle coppie di coniugi o tra parenti stretti. Nel ballo uomo-uomo o donna-donna ci si poteva prendere dalle braccia. Una volta allacciata la coppia comincia a girare in senso antiorario eseguendo dei cerchi in cui la donna cerca di mantenere comunque il centro della rota. I passi fondamentali, che si basano su delle terzine, possono essere fatti anche sul posto, ma generalmente vi è un giro, un ruotare antiorario dei ballerini all’interno della “rota”. I passi sono spesso doppi e ondeggiati. il movimento del corpo dalla cintura in giù e dalla cintura in su sono indipendenti, il tronco è statico mentre le gambe sono freneticamente in movimento. Un passo particolare è il soprappasso o “intricciata” dove appunto i passi vengono intrecciati battendo un piede all’esterno dell’altro in maniera alternativa. Un altro passo è il passo “illi adornu” che si esegue quando si è al bordo del cerchio mimando il volo di un uccello che cerca di incantare la preda per poi ghermirla e dirigendo a spirale con l’intento di portare l’altro ballerino verso il centro della “rota”. Se l’avversario cede andrà verso il centro e verrà sostituito dal Mastro di ballo, in caso contrario potrebbe eseguire il passo: “tagghjapassu” (tagliapasso) cercando di interrompere il percorso a spirale. Il tagghjapassu è usato dalla donna per sfuggire al corteggiamento dell’astante. Quest’ultimo passo può portare alla “schermijata” ovvero il mimo con l’indice ed il medio della mano di un coltello che viene puntato prima contro l’astante e poi verso il cielo e da quel momento si mimano fendenti e affondi.

La donna può usare un foulard da agitare davanti all’avversario come sfida, mentre l’uomo per mostrare le sue capacità con i suoi passi per conquistarla e riuscire come simbolo di successo a scompigliarle i capelli (scapigghjarla), a toccarle il viso (nzigarla) o a prenderle il foulard (n’nnopiarla).

Le braccia assumono diverse posizioni a seconda se uomo o donna: l’uomo tenderà a sollevarle e muoverle maggiormente, fino -nella danza uomo-uomo ad assumere l’atteggiamento di una sfida-lotta con il coltello, mentre la donna generalmente non le solleva mai oltre la spalla muovendole leggermente, o le tiene poggiate sui fianchi con i palmi rivolti verso l’esterno simboleggiando un’anfora greca che mette in risalto i fianchi ed i seni.

 

‘u mastr’i ballu: una persona di rispetto che detta le regole della “rota”, seguite con rispetto da tutt’i partecipanti alla danza. E’ lui che dirige la tarantella. E’ lui che invita i ballerini a ballare. E’ lui che  forma le coppie e le separa; organizza, dirige e porta avanti il ballo, dando indicazioni che vanno oltre la danza in se stessa… Nessuno degli invitati al ballo, uomo o donna che sia, può rifiutare l’invito a ballare! E’ lui  che crea la cosiddetta “rota”, la quale, per quella circostanza e in quel luogo, dovrà es-sere una e una sola: in nessun caso, infatti, possono esserci due o più “mastri di ballu”.

La ruota è uno spazio circolare dentro cui si svolge la danza.

