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Sant’Agata del Bianco (RC) La Ri-generazione culturale di un borgo attraverso l’arte e la letteratura

La fondazione di Sant’Agata del Bianco è legata a suggestive leggende medievali. Dalla storia della regina normanna Adelasia, residente a Palermo, che chiamò Sant’Alasia il casato prima che venisse denominato Sant’Agata, fino ad arrivare al terremoto del 1349, quando (secondo Vincenzo Tedesco, storico e arciprete di Sant’Agata dal 1831 al 1877)  “la gente più agiata e colta” si trasferì nel giardino di Campolaco (già luogo “di delizie” del cosiddetto Catapano, un signore bizantino) “lasciando il primitivo nome di Samo e chiamandosi S. Alasia” (sito che forse faceva parte di un imprecisato sub-feudo che apparteneva ai baroni di Pisana). Pare, inoltre, che in questo luogo già esistesse un Castello dei baroni Musco e Ambato (periodo normanno).

La storia di Sant’Agata dalle origini ai giorni nostri;

Nel 1412 è attestata come Sanctæ Agathae e successivamente sarà “Sant’Agata di Precacore”. Nel 1488 si ha notizia di un tale, Andrea di Sant’Agata, abate del monastero di San Nicola di Butramo. Di sicuro, dopo che fu sotto i Ruffo (nel Trecento e fino alla seconda metà del Quattrocento) e dei Centalles (dal 1462), durante la signoria dei Marullo Sant’Agata aveva già il suo nome.Dal 1496 al 1554, difatti, il casato fu infeudato ai Marullo di Condoianni (prima Tommaso e poi Giovanni) e, successivamente, alla famiglia di banchieri genovesi degli Squarciafico (fino al 1572). Nel XVI secolo Sant’Agata visse uno dei momenti più floridi della sua storia, poiché gli industrianti genovesi sfruttavano legnami e resine della montagna Ferraina. Dopo Giulio Cesare Squarciafico, il feudo passò a Francesco Romano (1572 -1592) per ritornare, per un breve periodo, ai Marullo (fino al 1588). Nel 1589 inizia l’era dei Tranfo di Tropea fino al 1743. Dei Tranfo si raccontano, ancora oggi, angherie e soprusi come lo jus di prima notte, anche se pare che un Tranfo abbia aderito alla rivolta di Tommaso Campanella. Da una relazione del 1641, del vescovo di Gerace Lorenzo Tramallo, veniamo a conoscenza che Sant’Agata aveva una chiesto parrocchiale, due chiese non parrocchiali, due chiese dirute di libera collazione, una chiesa di giuspatronato e una chiesa eretta a devozione; vi erano, poi, tre confraternite (del Santissimo Sacramento, del Santissimo Rosario e di San Nicola). Nel 1655, la relazione della visita ad limina del vescovo Vincenzo Vincentino parla di una popolazione di 1485 abitanti (di cui 1055 si comunicavano). Il 3 marzo 1697, nasce a Sant’Agata Antonio Tommaso Barbaro, sacerdote e letterato di fama nazionale che visse prima a Napoli e poi a Venezia. Nel 1742, il parroco Leonardo Alafaci attesta, nel Catasto Onciario di Sant’Agata (volume 6127), la presenza di soli 207 abitanti. Dal 1743 fino all’eversione della feudalità, i signori di Sant’Agata saranno quelli della famiglia (De) Franco (Domenico De Franco acquistò le terre di Precacore e Sant’Agata il 14 gennaio 1743 per 55.200 ducati). Il 13 novembre 1705, nasce a Sant’Agata il pittore ed erudito D. Nicola Franzè, che dipinse per la chiesa di Sant’Agata il quadro di Santa Barbara e Veneranda. Nel 1744, il Tedesco afferma che “respirò in questa terra le prima auree di vita” Francesco Antonio Grillo, figlio di Domenico Grillo e Agata Marrapodi. Letterato e ministro provinciale dell’Ordine dei frati minori, Grillo fu vescovo di Martirano e Cassano (CS). Nel 1765, alcuni abitanti di Precacore e di Sant’Agata si recarono dal notaio Lorenzo Pisani (busta 196, atto del 03/03/1765) per dichiarare che le due Universitas “avevano un territorio autonomo l’una dall’altra diviso dal vallone Santa Vennera o Veneranda, in maniera che ogni Universitas avesse autonomia in materia civile, giurisdizionale e fiscale, oltre che ecclesiastica” (Domenico Romeo, Precacore e Sant’Agata in Calabria Ultra nell’apprezzo del 1741).

Il terremoto del 1783 provocò gravi danni al territorio e alle case dei 436 abitanti di Sant’Agata; la chiesa matrice venne distrutta e la prima scossa del 5 febbraio 1783 registrò il crollo di una trave che fu retta dal braccio della statua della Santa che, così, salvò la vita dei fedeli. Con l’ordinamento amministrativo disposto dal generale francese Championnet nel 1799 Sant’Agata fu compresa nel cantone reggino. All’inizio dell’Ottocento, fu inclusa dapprima tra le università del cosiddetto governo di Ardore e poi tra i comuni del circondario di Bianco. Nel 1806, il capobanda borbonico Giuseppe Monteleone di Serra San Bruno, intento ad infiammare la guerriglia antifrancese in Aspromonte, assassina presso il Convento di C.da Crocefisso il primo sindaco democratico di Sant’Agata del Bianco: Giuseppe Melina (massaro e mastro di seta).

 

 

Nel 1847 il giovane Rocco Verduci (uno dei 5 martiri di Gerace) si riuniva con i suoi seguaci santagatesi (Domenico Pizzinga, Giovanni Borgia, Giuseppe Politanò, Francesco Strati, Domenico De Luca, Ferdinando Medici, Gaetano Vizzari) nel Palazzo Borgia di Sant’Agata per dare avvio alla rivoluzione del distretto di Gerace. Il 6 agosto del 1847 si trovava a Sant’Agata il viaggiatore inglese Edward Lear, il quale fu ospitato dalla famiglia Franco e disegnò un paesaggio santagatese con lo sfondo del palazzo baronale a due piani e della Chiesa di San Nicola (prima semplice cappella, le cui campane portavano la data, in numeri romani, 1503, oggi Chiesa di Sant’Agata V.M.).

 

 

 

 

 

 

 

La Chiesa di Sant'Agata Patrona del paese

La Chiesa di Sant’Agata Patrona del paese

Annesso al Regno d’Italia, al termine del dominio borbonico (laddove si registra a Sant’Agata, il 14 settembre del 1861, la presenza del generale José Borjés), il paese partecipò attivamente alle lotte contadine per l’occupazione delle terre. Dalla fine dell’800 fino alla prima metà del ‘900, le maestranze di muratori e artigiani santagatesi erano rinomate e operavano anche fuori dal comprensorio. Nel 1928 fu unita a Samo, da cui si staccò nel 1946 (con D.L.L. n. 904 del 22 dicembre 1945 che stabiliva il ripristino delle precedenti unità amministrative) recuperando l’autonomia. Nel 1943 Sant’Agata viene considerata centro di cultura sociale avanzato, soprattutto grazie all’inclinazione umanistica di molte figure che vivevano in paese (basti pensare che la biblioteca della famiglia Mesiti conteneva tutte le grandi opere del ‘700, compresa l’Enciclopedia). Nel 1900, la storia di Sant’Agata, dagli anni ’50 agli anni ’70, è mirabilmente narrata dallo scrittore santagatese Saverio Strati (nato a Sant’Agata nel 1924 e vincitore del premio Campiello nel 1977).

Lo stemma Araldico di Sant’Agata del Bianco

 

Lo stemma del Comune mostra la patrona con le tenaglie, simbolo del suo martirio, e lo scudo è posto (“accollato”) nel petto di una grande aquila al naturale, simbolo della dinastia sveva, poi aragonese, del Regno di Sicilia e riferimento alla posizione su un alto sperone dal quale si domina un ampio tratto della costa jonica, da Capo Spartivento a Punta Stilo. Da notare che anche lo stemma dei De Franco, ultimi feudatari di Sant’Agata, era accollato all’aquila. L’emblema (ufficializzato insieme al gonfalone con D.P.R. 15 maggio 1963) si blasona: “D’azzurro, all’effigie di Sant’Agata, vestita di cremisi, aureolata d’oro, tenente con la sinistra un ramo verde di palma e con la destra una tenaglia. Lo scudo è accollato ad un’aquila al naturale coronata d’oro e sormontata dalla scritta in caratteri di nero maiuscoli: ATA DIVA. Ornamenti esteriori da Comune.” (l’ATA presente nel decreto ufficiale è una probabile contrazione del nome AGATA che viene riportato nello stemma).

 

I personaggi più illustri di Sant’Agata del Bianco

Saverio Strati

Saverio Strati è uno scrittore italiano nato a Sant’Agata del Bianco (RC) il 16 agosto 1924 e morto il 9 aprile 2014 a Scandicci (FI). Dopo gli studi primari inizia a lavorare con il padre come muratore e diventa capo-mastro. Grazie alla sua passione per la lettura, nel corso degli anni legge tante opere della cultura popolare come “Quo Vadis” di Henryk Sienkiewicz o “I miserabili” di Victor Hugo. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, decide di riprende gli studi. Con l’aiuto finanziario di uno zio che abitava negli Stati Uniti, inizia a ricevere lezioni private da parte di alcuni professori della Scuola Media Galluppi di Catanzaro e comincia a leggere anche grandi scrittori come Croce, Tolstoj, Dostoevskij o Verga. Nel 1949 si iscrive in Medicina presso l’Università di Messina (Sicilia) per soddisfare i desideri dei genitori; tuttavia, dopo un breve periodo di tempo, si trasferisce alla Facoltà di Lettere. Decisivo per il suo destino di scrittore è l’incontro con il critico letterario Giacomo Debenedetti che in quel momento insegnava a Messina e del quale diventa uno degli allievi prediletti. Nel 1953, Debenedetti legge il libro di racconti “La Marchesina” e ne sollecita la pubblicazione presso Alberto Mondadori a Milano. Durante questo periodo Strati inizia a scrivere il suo primo romanzo “La Teda”. Nel giugno del 1953 incontra Corrado Alvaro a Caraffa del Bianco e poi si trasferisce a Firenze per preparare la sua tesi di dottorato su riviste di letteratura dei primi due decenni del ventesimo secolo. Intanto, i racconti di Strati vengono pubblicati sulle riviste “Il Ponte”, “Paragone” e sul quotidiano “Il Nuovo Corriere”.  Subito dopo aver completato “La Teda” inizia a scrivere il suo romanzo più poetico, “Tibi e Tascia”, edito sempre da Mondadori nel 1959.  Nel 1958 Strati sposa una ragazza svizzera e si trasferisce in questo paese dove vive fino al 1964 (periodo durante il quale scrive diversi romanzi e numerosi racconti). Nel 1972 vince il Premio Napoli e nel 1977 il PREMIO CAMPIELLO con il romanzo Il Selvaggio di Santa Venere. I libri di Strati vengono stampati in tutto il mondo. Ma dopo il bellissimo romanzo L’uomo in fondo al pozzo (1989), la casa editrice Mondadori, inspiegabilmente, decide di non pubblicare più le sue opere. Inizia un oblio che porta lo scrittore, nel 2009, a scrivere una drammatica lettera a “Il Quotidiano della Calabria” dove denuncia la sua condizione di indigenza. Il Consiglio dei Ministri, nel 17 dicembre 2009, riconosce a Strati i benefici economici della Legge Bacchelli in riconoscimento ai suoi meriti artistici.