Nel passato la “rota” era il luogo dentro sui si creavano rapporti sociali particolari e momentanei che, alla fine ces-savano, si rafforzavano o potevano anche degenerare. – Facimu rota! – grida il “mastro di ballo”. E tutti i partecipanti, disponendosi a cerchio, si preparano a prendere parte al ballo  – A manu girandu! – vengono chiamati ad entrare in ballo a uno alla volta, ad un cenno del “mastro di ballo”. – Evviva cu’ balla! – nella ruota in tal caso chi guarda e chi balla sono tutti sullo stesso piano.La “ruota” è un palcoscenico dove si recita anche solamente guardando o seguendo il ballo muovendosi sulle gambe oppure battendo ritmicamente le mani. I presenti non sono una platea di spettatori, ma rappresentano una sicura presa emotiva per i ballerini che volteggiano sotto gli occhi dei parenti, degli amici e di quanti di lì a poco ne rimarranno contagiati. Dentro e attorno alla ruota tutti sono attori. Chi balla e chi no, sono tutti coinvolti nello stesso ritmo, perchè si trovano lì per vivere la stessa emozione. E’ nella ruota che ‘u mastr’i ballu si muove, si destreggia, si esibisce e detta le regole del ballo. E’ nella ruota che ‘u mastr’i ballu jett’o pedi, nel senso che, bat-tendo il tacco della scarpa destra sul pavimento, indica che la tarantella sta cambiando “passata” (ripetizione o cambio del ritmo). Fora ‘u primu! Un altro giro sta, infatti, per cominciare, per cui uno dei due ballerini (il primo ad essere entrato e quindi il più stanco) deve abbandonare la ruota per lasciare il posto ad un altro. Ed ecco lì: il nuovo ballerino entra, saluta con rispetto e riverenza il mastro di ballo che si fa da parte, esita qualche istante in attesa di prendere il ritmo, volteggia attorno al compagno o alla compagna che lo attende al centro della pista, si scatena e… il resto è un vortice di delirio, lasciato alla fervida fantasia dell’organettaru. Figure caratteristiche che nascono dalla tarantella sono, com’è stato già detto, la sfida (nel ballo tra uomini) e il corteggiamento (nel ballo uomo-donna). Nella sfida si viene ad intrecciare tra i ballerini una fitta rete di sguardi, gesti, allusioni, riferimenti particolari, sempre nei limiti del reciproco rispetto e dignità dei ballerini stessi. Nel ballo di corteggiamento la sfida non esiste in quanto i ballerini si cimentano in un susseguirsi di movimenti particolari che alludono a un fraseggio d’amore. Alla coppia non è permesso alcun contatto fisico, ma soltanto è accettato il contatto con le mani. La donna, che generalmente si muove di meno, quasi sempre occupa il centro della ruota: posizione di prestigio e di rispetto. Ovviamente da un paese ad un altro cambia il significato.

DI EUGENIO BENNATO;