 

Domenico Bonfà, in arte Fàbon;

Fàbon è il nome anagrammato del pittore Domenico Bonfà, nato a Sant’Agata del Bianco il 4 febbraio del 1912 e morto a Roma il 27 agosto del 1969. Fàbon era un artista sensibilissimo, votato ad una pittura che ai colori della sua terra univa quelli dell’intero spazio mediterraneo. I suoi paesaggi rivelano, difatti, un’istintiva originalità soprattutto laddove le figure appaiono e scompaiono con aria quasi impenetrabile. Ma prima di essere Fàbon, Domenico Bonfà è il figlio del migliore falegname ed intagliatore della Locride, Vincenzo Bonfà detto Brendolino, un uomo che non teme di confrontarsi con i falegnami di tutta Italia esibendo la maestria dell’antico artigianato santagatese che, sin dall’Ottocento, è rinomato nell’intera provincia di Reggio Calabria. Sulla sua lapide, difatti, si può ancora notare una medaglia vinta a Firenze nel 1923 in occasione dell’Esposizione Permanente d’Arte Industriale. Il giovane Domenico sembra destinato a ereditare il mestiere del padre anche se ha, prima di tutto, una peculiare predisposizione per il disegno. Tratteggia visi e scenari ovunque gli capita: pezzi di compensato, tavolette, cartone, brandelli di lenzuola. Così, nel 1926, il falegname Vincenzo, incoraggiato da tanti suoi compaesani che intravedono il talento del figlio, manda Domenico a Catania per apprendere gli elementi della pittura in una bottega d’arte, alla maniera degli artisti del Rinascimento. Nella città siciliana il giovane rimane sette anni. Rientrato a Sant’Agata sposa una sua parente, Carmela Curulli, appena arrivata dal Canada. Ecco come lo ricorda il poeta santagatese Giuseppe Melina: “La casa di Fàbon è uno spazio d’incontro dove respira il paese intero. Ma il pittore Fàbon non cerca compagni solo in chi si interessa d’arte. E’ amico di contadini e artigiani. Penso le partite a carte. Interminabili. E per un bicchiere di vino spesso si balla. E Fàbon diviene il centro di queste sere. Tutto si muove intorno a lui. E in rapporto a le sue decisioni. L’armonia del suo corpo ci rende ridicoli, quasi. Ma perché ogni gesto, ogni movenza è ritmo puro in quest’uomo. E non solo se balla. Perfino come fuma o conversa con qualcuno”. Nel 1933 arriva il trasferimento a Reggio Calabria, dove il giovane pittore affina la sua ricerca verso la definitiva conquista della forma. Il suo è un continuo migliorarsi. Dal 1938 si sposta per varie città italiane insieme alla moglie. A Bari, proprio nel ‘38, partecipa ad una mostra collettiva del “Paesaggio Albanese”. Ma nel 1942 arriva la chiamata alle armi e Domenico si ritrova in Africa dove, a Tobruch, viene fatto prigioniero. I colori del deserto libico gli rimarranno dentro e caratterizzeranno molte sue opere. Rientrato in Italia inizia l’attività espositiva prima a Catania (1945) e gli anni a seguire a Reggio Calabria (un paesaggio del 1949 è tuttora esposto alla Pinacoteca Civica della città dello Stretto). Nel frattempo un altro pittore, Alberto Bonfà (di Bianco), che ha frequentato l’Accademia delle Belle Arti a Napoli, si fa apprezzare per la luce dei suoi paesaggi. Anche per questo motivo, Domenico pensa di creare dal suo cognome una firma originale che lo faccia distinguere dall’altro Bonfà. Inizia così a contrassegnare i suoi primi lavori con un nome d’arte che non abbandonerà più: Fàbon. L’idea gli è suggerita dal poeta reggino Ciccio Errigo, suo amico. Dopo il 1946 Fàbon comincia nuovamente a viaggiare per l’Italia. Affresca chiese e dipinge quadri di una segreta spiritualità, volti di donne misteriose, paesaggi intensi. Nel settembre del 1955 ad Assisi, dopo aver esposto al Palazzo dell’Arte Sacra in una mostra internazionale, Fàbon riceve il diploma d’onore per “alti meriti artistici”. In seguito allestisce le sue opere anche a Genova, Arezzo, Ravenna, Firenze, Messina nonché in Germania, in Francia, in Svizzera, in Argentina ed al Museum of Fine Arts di Montreal (1957). Quotidiani e riviste si mostrano attenti verso questo “pittore mediterraneo”. Ma è nel gennaio del 1956 che arriva l’effettiva consacrazione, con l’esposizione al Pavone Art Gallery di New York. Gli americani riconoscono che: “nato nei pressi di Reggio Calabria, è un completo artista ed un creatore di un originale stile e di un nuovo sistema. Ha una ispirazione creativa con note malinconiche di musico e di poeta. E’ Domenico Bonfà in arte Fàbon. Messosi in luce nell’ambiente artistico europeo egli è un conquistatore di molti elogi e critiche. Orgoglioso e magnifico nella delusione e nella esaltazione artistica oggi egli viene ad incominciare una nuova era nell’arte del dipinto”. I giudizi della stampa statunitense sono ripresi assiduamente dai giornali italiani. L’arte di Fabòn ha ottenuto i meritati riconoscimenti. A Roma, nello stesso anno, alla Mostra Nazionale d’Arte Contemporanea, viene premiato con la medaglia d’oro. Sono anni intensi, caratterizzati da molti spostamenti e continui ritorni in Calabria. Nel 1958, alla III° Mostra Nazionale estemporanea di Ravenna, il pittore consegue una medaglia, il diploma d’onore ed il premio del presidente del concorso. Anche la mostra personale di Arte Sacra (maggio 1961) tenutasi nel Palazzo dell’Arcivescovado di Reggio Calabria è un successo. Il Ministro Umberto Tupini, dopo aver visionato le opere esposte, avrà parole lusinghiere per l’artista. Nel 1966 Fàbon è nominato accademico della “Accademia Tiberina” di Roma per “notevoli requisiti morali, culturali e scientifici”. Nel 1968, difatti, a 56 anni, l’artista viene colpito da una neoplasia maligna che lo costringerà a curarsi a Roma e che gli risulterà fatale. Qualche mese dopo la sua scomparsa, su “Il Giornale d’Italia” del 16 novembre 1969, Paolo Borruto scriverà: “I giudizi, dunque, consacrati dai critici su tutti gli organi di stampa più importanti, ed in tutto il mondo, concordano nel lodare la spontaneità, il vigore, la raffinatezza del gusto, l’arte, le proporzioni, di questo autentico Artista che l’Italia si onora di annoverare tra i migliori dell’ultimo ‘900. Egli presagì la fine. Ne è testimone la sua ultima tela che raffigura un volto egizio che appunta lo sguardo profondo, attonito, su una mummia collocata in una bara. La morte lo colse ancor giovane il 27 agosto 1969”.

 

Da visitare nel borgo;

La Casa-Museo di Saverio Strati

Si trova al centro della piazzetta “Tibi e Tascia” famoso romanzo autobiografico dello scrittore, che qui ambientò gran parte del racconto di questi due personaggi. La Casa di Strati è stata per lungo tempo chiusa, fu poi ristrutturata e aperta al pubblico, grazie all’interessamento del Comune e dei proprietari. All’interno si possono trovare lo scrittorio, dove immaginiamo ancora lo scrittore, dedito al componimento delle sue opere letterarie, e molte raffigurazioni in pannelli che rievocano la vita e le opere di Strati. Oggi la facciata della casa è caratterizzata da un murale che ritrae Saverio Strati e le sue opere più importanti. Punto e snodo cruciale del borgo, a fianco del Museo delle Cose perdute.

 

Il Museo delle cose Perdute

Essa si trova proprio nella piazzetta descritta da  Saverio Strati nel romanzo “Tibi e Tascia” e all’interno custoditi, come in un’esposizione permanente, oggetti della civiltà contadina di cui nessuno ha più memoria. L’artefice e proprietario è l’artista Antonio Scarfone. Le sue opere futuriste, le sue intuizioni, fanno parte di un modo di essere. Egli non insegue la scena o la notorietà, ha solo deciso di aprire a tutti la porta della sua casetta in pietra, da lui stesso ristrutturata. Il Museo delle cose perdute è, pertanto, il simbolo di un mondo dove tutto era strettamente prezioso e necessario, prima che arrivasse il momento di voltarsi dall’altra parte e di aderire “all’orrendo universo del consumo”, convinti, in questo modo, di aver finalmente vinto.

Palazzo Borgia

Palazzo importante, situato nella Rugarandi, con il suo blasone sul portale. Qui si riunirono Rocco Verduci, uno dei 5 martiri di Gerace, ed i suoi seguaci, per la famosa sommossa che lo condusse al martirio il 2 ottobre 1847.  La scultura esterna contemporanea, che rappresenta la libertà è realizzata in ferro dall’artista Antonio Scarfone.

Palazzo Franzè

Palazzo che apparteneva, nel ‘700, alla famiglia Franzè, famiglia di religiosi, ma anche di artisti, infatti i quadri di un Franzè sono a Gerace nella chiesa di Sant’Anna. La casa venne acquisita agli inizi del ‘900 dalla famiglia Sgabelloni. Pietro Sgabelloni, con il fratello si trasferiscono a Roma e Pietro, grande amico di D’Annunzio, diventa un importante giornalista e vicedirettore de “Il Giornale d’Italia”. La sua casa era un salotto letterario, dove si riunivano tutti gli intellettuali romani. Il nipote è un grandissimo filosofo spritualista, Massimo Scaligero, pseudonimo di Antonio Massimo Sgabelloni, appunto. È uno dei firmatari delle leggi razziali, all’inizio aveva aderito al regime, ma poi non si occupa più di politica, ne prende le distanze. Lo stemma sul Palazzo appartiene quasi sicuramente alla famiglia Franzè ed il portone è stato scolpito da un Franzè.

Il museo degli artisti Sant’Agatesi

E’ la dimora delle opere dei tanti artisti nati in questo borgo: Vincenzo Baldissarro, Domenico Bonfà in arte Fàbon, Alba Dieni, Antonio Zappia, Antonio Scarfone, Stefano Germanò, Maria Minnici e Stefano Patti. Una vera pinacoteca, arricchita da opere straordinarie, che mostrano la parte artistica e creativa dei Sant’Agatesi.

 

I Murales di Sant’Agata

Tutto il borgo, la parte più antica è caratterizzata da una serie di opere murarie, che oggi fanno di sant’Agata uno dei borghi rinati, grazie alla lungimiranza dell’Amministrazione Stranieri che ha inteso perseguire una strada verso la valorizzazione del paese grazie alle numerose opere d’arte che colorano e danno voce a questo paese, ai suoi poeti contadini, ai suoi personaggi illustri. Storie di artisti, di scultori, letterati e della gente comune, dal “Ragazzo illuminato dalla luce della storia”, al murale “nascondino e panchina letteraria”, da quello di Tibi e Tascia ispirato proprio dal libro di Saverio Strati, all’ Opera Linfa Vitale; dal Murale “Cinema” con l’effige di Carlo Rossi, uno dei pionieri del settore, a quello indirizzato a solennizzare Dante Alighieri. E così via passando per “via delle porte pinte”. Opere che oggi sono diventate un vero e proprio percorso culturale accomunato dalla possibilità di “riscoprire” la radice storica ed identitaria di un borgo capace di mescolare la bellezza suggestiva dei suoi tipici vicoli

I palmenti rupestri di Sant’Agata

Tutto il territorio è costellato da numerosi palmenti scavati nella roccia, che l’amministrazione Comunale assieme ai suoi cittadini, hanno saputo valorizzare al meglio, consentendo oggi a visitatori e studiosi di poter ammirare queste antiche vasche di pietra che dal periodo magno-greco e passando all’età Bizantina e utilizzati fino al secolo scorso, rappresentano una vera rarità nel complesso territoriale.

 

 

 

 

“Sant’Agata del Bianco è uno dei borghi della Locride che più rappresenta la rinascita e rigenerazione dei luoghi che ha unito CULTURA E BUONA POLITICA. Tutto questo grazie ad un percorso amministrativo, sotto la guida della giunta comunale guidata da Domenico Stranieri, che ha dato un input molto significativo al paese, che in pochi anni è diventato meta di turismo e di viaggi organizzati anche scolastici. Una vera e propria rinascita che è stata imitata da molti centri storici della Calabria che oggi rappresentano quello stimolo in più per riscoprire una regione autentica, fatta di storia, cultura, persone e personaggi che hanno fatto, faranno e continuano a fare “la storia” di questi luoghi”

 

Si ringraziano i Volontari del Servizio Civile Universale – Pro Loco di Brancaleone APS

PROGETTI:

– Sostenibilità Turistica nell’Eco Regione Mediterranea

– Riqualificazione Sostenibile per una Rigenerazione turistica e sociale dei luoghi

-Percorso creativo dei Beni Storici Industriali

Alla scoperta dei Parchi Nazionali e Regionali della Calabria

Non si può parlare della Calabria, senza immaginare le sue coste, i suoi borghi, le sue città, i suoi siti archeologici e le sue peculiarità naturalistiche, inseriti in un contesto variegato e unico.

Le coste, l’entroterra e la montagna della regione rappresentano veri e propri scrigni di storia, cultura e identità, che costituiscono uno dei patrimoni materiali ed immateriali fra i più importanti.

Una di queste, sono i Parchi Nazionali, che rappresentano vaste superfici di zone protette da leggi Statali che ne garantiscono la sua tutela. La fauna selvatica, la biodiversità, i siti archeologici, naturalistici e culturali rappresentati da una miriadi di borghi che costellano i Parchi Nazionali e Regionali, sono l’emblema di una Calabria caratterizzata da un valore storico-culturale, che unito alla gastronomia tipica dei territori, ne costituisce l’alto valore intrinseco di questo patrimonio, da proteggere, tutelare e rispettare.

Analizzando tutte queste risorse presenti nella nostra regione, abbiamo intrapreso un tour virtuale, attraverso la bellezza e le caratteristiche che compongono questa terra.

 

Parco Nazionale del Pollino

Il Parco Nazionale del Pollino situato tra la Basilicata e Calabria tra le province di Cosenza, Potenza, e Matera, con i suoi ettari 192 565 ettari, di cui 88 650 nel versante lucano e 103 915 in quello calabro. Dal 2015, con l’inserimento della lista globale dei geoparchi da parte dell’UNESCO, il parco del Pollino è considerato sito patrimonio mondiale. Il Parco è stato istituito nel 1988 mentre la perimentazione provvisoria è dal 1990, cosi come le misure di salvaguardia. Tra gli anni 1993 e 1994 s’ insediano gli organismi amministrativi e tecnici: presidenza, consiglio di amministrazione e direzione; la sede dell’ente di gestione è ubicata in Rotonda (PZ).

Il parco si estende su 56 comuni (di cui 24 in Basilicata e 32 in Calabria), 9 comunità montane e 4 riserve orientate: Rubbio in Basilicata, Raganello, Lao e Argentino in Calabria. L’emblema del parco è il Pino Loricato; tale specie è presente anche in numerose altre stazioni fitoclimatiche delle montagne balcaniche e greche. Il territorio comprende del Parco comprende in tutto 56 comuni, 24 in Basilicata (22 nella provincia di Potenza e 2 nella provincia di Matera), 32 in Calabria (provincia di Cosenza). Questo territorio si mostra ancora nel suo aspetto più integro e selvaggio offrendo una varietà di paesaggi di straordinaria bellezza. Ogni vallata possiede peculiarità ambientali, paesaggistiche ed antropiche specifiche permettendo di spaziare da distese fiumare pietrose ad alte vette coperte di neve anche nei periodi primaverili, attraversando nella quota collinare i campi agricoli coltivati.

 

Parco Nazionale della Sila

È un’area naturale protetta situata nella provincia di Cosenza, nota perché ospita i bellissimi “Giganti della Sila” o “Giganti di Fallistro”, 58 pini larici ultracentenari. Questi pini dalle dimensioni indescrivibili, arrivano fino ai 45 metri di altezza e hanno un diametro che arriva a toccare anche i 2 metri. Il Parco Nazionale della Sila è una zona protetta situata nel cuore della Sila. La sede del parco si trova a Lorica, mentre il perimetro coinvolge territorialmente tre delle cinque province calabresi, la provincia di Catanzaro, la provincia di Cosenza e la provincia di Crotone. Istituito nel 1997  con legge n. 344, mentre l’istituzione definitiva è avvenuta per decreto del presidente della Repubblica del 14 novembre del 2002, dopo un iter politico iniziato nel 1923, quando in Italia si cominciò seriamente a parlare di aree naturali protette, istituendo i primi parchi nazionali , al suo interno custodisce uno dei più significativi sistemi di biodiversità: simbolo del parco è il Lupo appenninico, specie perseguitata per secoli e fortunatamente sopravvissuta fino al 1971, anno in cui venne eliminato dall’elenco delle specie nocive.

Il parco nazionale della Sila è stato istituito nel 2002 quando lo stesso si dotò di una struttura gestionale ed amministrativa propria il 14 novembre 2002 (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 63 del 17 marzo 2003), dopo un iter legislativo che ne segnò il percorso, ridisegnando più volte i confini territoriali a causa di forti contrasti tra i comuni ricadenti nel Parco stesso. Con la nascita del parco nazionale dell’Aspromonte, che inglobò nel suo perimetro una delle tre aree protette del vecchio parco nazionale della Calabria, nacque la necessità di una forma integrata di gestione di un’area protetta in Sila che coinvolgesse anche le due aree protette rimaste con sede vacante, aree che erano più che altro una sorta di “riserva naturale” anziché delle aree integranti di un parco nazionale, considerate insufficienti al cospetto dell’enorme patrimonio bio-genetico custodito dalla Sila che bisognava tutelare .

 

Parco Nazionale Aspromonte

Il parco nazionale dell’Aspromonte è un parco nazionale che sorge all’interno della città metropolitana di Reggio Calabria, prendendo il nome dal Massiccio dell’Aspromonte. Dal 2021 fa parte della rete mondiale dei geoparchi curata dall’UNESCO. L’attuale parco deriva dalla sezione aspromontana (che si estendeva per circa 3000 ha) del parco Nazionale della Calabria (il quale esistette dal 1968 al 2002). Fin dal 1979 si discusse riguardo alla possibile creazione, nel territorio aspromontano, di un parco nazionale distinto da quello della Calabria, cosa che avvenne nel 1989 con l’istituzione del parco nazionale dell’Aspromonte, che è quindi il 6º parco nazionale ad essere stato istituito in Italia. A seguito della Legge Quadro sulle Aree Protette (6 dicembre 1991) venne prevista la perimetrazione del parco, definita nel 1994 (che considerava un territorio di circa 76000 ha) nonché la suddivisione in zone: il Piano Regolatore, previsto nel 2003, venne approvato nel 2007.

Una successiva perimetrazione, che tolse dalla competenza dell’Ente Parco circa 11000 ha, portò le dimensioni del parco nazionale dell’Aspromonte agli attuali 64.153 ettari, facendogli così perdere il primato di parco interamente calabrese più esteso della regione, in favore del parco nazionale della Sila. Nel 2021 entra a far parte della rete mondiale dei geoparchi curata dall’UNESCO. Una delle caratteristiche peculiari del Parco Nazionale d’Aspromonte, è la ripidità del dislivello, che in pochi chilometri passa dai 1955 metri di altitudine del Montalto al livello del mare. L’ambiente del Parco dell’Aspromonte è dominato da torrenti d’alta quota che prima di trasformarsi in potenti fiumare, danno origine a ripide cascate strapiombanti, come quelle di Forgiarelle e Maesano. Le fiumare aspromontane si presentano con ampi letti di detriti, secchi per quasi tutto l’anno, ma che con le piogge invernali vengono inondati improvvisamente dall’acqua. Lungo il corso di una di queste, la fiumara Bonamico, una gigantesca frana ha dato origine nel 1973 al lago Costantino.