Il ritmo, nelle terre dell’Italia del sud, è  da sempre legato ad un ballo maledetto, un ballo ghettizzato o proibito, la tarantella, che per vivere o sopravvivere è costretta a giustificarsi come pratica di guarigione da uno stato alterato, sorta di esorcismo in musica per scacciare il demone che invasa e possiede il tarantato. Il mito della taranta, nella leggenda del ragno nero che morde e costringe al ballo, nasce cosi proprio nell’era dell’oscurantismo medievale quando le divinità pagane della Magna Grecia sono messe a tacere dai nuovi apostoli di una religione più razionale e composta, austera e castigata. Dionisio Bacco e Apollo, divinità dei riti sfrenati dal vino, della poesia e dell’eros spariscono nella nuova cultura che rinnegherà l’edonismo classico per il misticismo medievale. E così dalle feste pubbliche del dio pagano, dalla festa del dio che balla, si passa alla festa nascosta del dio che perdona, rappresentato dal suo apostolo San Paolo protettore dei tarantati nel chiuso dei cortili o nel sagrato della basilica di Galatina che al santo è dedicata e che accoglie ed assiste le vittime della taranta nella fase finale della guarigione. La storia della tarantella è dunque storia di repressione, una repressione che parte dalla cultura egemone e si abbatte sulla cultura contadina, arcaica ed ostinatamente legata alle favole e ai riti della terra e degli astri. E la cultura egemone tollera a stento i residui di un’usanza che non riesce a sradicare del tutto e nel concilio di Trento il ritmo viene bandito dalla musica come elemento demoniaco. Ma nel frattempo la tarantella seppure nel sottobosco della civiltà contadina più emarginata, continua a funzionare, a guarire e ad indurre in tentazione. E i musici popolari continuano a suonare per ore ed ore le loro percussioni e a ricreare con i flauti con le lire o con la voce le loro sensuali melodie. E quando e dove il tarantato non c’è, quegli strumenti e quelle note risuonano ancora e si diffondono per villaggi e regioni e le voci tese e i ritmi estenuanti rimbalzano da una vallata all’altra e si spargono per tutta la penisola. E le serate nei cortili delle masserie e le feste nei villaggi sono animati dalla musica della tarantella, e del ballo che ancora tarantella anche in assenza del tarantato propriamente detto. Quindi anche nei luoghi dove il tarantismo si riduce e scompare, resta la tarantella, che lentamente si modifica tramandandosi oralmente di generazione in generazione, e si evolve nella funzione ora di ballo collettivo o di coppia, ora di processione nelle feste rituali, ora di ritmo e di forma musicale e di poetica di serenate portate alla finestra della innamorata. E’ questo il nucleo vitale della musica popolare che nascostamente lancia i suoi bagliori lontano dalle feste delle corti, dai teatri e dai salotti della nobiltà e della borghesia, dove si celebra una musica di alto livello estetico fatta di geniali melodie, di grandi orchestrazioni, di mirabili costruzioni armoniche, ma del tutto priva dell’urto viscerale del ritmo e della percussione. Bisognerà aspettare il Novecento e l’apporto tribale della musica negra d’America per assistere alla diffusione degli strumenti ritmici nella musica colta occidentale. Ma nel frattempo nelle campagne dell’Italia del sud il potere della taranta continua ad alimentare gli accordi e gli accenti di una musica alternativa orgogliosa ed incontaminata.

 

Di Carmine Verduci

FONTI: da Internet

Alla scoperta degli Armeni di Calabria attraverso l’esperienza di Massimo Tamborra

Ebbene, questa settimana vogliamo indossare i panni dei nostri più affezionati compagni di viaggio, abbiamo per questo deciso di portarvi per mano in uno dei luoghi simbolo della nostro progetto KALABRIA EXPERIENCE attraverso un accurata descrizione dei luoghi e dell’esperienza vissuta attraverso uno dei nostri più cari ed affezionati fotografi che da anni ci seguono alla ricerca di luoghi fantastici nell’immediato entroterra jonico reggino.

BRUZZANO VETERE E LA VALLE DEGLI ARMENI
Di Massimo Tamborra;

Può sembrare incredibile, eppure al giorno d’oggi molti turisti abituati a visitare qualsiasi luogo della storia dell’umanità soprattutto nel nostro paese, ignorano l’esistenza in Calabria di patrimoni culturali e storici racchiusi in questa regione già ricca di sole e bella gente. Per questo la Pro-Loco di Brancaleone, da alcuni anni si batte o meglio si prodiga per valorizzare il territorio, attraverso una serie di iniziative che portano a conoscere luoghi incantati e pieni di ricchezza storica in particolare presenti nel circondario della provincia di Reggio Calabria, affinché mediante la condivisione di foto, racconti, o con i più moderni mezzi di comunicazione odierni quale può essere il social network, si possa appunto invogliare il turista o anche le persone del luogo stesso, a visitare questi posti. Il mio viaggio in questa avventura oggi ci porta nella cittadina di Bruzzano Vecchio rinominata per l’occasione “Valle degli Armeni”.