 

Parco Regionale delle Serre

Il parco naturale regionale delle Serre è un’area naturale protetta della Regione Calabria istituita nel 2004. Situato tra l’Aspromonte e la Sila, è percorso da due lunghe catene montuose, da grandi boschi, tra cui il bosco di Stilo, e da corsi d’acqua con cascate come la cascata del Marmarico (la più alta, di 118 m), nel comune di Bivongi, la cascata di Pietra Cupa, sulla fiumara Assi di Guardavalle e le cascate dell’Ancinale.

L’area del Parco è caratterizzata dalla presenza diffusa di boschi e foreste, macchie mediterranee, pascoli, coltura agrarie. Notevole importanza nelle Serre rivestono i luoghi di culto (come la secolare Abbazia dei Monaci Certosini di Serra S. Bruno, una delle poche rimaste ancora in attività, e la tomba di San Bruno di Colonia, fondatore dell’Ordine dei Certosini), gli itinerari ecologici-naturalistici, nonché le testimonianze dell’archeologia industriale dell’epoca borbonica; infine numerose sono le sorgenti, i torrenti e le fiumare. Il clima è di natura mediterranea con inverni miti ed estati calde.

 

Parchi Marini della Calabria

Include diverse località balneari caratterizzate da coste frastagliate e spiagge di sabbia scura finissima e di ciottolato, e zone montane a ridosso delle coste alle pendici dei monti della catena montuosa del Parco Nazionale del Pollino, dell’Aspromonte e della Sila.

Il Parco Marino Regionale della Calabria include diverse località costiere, meglio illustrate e descritte nel precedente itinerario turistico qui:

CLICCA IL SEGUENTE LINK PER ACCEDERE ALL’ITINERARIO DELLE COSTE CALABRESI

https://www.kalabriaexperience.it/itinerario-attraverso-le-coste-calabresi/

  • Riviera dei Cedri 
  • Costa dei Gelsomini (o Riviera dei Gelsomini)
  • Costa Viola
  • Costa degli Dei
  • Costa degli Achei
  • Costa degli Aranci
  • Costa dei Saraceni

 

Itinerario attraverso le coste calabresi

Non è facile immaginare la Calabria lontano dai soliti stereotipi ed itinerari turistici a cui siamo abituati a leggere in continuazione.

Una terra che ha visto per secoli un susseguirsi di vicende, influenze culturali e colonizzazioni che hanno cambiato il suo volto, restituendoci oggi una terra ricca di testimonianze antiche e lasciti culturali importanti, che rappresentano l’anima di un popolo in continua evoluzione.

Non è facile raggiungere la Calabria, godere della bellezza dei borghi, arroccati su montagne rocciose e valli incantevoli, occorre consapevolezza, occorre quella capacità interiore di comprendere appieno l’intimo rapporto uomo-natura di questa terra, bagnata dal mare e protetta dal grande massiccio dell’Aspromonte, della Sila, del pollino.

Terre inquiete, terre che hanno subito trasformazioni geologiche terrificanti, ma che nel contempo riescono a farti subire un fascino straordinario, con contrasti netti, dati dalla varietà delle zone climatiche, dai paesaggi che cambiano forma, colori e dimensioni.

Per la sua straordinarietà, la Calabria, non è semplice riassumerla in poche righe, occorrerebbe scrivere svariate pagine, di storia, cultura, popoli, usanze, enogastronomia, arte e bellezza struggente.

La Calabria è un viaggio appassionante che ti conduce in epoche lontane, fuori dalle logiche turistiche standard, che attraverso un viaggio a ritroso ti porta per mano alla scoperta di una terra selvaggia, che ancora conserva e custodisce preziose risorse e bellezze ancestrali.

Buon viaggio…

La Costa dei Gelsomini (o Riviera dei Gelsomini)

Spesso chiamata anche Locride) è il nome con cui si identifica la zona costiera della provincia di Reggio Calabria bagnata dal mar Ionio. Prende il nome dall’antica coltivazione della pianta di gelsomino, bello e delicato, ma anche robusto e rampicante, diffusa in tutta la provincia reggina, ma in particolar lungo la fascia costiera, tra punta Stilo e Palizzi. I fiori venivano raccolti dalle donne (chiamate gelsominaie) ed esportati in Francia per la preparazione dei profumi. La coltivazione venne introdotta anche in Liguria nel 1928 dalla Stazione sperimentale per le industrie delle essenze e dei derivati dagli agrumi con sede a Reggio Calabria.

Le località più importanti della costa sono otto: Riace, Roccella Ionica, Monasterace, Marina di Gioiosa Ionica, Siderno, Locri, Brancaleone, Palizzi.

Il comune di Riace è assurto agli onori della cronaca per il ritrovamento, nel 1972, di due state bronzee di epoca greca, oggi note come “Bronzi di Riace”.

Riace; il primo documento che parla dell’esistenza del paese risale è al 1562 in merito alla morte del riacese Cristoforo Crisotomo e della sua probabile proclamazione a Santo. In quei tempi la città disponeva di una cinta muraria e di tre porte d’accesso: la Porta di Santa Caterina, la Porta di Sant’Anna e la Porta dell’Acqua. Nei pressi della costa, a circa 8km venne edificata Torre di Casamona per prevenire le incursioni turche, di cui se ne attesta la presenza dal 1583. Rappresentava un importante presidio difensivo che, nel 1500, era parte di una ”cellula” compresa nel Codice Romano Carratelli.

Roccella Ionica; si trova sulla costa dei Gelsomini e sorge probabilmente sull’antica città magnogreca di Amfissa, è bagnata dal mar Ionio e caratterizzata da un territorio pianeggiante verso il mare e collinare nell’entroterra. Nel X secolo il paese venne chiamato “Rupella“, poi “Arocella“, fino al nome in uso di “Roccella”, a causa della sua localizzazione sulla rocca. Vanta origini molto antiche, che si presume risalgano fino all’epoca della Magna Grecia.  Storicamente è stata identificata con l’antica località di Amfissa, ricordata nei poemi del poeta romano Ovidio In contrada Focà è stato ritrovato un edificio a blocchi di calcare e dei reperti in terracotta facenti parte di una presunta tomba monumentale del IV secolo a.C. Al 1270 risale il primo documento che testimonia l’esistenza di Roccella Ionica: in esso è registrata la vendita del castello Donato a Gualtiero di Collepietro da parte di Carlo I d’Angiò. Fu un importante feudo e rocca difensiva della costa, come simboleggiato anche nel gonfalone araldico, che rappresenta il patrono san Vittore di Marsiglia che sconfigge un pirata turco.

Monasterace si pensa che derivi dal greco Μοναστηράκι (Monastiraki), cioè “piccolo monastero”. Si è certi dell’esistenza di un piccolo monastero di rito orientale dedicato a Sant’Eufemia, situato nel centro collinare del Comune in quella vallata dello Stilaro che vide il fiorire del cosiddetto monachesimo basiliano. Niente ha a che vedere con la molto più tarda chiesetta, di epoca angioina, di San Marco, i cui resti persistono nei pressi della spiaggia, in piena area archeologica dell’antica colonia magno-greca di Kaulonìa.

Marina di Gioiosa Ionica è strettamente intrecciata con la storia di Gioiosa Ionica, di cui costituiva una frazione fino al 1948, anno in cui essa si staccò formando un comune autonomo. Le sue origini risalgono perciò alle colonizzazioni greche del VI secolo a.C. della Magna Grecia. Nel 210 a.C. tali colonie passarono sotto il dominio romano.  Secondo alcune ricostruzioni (che tuttavia mancano di riscontri storici e che secondo alcuni sconfinano nella pura leggenda), risale al periodo romano la creazione di un borgo, Romechium, situato lungo la costa tra Locri e Roccella, nella posizione corrispondente all’attuale Marina di Gioiosa Ionica. Tale borgo ebbe il suo massimo sviluppo tra il III e il IV secolo d.C. Esso sopravvisse fino al X secolo, quando le coste calabro-ioniche furono oggetto di devastazioni e saccheggi provocate dalle incursioni arabe. A testimonianza delle vicende passate, rimangono ancora oggi, a Marina di Gioiosa Ionica, i ruderi del Teatro Romano e la Torre Borraca (detta anche Torre Spina o Torre del Cavallaro), che si presume costruita in età bizantina a difesa dalle incursioni arabe. A seguito di queste distruzioni, la popolazione superstite si spostò nell’entroterra, tra il fiume Torbido e le zone collinari a ridosso della costa, e fondò un nuovo borgo: Mystia. Ma nel 986 Mystia fu distrutta dalle incursioni Saracene, costringendo la popolazione a rifugiarsi in una zona ancora più distante dalla costa, a ridosso di uno sperone roccioso che offriva maggiore difesa e dove nacque il nuovo borgo di Mocta Geolosia, da cui trae origine l’attuale Gioiosa Ionica.

Siderno è composta dal borgo antico, posto in collina, denominato Siderno Superiore, e dalla parte moderna, denominata Siderno Marina, sviluppatasi a ridosso della Costa dei Gelsomini Siderno, al centro della Locride è il più grande e popoloso centro abitato presente sulla costa jonica, tra Reggio e Catanzaro. La storiografia e l’archeologia ritengono Siderno un sito di “origine antica”, ma non si hanno informazioni precise circa la sua origine anteriormente al 1220, quando il toponimo compare nei documenti d’età sveva. Il nome potrebbe derivare dalla famiglia Siderones o dal greco Sideros, che indicherebbe l’antico quartiere delle fonderie dell’antica Locri. Alcuni storici ritengono che fu una colonia greca risalente all’VIII-VI secolo a.C. Nel 1250 Siderno fu sotto il dominio dei conti Ruffo di Catanzaro, ai quali seguirono altri feudatari. Il paese subì numerosi danni in seguito al terremoto del 1783 che colpì quasi tutta la Calabria. Con la conseguente ricostruzione la zona costiera iniziò a popolarsi, diventando un importante polo commerciale, sbarco di merci provenienti dai maggiori porti italiani. Nel 1806 Siderno terminò il periodo feudale e, dopo essere stato una contea/frazione di Grotteria e solo nel 1811 divenne comune autonomo. Nel 1869 la sede del comune passò da Siderno Superiore a Siderno Marina.

Locri (llocrii in greco-calabro, Λοκροὶ in lingua greca è un comune italiano di 12.816 abitanti della città metropolitana di Reggio Calabria in Calabria, posto nel territorio della Locride di cui è il centro amministrativo, culturale e religioso. Patria di Zaleuco, primo legislatore del mondo occidentale, e di Nosside, la più grande poetessa magnogreca, Locri, in antichità Locri Epizefiri, è stata un’importante città della Magna Grecia. La storia dell’odierna città è strettamente collegata a quella di Gerace, infatti questi due centri un tempo formavano un unico ed importantissimo comune. Oggi è centro turistico balneare, polo direttivo per l’intera Locride in cui hanno luogo numerosi eventi culturali. La storia di Locri è strettamente legata alla storia di altri due centri sorti nella zona circostante: Locri Epizefiri, polis della Magna Grecia fondata nel VII secolo a. C., e Gerace, città medievale costruita nel IX secolo. Dopo la conquista romana di Locri Epizephiri e a seguito sia delle scorrerie saracene e turche che della piaga della malaria, il sito fu progressivamente abbandonato e gli abitanti si spostarono verso le più sicure colline dell’entroterra dove sorse Gerace. Nel XIX secolo, col ritorno della popolazione verso le zone costiere e grazie anche all’avvento della ferrovia, si sviluppò l’abitato di Gerace Marina, frazione appartenente al comune di Gerace. Gerace Marina acquistò sempre più importanza col trasferimento, da Gerace, di alcune importanti strutture amministrative e commerciali, tra cui il Tribunale e la Banca Popolare nel 1880, fino a divenire comune autonomo nel 1905. A dare ulteriore slancio furono la nascita e lo sviluppo di importanti attività commerciali ed industriali: ad esempio, le Officine Meccaniche Calabresi (OMC), nei primi anni trenta, impiegavano 200 operai. Nel 1934 il comune di Gerace Marina assunse l’attuale denominazione di Locri.

Brancaleone è stata definita “città delle tartarughe di mare” perché sulle sue spiagge, così come su quelle dei comuni vicini, depone le uova la tartaruga comune (Caretta caretta), facendo di questo tratto di costa l’area più importante di deposizione in tutta l’Italia. Le origini di Brancaleone risalgono al VI-VII secolo, in epoca bizantina, ma si pensa che la presenza umana vi fosse già da molto prima nell’antica città di Sperlonga, oggi luogo in cui si trova la vecchia Brancaleone, un bellissimo borgo medievale abbandonato alla fine degli anni ’50. Oggi è possibile visitare i suoi suggestivi resti, come la grotta-chiesa dell’Albero della vita, il sito archeologico dei silos-granai, silos per la raccolta delle acque, la Grotta della Madonna del Riposo con affreschi seicenteschi, Le origini di Brancaleone risalgono al VI-VII secolo, in epoca bizantina, ma si pensa che la presenza umana vi fosse già da molto prima.

Palizzi; dal greco Polischìn, ha avuto un ruolo importante in quanto confine tra il territorio di Reggio e Locri. Negli ultimi tempi il confine è stato accettato grazie al lavoro dell’archeologo onorario S. Stranges, che ha rilevato nel corso di un ventennio una fitta rete di siti di entrambe le appartenenze, definendo con chiarezza la netta linea di demarcazione tra i territori delle due grandi e antiche repubbliche. Ricordato solo nel XV secolo come feudo dei Ruffo fu in seguito dei d’Aragona d’Ayerbe dai quali passò ai Colonna nel 1580. Il castello di origini medievali, fu rifatto come palazzo in grandiose e semplici forme nel Seicento. Molto pittoresco è anche il centro di Pietrapennata, di carattere alpestre; la chiesa di origine medievale (basiliana), ma rifatta nei secoli XV-XVI, conserva la Madonna dell’Alica statua di marmo alabastrino del Cinquecento. Tra i siti paleolitici più antichi d’Europa, villaggio esteso con continuità abitativa risalente a 800.000 anni fa, e Monte Gunì, vi sono similitudini col sito di Caselle di Maida. Rinvenimenti sporadici di punte musteriane di 30.000 anni fa.  Per il neolitico sono moltissimi i siti della facies culturale detta di Steninello, con produzione litica e ceramica di pregevole valore artistico decorata con rombi e losanghe. Presenti diversi siti del neolitico medio e finale. L’età del rame e della prima età del bronzo sono oltremodo presenti con originalità culturali che dovranno essere studiate. Dalla fine del VII secolo a.C.

(non per ultimi sicuramente i comuni di; Bianco, Ferruzzano, Ardore, Bovalino, Sant’Ilario, Caulonia) di cui rinomate spiagge, ed entroterra ricchi di testimonianze storico-culturali e paesaggistiche unite alla gastronomia tipica, fanno di questi comuni affacciati sul mar ionio, tra le località gettonate dal turismo, non solo invernale)

Costa dei Cedri

E’ il toponimo che indentifica la fascia settentrionale litorale della Calabria, in provincia di Cosenza. Il nome stesso deriva dalla diffusa coltivazione del cedro, un agrume antichissimo di cui le radici affondano nell’antichità classica e nell’ortodossia ebraica. Il cedro che cresce in quest’area è per gli ebrei la cultivar più pregiata, tant’è che molti rabbini giungono ogni anno a Santa Maria del Cedro per selezionare i cedri adatti per i rituali di sukkot (festa delle Capanne o dei Tabernacoli). Fra i comuni della costa spiccano, per la produzione di cedro, Santa Maria del Cedro, in cui oggi si concentra maggiormente la produzione, Scalea, Orsomarso, Santa Domenica Talao, Buonvicino e Belvedere Marittimo.

Le località più importanti della costa sono cinque: Praia a Mare, Scalea, Diamante, Cetraro e Paola.

Praia a Mare è una piccola cittadina davvero graziosa e tra le sue attrazioni, protagoniste indiscusse sono senza dubbio le sue spiagge, tra le più popolari e ricercate del versante tirrenico della Calabria.  A questa si affianca inoltre un patrimonio architettonico, in cui spicca il Santuario della Madonna della Grotta: un luogo di raccoglimento e preghiera, nonché meta di pellegrinaggio, incastonato tra grotte naturali.

Scalea, invece raccoglie turisti sia d’estate che d’inverno, che grazie agli ottimi collegamenti ferroviari e autostradali, durante i mesi estivi la città pullula di turisti, attratti dalle bionde spiagge attrezzate e da una città sempre vivace. D’inverno, invece è affollata dagli amanti della natura, che svolgono molte attività all’aperto come il trekking.

Diamante, sorge quasi a metà costa dei Cedri, si tratta di un piccolo borgo di pescatori. Caratterizzato da un fitto dedalo di viuzze, costellato di modeste casette. Si tratta di costruzioni antiche e talvolta, dall’aspetto dismesso, ma è proprio questo a conferire fascino alla città.

Cetraro, il cui nome deriva proprio dalle folte coltivazioni di cedri presenti in quest’area. La spiaggia finissima accoglie numerosi turisti ogni anno, che tra un sorso di vino e una tipica frittura calabrese, possono godere del meraviglioso panorama offerto dal vicino scoglio della Regina.

Paola, ultima località a sud della costa, sorge a novanta metri sul livello del mare, le spiagge sono spaziose con un mare limpido, oltre a questo, la presenza del Santuario di San Francesco da Paola, conferiste alla località un’importanza notevole per il turismo religioso e spirituale che ogni anno ed in tutto il periodo dell’anno accoglie numerosi pellegrini e turisti da ogni parte del mondo.

Costa degli Dei

E’ il nome con il quale si designa un tratto di costa marina del Mar Tirreno meridionale che si estende da Pizzo Calabro a Nicotera, cioè l’intero tratto marittimo della provincia di Vibo Valentia, in Calabria.  Viene chiamata la “Costa degli Dei” perché secondo alcuni miti anticamente avevano dimora gli dei che la scelsero per la sua bellezza paesaggistica.  La costa viene anche chiamata “Costa Bella” per i suoi suggestivi panorami delle Isole Eolie. Lunghe spiagge bianche, si succedono rocce frastagliate creando piccole calette raggiungibili solo a piedi o in barca. In questo panorama Tropea riveste un ruolo importantissimo, che la rende una località di elevata vocazione turistica a livello internazionale, tanto da meritare la dicitura “Perla del Tirreno”, per la sua bellezza paesaggistica.

Le località più importanti della costa sono cinque: Pizzo, Zambrone, Parghelia, Tropea, Ricadi.

Capo Vaticano riveste un punto di riferimento della realtà turistica vibonese e calabrese. Il promontorio di Capovaticano si estende tra il golfo di Santa Eufemia e Gioia Tauro e il tocco di magia sta proprio nel significato del suo nome. La leggenda fa risalire la prima etimologia a una radice ellenica: ai tempi dell’antica Grecia, viveva in una grotta di questo promontorio un’indovina dal nome Manto. Era a lei che si rivolgevano i pescatori e i naviganti, ma anche le donne per conoscere il volere delle divinità. Pare che anche Ulisse in fuga fra Scilla e Cariddi si sia rivolto alla profetessa per conoscere la sua rotta e il suo futuro. Manto deriva dal greco “manteuo”, ossia interpretare la volontà divina. Così Capovaticano prese il nome di Mantineo, lo stesso nome dell’oracolo. L’asprezza e la bellezza di questi luoghi, ha conferito anche in epoca latina una certa sacralità a Capovaticano e al suo litorale, ribattezzato Costa degli Dei. Infatti in latino “vaticinium” significa oracolo ed è riconducibile a una figura in contato con le divinità come l’indovina Manto. Un manoscritto del 1736 attribuisce il nome di Capovaticano a Scipione l’Africano che su questo tratto di costa sconfisse il pirata Grancane; si avventò su di lui urlando “Abbatte Cane”. Da qui il nome Batticane e Batticano. Dagli studi ne risulta che la comunità del luogo è sempre stata legata al commercio marittimo e dal Medioevo ai nostri giorni anche alle coltivazioni dell’entroterra.

Pizzo, cittadina di origine medievale, deve il suo nome alla posizione arroccata sul pendio di una rupe di tufo (pizzu, nel dialetto locale), a strapiombo sul mare.  Nel corso del tempo, nonostante le trasformazioni urbanistiche legate al recente sviluppo turistico, è riuscita a mantenere l’aspetto del tipico borgo marinaro, con un caratteristico dedalo di viuzze e vicoli. La sua fama è legata sia alla pesca e lavorazione del tonno, da sempre base della sua economia, sia alle bellissime scogliere, che incorniciano la candida spiaggia e che si tuffano in acque limpide e trasparenti.