Ma perché Valle degli Armeni? Il professore Sebastiano Stranges, ricercatore storico e archeologo Calabrese, oltre che già ispettore onorario del Ministero per i beni e le attività culturali, ci spiega che il nome è stato determinato per la presenza in loco di un Castello costruito nell’antichità, si desume proprio secondo lo stile Armeno, cosi come si può evincere dalla similitudine con le costruzioni realizzate nella città rupestre di Vardzia in Georgia ai confini proprio con l’Armenia, o nella regione turca della Cappadocia. Ma chi erano gli Armeni? Gli Armeni erano stati il primo popolo Europeo ad aver accettato il Cristianesimo come religione di Stato, ma come ancora oggi accade in gran parte del mondo, anche all’epoca vi erano forti conflitti con i paesi confinanti, dovuti proprio alla diversità di credo. Non solo, ma in quel periodo dominava il cosiddetto “Zoroastrismo” ovvero una religione oltre che filosofia, molto presente in Asia, Arabia Saudita e Pakistan, basata sugli insegnamenti del profeta iraniano Zoroastro. Religione quasi tralasciata nel tempo anche a causa del rapido affermarsi a suon di spada della religione Islamica. Difatti nella terra della quale parliamo oggi, il primo deterrente per evitare di essere attaccati dai nemici di religione Islamica, fu l’allevamento di maiali neri, proprio perché i musulmani per una questione di credo religioso, reputavano il maiale un animale impuro, sporco ed esageratamente propenso al sesso, con una indole avida e ingorda, oltre a non possedere uno spirito combattivo. Pertanto i primi tempi si guardavano bene dallo stare lontano da questi animali i quali venivano posizionati al confine, proprio per sfuggire agli attacchi. Questa mossa di difesa però non durò in eterno, difatti gli Islamici dopo un po’ di tempo cominciarono ad uccidere i maiali. La storia però racconta che in Italia era ben diverso il valore esistenziale di un maiale, e quindi qualcuno dopo la carne salata e gli insaccati ottenuti appunto dai maiali uccisi dagli Islamici, utilizzo il restante realizzando un’altra pietanza culinaria a cottura lenta che divenne di diritto una preparazione tipica di questa area, e che oggi viene ben conosciuta con il nome di “frittola”. Ma facendo un passo indietro dovremmo capire anche come e perché il popolo Armeno giunse in Italia ed in particolare in Calabria. La prima cosa da sapere è che essi erano all’epoca un esercito d’elite del periodo Bizantino, e molte Regine Bizantine erano appunto di nazionalità Armena. Sia per una questione politico-religiosa, ma anche perché ammaliati dal fascino di queste donne, molti principi Siriani, Greci ed Italiani, rimasero invaghiti sposando alcune di esse, facendo si quindi che i loro popoli giungessero successivamente nel nostro paese. Proprio in questa terra, nella roccia tenera di Bruzzano Vecchio, incavarono il primo castello.

Ma la presenza degli Armeni in questa zona è ben documentata e forse definitivamente confermata dal professore Stranges, il quale rivela da ricerche svolte, che oltrepassando la fiumara che divide i confini di Bruzzano e Brancaleone, proprio in quest’ ultima cittadina sono state trovate delle chiese rupestri, in particolare una chiesa di tipo architettonico absidato, che presenta un pilastro centrale rastremato verso l’alto, dal quale si dipartono successivamente dei motivi ad albero tipici del cultura Armena. Altra conferma che questa chiesa legata al periodo che va dallo VIII al IX secolo, appunto appartenesse allo stile di questo popolo Cristiano, lo si ha dai resti di un altare in cui si osserva una croce astile sulla cui sommità presenta a sua volta altre tre piccole croci ed un graffito di pavone. In particolare il pavone presenta le due ali, una addotta e l’altra abdotta a modo d’inchino, come ad intendere riverenza avverso la stessa croce. Perché si fa riferimento a ciò? Perché nella cultura Siriaco-Armena la figura del pavone ha sempre accompagnato la croce in quanto rappresentava l’Angelo Gabriele. Continuando il viaggio, sempre con la costante e preziosa guida storica del Prof. Stranges, ci portiamo nella località denominata San Crimi (San Crini) o Judarìu (dall’ebraico Giudeo) localizzata tra il territorio del Comune di Ferruzzano e quello di Bruzzano Zeffirio.