Zambrone sorge su un altopiano a 222 m di altitudine dal mare che dista circa 2 km; il comune con le sue frazioni di San Giovanni, Daffinà e Daffinacello si estende su una superficie di 14,36 km². Il territorio ordinato a terrazzamenti si presenta con valli e profonde incisioni fluviali. Le sue origini risalgono al 1310 quando gli abitanti di Aramoni vennero scacciati dalle pianure del monte Poro per ordine di Roberto d’ Angiò e si rifugiarono sulla costa presso la fiumara Potame. Secondo altre fonti storiche, il paese venne creato attorno al 1300 quando le continue incursioni dei saraceni spinsero gli abitanti di San Giovannello a spostarsi nell’attuale posizione del paese. Dal 1811 è un comune autonomo.

Parghelia confina la rinominata Tropea ed è un comune di 1338 abitanti della provincia di Vibo Valentia. Il paese è quasi interamente ricostruito negli anni venti in seguito al terremoto del 1905 che rase al suolo Parghelia (solo la chiesa della SS. Madonna di Porto salvo resistette al sisma).  Grazie alle sue splendide spiagge (Michelino, La Grazia e Vardano), alle strutture ricettive delle quali dispone e alla sua vicinanza a Tropea è divenuta negli anni una meta turistica di richiamo.

E’ uno dei paesi appartenenti alla costa degli Dei: tratto della indiscutibile bellezza ricadente nella provincia di Vibo Valentia.

Ricadi è un borgo turistico della Costa degli Dei situato a 284 metri di quota s.l.m. La sua costa è tra le più belle d’Italia, in dodici chilometri di spiagge, baie e calette, modellate dai venti e dal mare, si trovano: la baia di Riaci, la spiaggia di Formicoli, quella di Grotticelle, Santa Maria, Santa Domenica, della Scalea, Capo Vaticano, Praia i Focu, a Ficara, i Ziti e molte altre. Il litorale è stato premiato in più occasioni dalla Guida Blu e dalla Bandiera Verde Spiagge. Nel suo territorio ricade la produzione della cipolla rossa di Tropea.

La Costa Viola

La Costa Viola è un’area geografica della provincia di Reggio Calabria immediatamente a nord del capoluogo e rientrante nell’area metropolitana di Reggio Calabria, che sia affaccia sul mar Tirreno e sullo Stretto di Messina. La linea di costa, stretta tra il mare e le montagne, è dominata da alte e frastagliate costiere che con l’altezza di 600 metri sono tra le falesie più imponenti al mondo, oltre che da graziosi e suggestivi anfratti come la “grotta dello Sparviero”. Dal monte Sant’Elia è possibile godere di un superbo panorama con sullo sfondo l’arcipelago delle Isole Eolie e i due vulcani attivi: l’Etna e Stromboli.  Tutto il territorio, è, inoltre, caratterizzato da terrazzamenti coltivati a vigneti a strapiombo sul mare.  Le spiagge e i vari litorali sono tratti rocciosi, a tratti sabbiosi a tratti ghiaiosi, dominati dai crinali dell’Aspromonte e del Monte Poro, che precipitano direttamente in mare.  I fondali marini sono simili a quelli tropicali e presentano un ecosistema ancora integro.

Recentemente sono state scoperte, in prossimità delle coste di Scilla, rare colonie di corallo nero, mentre in quelli di Palmi, nei pressi di capo Barbi, altrettante colonie di corallo bianco.  Di fronte ai lidi di Tonnara di Palmi, si trova il caratteristico “Scoglio dell’Ulivo” così denominato per la crescita spontanea di un albero d’ulivo.

Le località più importanti della costa sono quattro: Scilla, Bagnara Calabra, Palmi e Seminara.

Scilla è una rinominata località turistica situata su un promontorio all’ingresso settentrionale dello stretto di Messina. Il toponimo Skyla richiama un misterioso mostro che sarebbe il responsabile di tempeste scatenatesi sul mare che determinarono la fine di molti naufraghi. Descritta da Strabone come uno scoglio simile a un’isola, Scilla mantiene tutt’ora i tratti di questo paesaggio. Il primo a parlarci di Scilla e Cariddi come di mitici mostri sanguinari fu Omero nella sua Odissea, poema a cui poi tanti antichi scrittori si rifecero data l’autorevolezza della fonte. Nacque pertanto più tardi il detto: “Incappa in Scilla volendo evitare Cariddi”.

Bagnara Calabra; occorre precisare che il toponimo originario è “Bagnara”, il termine identificativo “calabro o Calabra” fu assegnato in seguito all’unificazione d’Italia per distinguerlo da quello di Bagnara di Romagna. La città è situata a pochi chilometri dallo stretto di Messina, in una zona costiera chiamata Costa Viola, lambita a ovest dal mar Tirreno e posta in fondo ad un’insenatura tra le colline a strapiombo sul mare. Il primo nucleo abitativo di cui conserviamo sicura testimonianza storica nasce intorno al 1085, con la fondazione dell’Abbazia Nullius di Santa Maria V.G. e i XII Apostoli ad opera del conte Ruggero I d’Altavilla ed in breve tempo acquisisce un ruolo di primo piano nelle vicende politiche e religiose meridionali. Ipotesi storiche tendono a far risalire le origini di Bagnara al periodo fenicio all’VIII secolo a.C. Tali affermazioni sarebbero, secondo alcuni storici, suffragate dalle tante affinità con questo popolo di navigatori.

Palmi; circa le origini del nome dato a Palmi è costante la tradizione, nei secoli susseguiti alla sua fondazione, che abbia assunto tale denominazione a causa delle numerose palme che sorgevano nel suo territorio; tant’è che con l’indicazione De Palmis, Ruggiero I conte di Calabria specificava di concedere la chiesa di San Georgium, nel 1085, alla Chiesa di Santa Maria e dei XII apostoli di Bagnara Calabra. Dominus Palmae venne chiamata invece dal barone Iacobus De Roto di Seminara nei registri angioini dei baroni di Calabria del 1333 mentre, nei secoli seguenti, gli antichi notari si servirono dell’espressione “Civitas Palmarum”, nel secolo XVI, da Gabriele Barrio venne chiamata “Parma”, mentre da Fra Lando Alberti venne nominata come Palma.  venne pure denominata “Carlopoli” nel secolo suddetto, in onore del duca Carlo Spinelli che la ricostruì fortificata dopo una devastazione saracena, tanto che nel 1567 sono riportati l’appellativo di oppidum (a conferma della fortificazione) e di “Palma nunc Carlopolis” ipotizzando che la nuova Carlopoli fu costruita accanto al vecchio centro abitato. Solamente nel 1669 appare la scritta Palmi, ma col cominciare del XVIII secolo, la città venne chiamata “Palme”, nome che prevalse sempre fino al nuovo assetto del regno di Casa Savoia (1860), in cui si stabilì definitivamente il nome attuale di “Palmi”.

Seminara; A Seminara è legata la figura di Barlaam Calabro, filosofo, matematico, teologo e maestro di greco di importanti letterati italiani come Petrarca e Boccaccio e che qui nacque nel 1290. Inoltre, nel XIII e XIV secolo la Calabria era considerata ancora la Grecia d’Italia e qui ci si recava per apprendere l’antica lingua greca. Una volta giunti a Seminara, da non perdere è sicuramente il centro storico, dove tra i resti delle antiche mura di cinta e del Castello Mezzatesta occhieggiano portali, palazzi e dettagli rinascimentali che raccontano l’importanza cinquecentesca di questa cittadina. Ma non solo. Qui di certo non mancano le attrazioni, fra le quali opere scultoree di grandi artisti come il Gagini, il Mazzolo, Andrea Calamech, oltre che opere pittoriche di notevolissimo pregio del pittore Giovannangelo d’Amato. I più importanti reperti archeologici di Seminara sono senz’altro il borgo di Sant’Antonio, antiche mura di cinta della città, l’Arco di Rosea e i ruderi dell’antico Ospedale, costruito tra il 1400 ed il 1450, nonché il più antico ospedale della Calabria. L’arte qui si mescola alla sacralità e di certo non mancano le architetture religiose, come la Basilica e Santuario di Maria Santissima dei Poveri (1933) un edificio, dal prezioso stile neoromantico che conserva un museo che spazia da preziosi gioielli di arte sacra a reliquie di Santi, opere in argento, in legno, in ceramica e persino in avorio. Preziosissimi abiti talari e la bellissima, unica nel suo genere, venerata statua lignea della Madonna Nera, meglio conosciuta come Madonna dei Poveri. Ma non vi è solo la basilica, anzi, continuiamo con la chiesa di San Marco Evangelista (XVIII secolo), dove al suo interno conserva la statua della Madonna degli Angeli, attribuita ad Antonello Gagini (XVI secolo) e ancora la Chiesa di San Michele, la chiesa di Sant’Antonio dei Pignatari e la chiesa di Sant’Anna, chiesa di San Luigi, chiesa di Maria Santissima Addolorata e quella dedicata a San Giuseppe, ma anche l’iconica chiesa ortodossa dei Santi Elia e Filarete.

La Costa degli Aranci

Corrisponde al tratto di costa ionica della Calabria, compreso tra Steccato di Cutro a nord e Monasterace Marina a sud, che abbraccia il golfo di Squillace. Sono 75 chilometri di litorale calabro, in provincia di Catanzaro, che custodiscono rinomati centri balneari e scrigni di biodiversità. La costa è caratterizzata da lunghe spiagge di sabbia, intervallate da tratti rocciosi che creano scenari di grande suggestione. Intorno pinete, uliveti e aranceti che inebriano dei loro intensi profumi. Sulla costa si susseguono pittoreschi borghi marinari che d’estate attraggono numerosi turisti, mentre sulle colline alle spalle del mare si affacciano antichi borghi medioevali. Tra spiagge e paesini, inoltre, fate caso alle testimonianze della storia che affonda le sue radici nella Magna Grecia. Il golfo di Squillace infatti, strategico per i traffici nello Ionio, attrasse fin dall’VIII secolo a.C. i coloni greci che lungo la costa costruirono templi, agorà e necropoli. Fra i resti meglio conservati oggi si possono vedere quelli dell’antica Kaulon, con le rovine del tempio dorico, nella parte meridionale del golfo, a Monasterace Marina.

Le località più importanti della costa sono sette: Catanzaro, Roccella di Borgia, Squillace, Copanello, Stalettì, Pietragrande, Soverato

Catanzaro si affaccia sul golfo di Squillace, nel mar Ionio, dove secondo alcuni studiosi si trovava il porto del regno dei Feaci, nel quale, come racconta Omero nell’Odissea Ulisse fu accolto e raccontò la sua storia. È conosciuta come la “Città tra due mari”, in quanto è situata nell’istmo di Catanzaro, ovvero la striscia di terra più stretta d’Italia, dove soli 30 km separano il mar Ionio dal mar Tirreno. Ciò consente di vedere contemporaneamente, dai quartieri nord della 4città in alcune giornate particolarmente limpide, i due mari e le isole Eolie. È detta inoltre Città dei tre colli   corrispondenti ai tre colli rappresentati nello stemma civico che sono il colle di San Trifone (oggi San Rocco), il colle del Vescovato (oggi Piazza Duomo) e il colle del Castello (oggi San Giovanni). Il territorio comunale si estende dal mare fino all’altezza di 668 metri. La casa comunale sorge a 320 m. Comprende una zona costiera sul mar Ionio che ospita 8km di spiaggia e un porto turistico; da qui il centro abitato risale la valle della Fiumarella (anticamente detta fiume Zaro), sede di un forte sviluppo urbanistico, fino ai i tre colli: del Vescovato, di San Trifone (o di San Rocco) e di San Giovanni (o del Castello) su cui sorge il centro storico della città e che si ricollegano con la Sila verso Nord. Per la sua particolare orografia il territorio comunale è bagnato dal mare, ma soggetto a fenomeni nevosi d’inverno.

Roccelletta di Borgia si distingue per essere un luogo sospeso nel tempo, immerso tra uliveti incantati e verdi colline che si stagliano verso le acque limpide del Mar Ionio.

Da queste parti è praticamente impossibile non lasciarsi inebriare dal fascino della Magna Grecia, poiché qui ha lasciato una delle testimonianze più importanti della sua presenza.
Impressionati scorci paesaggistici fanno da cornice al grande parco archeologico che si trova in questa frazione, con gli imponenti resti della basilica di Santa Maria della Roccella, del teatro e dell’anfiteatro della colonia romana di Scolacium, città millenaria abitata in tempi antichi dai greci, e molto altro ancora. Visitare questo parco vuol dire scoprire la storia di Skylletion, città della Magna Grecia che divenne una prospera colonia romana:

Borgia, un paesino interamente ricostruito a seguito del drammatico terremoto del 1783 e che, fortunatamente, oggi è un centro ricco di palazzi nobiliari, monumenti, chiese e sculture antiche. Di particolare interesse sono Villa Pertini e le sue Piazza del Popolo e Piazza Ortona. In quest’ultima sorge il duomo del 1852 dedicato a San Giovanni Battista (patrono della città). Borgia vanta anche una zona marina si estende per circa 6km e dove prendono vita paradisiache spiagge di sabbia bianca. Tra le più belle c’è proprio quella di Roccelletta di Borgia che si affaccia sullo Ionio nella Costa degli Aranci. Un piccolo sogno a occhi aperti circondato da una rigogliosa pineta che permette un po’ di refrigerio durante le ore più calde della giornata. Il mare, nemmeno a dirlo, è cristallino anche se subito profondo.

Squillace è un comune italiano di 3.641 abitanti della provincia di Catanzaro in Calabria. È l’antica Skylletion città della Magna Grecia su cui sorse la colonia romana di Scolacium patria di Cassiodoro che vi fondò il Vivarium. Sede di una delle più antiche diocesi del Sud Italia, fu un importante centro greco-bizantino durante l’Alto Medioevo, l’ultimo in Calabria ad essere conquistato dai Normanni. Alla cittadina deve il suo nome il golfo di Squillace, così noto fin dall’epoca magnogreca. Squillace affonda le sue origini nei tempi antichissimi. Il toponimo deriva da Skyllation, il nome della città che ebbe importante funzione di riferimento territoriale, come colonia greca. Il nuovo popolo dominatore costrinse gli abitanti di Scolacium a rifugiarsi in luoghi più sicuri, su un’altura, dove fondarono l’attuale centro di Squillace.

Copanello o Copanello di Stalettì (soprannominata la Perla dello Jonio catanzarese) è una frazione del comune di Stalettì in provincia di Catanzaro, situata lungo la costa jonica della provincia calabrese a sud del capoluogo. È delimitata a nord dal fiume Alessi e a sud dal torrente Lamia. Si suddivide in Copanello alto e Copanello lido. Nel VI secolo, Copanello fece parte dei possedimenti del politico e scrittore latino Cassiodoro (485-580). Questi vi fece costruire il Monastero di Vivarium intorno al 555.

Stalettì nacque tra la fine del XIX secolo ed il XX secolo, il territorio di Copanello alto è passato successivamente dalla famiglia Fazzari alla famiglia Falcone ed in seguito alla famiglia Gatti mentre Copanello lido restava alla famiglia Pepe dal XVIII secolo alla fine del XX secolo, quando divenne proprietà di diversi patrioti (Guglielmo Pepe, Enrico Cosenz, Damiano Assanti, Francesco Carrano, Girolamo Calà Ulloa e Camillo Boldoni) prima di passare alla famiglia dei marchesi Lucifero, di cui l’ultimo proprietario fu Francesco Lucifero. Il Paesaggio di Copanello viene inoltre visitato da Michele Frangella che compone la celebre poesia “A Copanello” esaltando le bellezze della costa e delineandole come un vero e proprio Eden.

Pietragrande è da oltre trent’anni un centro balneare e turistico di altissimo livello. Il mare cristallino, le tante spiaggette, le scogliere incantevoli, le antiche tradizioni storiche, compongono una cornice splendida per una vacanza indimenticabile. Scogliere e dirupi si alternano a spiagge accessibili solo via mare, veri e propri angoli di paradiso.

Soverato; è favorito dalla posizione al centro del Golfo di Squillace e a poca distanza dalle montagne, deve aver attirato degli uomini fin dai tempi più antichi; da quando popolazioni neolitiche abitavano la Calabria centrale. La zona a ridosso della collina dove venne fondato il borgo fortificato fu popolata sin da tempi protostorici da varie popolazioni, servirà l’arrivo dei coloni greci e poi della dominazione romana per poter far crescere economicamente e demograficamente l’intera zona di Soverato. Sotto l’Impero romano la Calabria vive in una oscura prosperità, appena sfiorata dalle guerre puniche e dalla rivolta di Spartaco. L’asse economico e politico della Calabria si sposta sempre di più dallo Ionio al Tirreno, lungo il quale corre la grande strada consolare Popilia che porta in Sicilia. Verso il V, VI secolo d.C. le coste ioniche vengono del tutto abbandonate, e gli abitanti si trasferiscono sui colli. Le cause del fenomeno sono da ricercarsi nell’esaurimento della funzione commerciale, nella malaria e nella minaccia prima dei Vandali dall’Africa e poi degli Arabi.

Costa dei Saraceni

Con il nome di “Costa dei Saraceni” indichiamo un tratto di costa ionica appartenente alla provincia di Crotone, delimitato a nord dal fiume Neto e a sud dal fiume Tacina.

Il territorio comprende, da nord verso sud, le località più importanti della costa sono sei: Cariati, Crucoli, Cirò Marina, Crotone, Capocolonna e Isola Capo Rizzuto.

Cariati è un centro turistico vivamente frequentato, caratterizzato da un paesaggio davvero unico, immerso in una natura rigogliosa a ridosso di un mare limpido e trasparente che le ha fatto aggiudicare la Bandiera Blu ogni anno fin dal 2009. Da visitare assolutamente il Borgo medievale sulla riva del mare, cui si accede da più punti ma che ha il suo accesso principale nella suggestiva “Porta Pia”. Subito dopo questa, inizia il corso XX settembre, la via principale, lungo la quale si trovano il Palazzo del Seminario, costruito nella prima metà del Seicento, la cattedrale di San Michele Arcangelo e il Palazzo Vescovile.

Crucoli è una località posta su un promontorio in cui sono ben visibili i resti di un castello di origine normanna con le sue mura difensive; è molto nota per le proprie attività artigianali, fra cui quella dei tessuti dai bei disegni orientaleggianti. Torretta di Crucoli è la località balneare che appartiene al piccolo comune. E’ costituita da una meravigliosa spiaggia dorata lunga circa 3km, ben attrezzata e orlata da un grazioso lungomare. Il mare che la bagna è limpido e cristallino, di un azzurro brillante, con fondali digradanti, ideali per i bagni estivi.

Cirò Marina è divenuta negli ultimi anni meta turistica rinomata grazie alla bellezza e alla ricchezza del mare, ma è nota anche per gli ottimi vigneti per cui è Città del Vino dal 2000. Le sue spiagge sono tutte lambite da una fitta pineta costiera molto pittoresca. Rinomata e molto frequentata dai turisti è la spiaggia Punta Alice di Cirò Marina, situata nella frazione omonima, caratterizzata da un litorale ampio e molto lungo con sabbia fine e dorata ed un mare trasparente e di un azzurro intenso, con fondali bassi e digradanti. Nelle vicinanze si trova la foce del fiume Neto, un’area di notevole importanza naturalistica poiché ospita aironi ed altre specie di uccelli.

Crotone fu fondata dagli Achei, i coloni greci provenienti dalla regione dell’Acaia (VIII secolo a.C.), in un’area dove si trovava un insediamento indigeno. Divenne molto presto uno dei centri più importanti della Magna Graecia. La città vecchia di per sé, può essere considerata un’opera d’arte perché tutta caratterizzata da stretti vicoli e graziose piazzette, nonché da architetture di maggiore rilievo come il duomo o la piazza Pitagora, nodo tra il centro storico e la Crotone nuova.

Isola Capo Rizzuto che “chiude in bellezza” la Costa dei Saraceni, essendo un luogo davvero unico, con un mare di straordinaria bellezza, ricco di scogliere e madrepore, di reperti storici e culturali, di natura incontaminata. Capo Colonna invece è il promontorio che determina il limite occidentale del Golfo di Taranto, dove sorgeva il tempio dedicato ad Hera Lacinia, di cui, fino a qualche tempo fa, erano rimaste molte colonne. Sfortunatamente, queste vennero poi utilizzate come fonte di pietre lavorate per decorare il castello, il porto e i palazzi nobiliari locali fino a che non ne rimase eretta soltanto una, tuttora presente sul promontorio.

Isola Capo Rizzuto si trova anche la famosissima spiaggia di “Le Castella”, chiamata così perché di fronte ad essa, in mezzo al mare, si staglia lo splendido Castello Aragonese (XV secolo), collegato con la stessa solo per mezzo di una sottile striscia sabbiosa e quando non si ha alta marea. Il mare qui è spettacolare, ideale per gli amanti dello snorkeling, poiché particolarmente cristallino, con fondali bassi e ricchi di anfratti dove si nascondono una miriade di pesci.