Questa zona come ci spiega il professore, è caratterizzata dalla scoperta di una piccolissima grotta in pietra d’arenaria caratterizzata al suo interno da un particolare manufatto. Da studi eseguiti si è poi risaliti al fatto che si trattava di una tomba a tre sedute con sepoltura a putridarium (ambiente funerario solitamente ricavati sotto i monasteri, in cui venivano sepolti i cadeveri di frati o monache), che a suo tempo era protetta sicuramente da una porta delle medesime dimensioni del passaggio, deducibile dalla presenza ancora visibile degli stipiti. Ciò che rende speciale questa tomba, è appunto quello a cui facevamo riferimento all’inizio, ovvero ad un graffito di ali d’angelo il quale in senso circolare avvolge a se come a protezione, le tre sedute. Vi è stata po’ di perplessità tra gli studiosi per l’attribuzione storica della tomba, poiché questo tipo di sepoltura era sino a poco tempo fa sconosciuta. Un aiuto però viene fornito dal sapere che proprio non molto lontano da questo luogo, erano dislocati diversi conventi femminili devoti a San Francesco, e proprio uno di questi conventi successivamente attribuito a Santa Chiara si trovava in quest’aria documentata da manoscritti del 1280 d.c. che identificavano già in quel periodo questo convento come antico, quindi facendo dedurre che una data storica da attribuire a questa tomba potesse aggirarsi intorno al 1200 d.c. Il professor Sebastiano Stranges, al quale bisogna doverosamente riconoscere gran parte di quanto sto scrivendo, proprio grazie alla sua guida orale in questi luoghi, ritiene attraverso i suoi studi e le sue ricerche, di essere riuscito ad associare il graffito rinvenuto all’interno di questa tomba con la Porziuncola di Assisi (piccola chiesa situata all’interno della Basilica di Santa Maria degli Angeli), per via dell’angelo raffigurato al suo esterno le cui ali sono molto simili per manifattura a quelle viste all’interno della tomba rupestre localizzata nell’aria del Judarìu in Calabria. La nostra giornata si conclude visitando il borgo antico di Ferruzzano ubicata nella zona collinare al di sopra dell’attuale comune marittimo, a circa 470mt. s.l.m.

Un paese oserei dire fantasma, quasi totalmente abbandonato se non fosse per la presenza di sole sette famiglie, con molte case divenute ormai fatiscenti liberamente accessibili, e quindi potenzialmente pericolose per la sicurezza dei curiosi e dei turisti, devastate dai terremoti del 1783 e oltre 100 anni più tardi, del 1907. Un luogo incredibile tra panorami mozzafiato sulla costa Jonica spaziando con lo sguardo da Africo nuovo e la marina di Bruzzano, nonché l’immortalità delle viuzze (vinelle) con alcuni anfratti che presentano oggetti di vita vissuta, frantoi, tinozze, sedie a dondolo, bici d’infanti, lasciate li come se qualcuno prima o poi dovesse ritornare in quel luogo. Proprio i resti di antiche costruzioni che come detto sono in gran parte cadenti, diventano patrimonio storico di questa area, grazie anche ad interessanti portali in granito e parti di edifici di un certo interesse risalente ai secoli XVI e XVII.

 

SI RINGRAZIA PER LA MAGNIFICA GIORNATA LA PRO LOCO DI BRANCALEONE PER L’IMPEGNO PROFUSO CON TUTTI I SUOI COLLABORATORI, E SENZA OMBRA DI DUBBIO ALLA MENTE STORICA CHE CI HA ACCOMPAGNATO RAPPRESENTANDO LE SUE SCOPERTE, IN UN POSTO PIENO DI FASCINO DA VIVERE SE VOGLIAMO ANCHE IN SILENZIO, IL PROFESSORE SEBASTIANO STRANGES.

 

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