 

La costa egli Achei

Con il nome di Costa degli Achei, con chiaro riferimento alla frequentazione achea della zona e relativa fondazione dell’antica colonia di Sybaris, si indica quel tratto di costa dell’alto ionio calabrese compreso tra la foce del fiume Ferro a nord e la foce del Trionto a sud. Tratto costiero che vede proprio in Sibari il suo centro geografico. La costa degli Achei si sviluppa lungo la fascia costiera dell’ampia Piana di Sibari. Il litorale è poi racchiuso tra i possenti rilievi del Massiccio del Pollino a nord e gli ultimi contrafforti della Sila Greca a sud e solcato da una miriade di piccoli ruscelli e corsi d’acqua a carattere torrentizio.

La parte settentrionale della Costa degli Achei, è compresa tra le sette località balneari di: Roseto Capo Spulico, Amendolara Marina, Villapiana, Sibari, Cerchiara, Rossano-Corigliano e Trebisacce, e si sviluppa lungo i contrafforti della Serra Manganile, estrema propaggine orientale del Massiccio del Pollino.  Il litorale risulta quindi ciottoloso e carico di scogliere anche per la presenza di alcuni torrenti come il Pagliara e lo Straface che precipiti si gettano in mare con il loro carico di detriti calcarei. La Costa degli Achei termina in via convenzionale con la foce del Trionto, ma proseguendo a sud si incontrano importanti località balneari della costa ionica come Calopezzati e Marina di Pietrapaola. Le spiagge dell’alto ionio calabrese sono sovrastate dalla imponente mole del Massiccio del Pollino e offrono quindi un colpo d’occhio davvero straordinario. Ma tutta l’area della Piana di Sibari è interessata da importanti ritrovamenti archeologici come il sito indigeno degli Enotri di Francavilla Marittima, l’antica Cossa in località Paludi e la stessa Sibari dove è ubicato il Parco Archeologico omonimo.

Roseto deriva dal latino rosetum vista la diffusione della coltura delle rose in epoca greco-romana, che venivano utilizzate per riempire i guanciali delle principesse sibarite. La specifica “Capo Spulico” fu assunta nel 1970 in riferimento alla vicinanza del paese al Capo Spulico. Fondata attorno al VII secolo a.C., ai tempi della Magna Grecia Roseto era una delle città satellite di Sibari. La Roseto odierna nacque nel X secolo d.C., il principe Roberto il Guiscardo vi costruì tra il 1058 e il 1085 il Castrum Roseti, mentre raggiunse il suo massimo splendore nel 1260 quando fu costruito il Castrum Petrae Roseti (castello di Roseto) dato in feudo ai baroni della Marra. Fu centro di forte presenza albanese già dai primi del Cinquecento. Dopo un periodo di declino e di sottomissione al potere baronale, aggravato dall’Unità d’Italia e dall’emigrazione che ha segnato questa terra nella prima metà del Novecento, nei primi anni ‘70 vennero costruiti i primi “residence”, che aprirono le porte al turismo nello Jonio Calabrese e a Roseto Capo Spulico, che è andata nel tempo sviluppandosi specie nel settore del turismo balneare.

Amendolara; deriva probabilmente dal greco Amygdalaria ossia “mandorlai” per la ricca produzione di mandorle.  Secondo altri invece il nome deriva dal nome di famiglia “La Mendelèa“. Un insediamento degli Enotri dell’età del bronzo è testimoniato da alcuni resti archeologici rinvenuti nel “Rione Vecchio”. Nel VII secolo a.C. l’abitato si spostò nella sottostante pianura, dove Epeo, il mitico costruttore del cavallo di Troia, avrebbe fondato la città greca di Lagaria (resti in località San Nicola). In epoca romana esisteva una stazione di posta della via litoranea che ebbe probabilmente nome Statio ad Vicesimum (a venti miglia dalla città di Thurii) i cui resti (in particolare un sistema di cisterne per l’approvvigionamento idrico) sono stati rinvenuti nella zona dell’attuale “masseria Lista”. Dopo l’epoca romana vi furono fondate un’abbazia bizantina e quindi un’abbazia cistercense, mentre nel territorio sono presenti grotte eremitiche. Intorno al 1000 venne costruito il castello, che passò in successione a numerose famiglie nobili.

Trebisacce è un comune italiano di 8593 abitanti della provincia di Cosenza. Il territorio del comune confina con quelli di Albidona a nord ovest, di Plataci a sud ovest, e di Villapiana a sud, mentre ad est è limitato dal Mar Ionio. Dal 2015 Trebisacce è Bandiera Blu delle Spiagge, l’autorevole riconoscimento europeo assegnato dalla FEE e dal 2018 Trebisacce risulta essere l’unico comune calabrese ad aver ottenuto il riconoscimento di Spighe Verdi dalla FEE. Il nome del paese deriva dal greco trapezikion, ossia “piccola tavola” quindi “tavoliere”, riferendosi alle caratteristiche geografiche del territorio. Nell’ultimo cinquantennio Trebisacce ha raddoppiato la sua popolazione. Dagli anni ’70 gode di uno sviluppo economico e commerciale continuo, che è aumentato ancor di più dagli anni ’90 del XX secolo fino ad oggi, trasformando radicalmente la cittadina, da paese di pescatori fino a metà del ‘900 ad un attivo centro economico-commerciale-turistico della Costa Jonica, l’unico centro dell’Alto Jonio che raggiunge i 10.000 abitanti di popolazione.

Villapiana;

Villapiène in dialetto locale, è un comune italiano di 5.423 abitanti della provincia di Cosenza in Calabria. Ai tempi della Magna Grecia la città era nota come Leutermia. Tale nome fu conservato fino al IX secolo, quando venne, verso l’850, distrutta dai saraceni contemporaneamente a Blanda e Cirella. Intorno al 1300 il borgo fu ricostruito e prese il nome di Casalnuovo che conservò fino al decreto del 4 gennaio 1863, quando assunse l’attuale denominazione. Del periodo feudale è testimone il castello, dove trovarono abitazione i feudatari che si sono succeduti al governo del piccolo paese. Al tempo della Repubblica Partenopea il generale Championnet, incaricato di procedere all’ordinamento amministrativo dello Stato, comprendeva Casalnuovo nel cantone di Tursi, dipartimento del Crati.

Cerchiara:

Tra i paesi dell’Alto Ionio cosentino, compare il comune di Cerchiara di Calabria (CS). Situato a circa 650 m s.l.m. gode di una posizione privilegiata sulla famosa e fertile Piana di Sibari; questa località può inoltre vantare una grande fama in tutto il circondario per l’ottima qualità del pane prodotto nel suo territorio, tanto da fregiarsi del titolo di “Città del Pane“, assegnato da un’associazione che mette insieme diversi comuni italiani che lavorano per far conoscere e valorizzare le diverse tipologie di pane. A Cerchiara vi sono anche tre località, uniche e di notevole interesse. Oltre il centro storico, in cui meritano sicuramente una visita la chiesa di San Pietro e il diruto castello, c’è da citare prima degli altri due importanti siti il Santuario della Madonna delle Armi a circa 13 Km dal paese, costruito e ampliato alle pendici del Monte Sellaro, cima del Parco Nazionale della Sila. La seconda località da non perdere è la Grotta delle Ninfe, acque sulfuree che alimentano un complesso termale dall’omonimo nome. Nella grotta da cui le acque provengono si è creata una piscina con acqua che raggiunge i 30°C già famosa all’epoca della città della Magna Grecia di Sybaris, importante colonia Achea dell’odierna pianura di Sibari sviluppatasi tra il 720 e il 510 a.C. distrutta in questa data dalla concorrente Kroton. Infine ma non meno importante e di un fascino tutto particolare abbiamo sempre nel territorio di Cerchiara di Calabria l’Abisso del Bifurto anche detto la Fossa del Lupo, un inghiottitoio dalla grande rilevanza speleologica e geologica. La tipologia delle rocce del Pollino, prevalentemente carsiche, ha permesso la formazione di simili meraviglie: un “pozzo” verticale profondo quasi 700 m dal livello del suolo. Un importante elemento che fa di Cerchiara un’importante meta per gli appassionati del settore.

Sìbari;

è una frazione del comune di Cassano all’Ionio in Calabria. Fu una delle più importanti città della Magna Grecia sul mar Ionio, affacciata sul golfo di Taranto, tra i fiumi Crati (Crathis) e Coscile (Sybaris), riuniti a circa 5 km dal mare ma con foci indipendenti. La cittadella si basa su un’economia prevalentemente turistica. Sybaris fu fondata tra due fiumi, il Crati ed il Sybaris, alla fine dell’VIII secolo a.C. da un gruppo di Achei provenienti dal Peloponneso. Sibari si sviluppò rapidamente grazie alla fertilità del suo territorio dove si coltivavano olive, frumenti, frutta e si produceva olio. Secondo Strabone, Sìbari fu fondata da Is di Elice. La città perse importanza e nel 193 a.C. i Romani vi dedussero una colonia, cui diedero nome Copia. Nell’84 a.C. fu trasformata in municipio e in periodo imperiale, tra il I e il III secolo d.C., si sviluppò nuovamente. Nel corso del V e del VI secolo iniziò a decadere per l’impaludamento della zona. Un secolo dopo l’area era completamente abbandonata.

Rossano:

impropriamente chiamata anche Rossano Calabro per distinguerla da Rossano Veneto, è un’area urbana di 36 623 abitanti, attualmente parte del comune di Corigliano-Rossano, in provincia di Cosenza, in Calabria. La città è detta anche “La Bizantina” e “Città del Codex”, in omaggio al “Codice Purpureo”, uno degli evangeliari più antichi al mondo, custodito presso il Museo diocesano e del Codex e inserito nella lista dei beni del patrimonio UNESCO nella categoria “Memoria del mondo”. Si presume sia stato ondato dagli Enotri intorno all’XI secolo a.C., passò sotto il controllo magnogreco (VII-II secolo a.C.) e successivamente divenne l’avamposto romano nel controllo della piana di Sibari. Tra il 540 e il 1059 Rossano visse una fase di grande splendore sociale, artistico, culturale sotto il dominio dei Bizantini. Nei secoli successivi passò prima sotto il dominio dei Normanni e poi degli Svevi conservandosi città regia e quindi libera università, fino alla politica di infeudazione seguita dagli Angioini e poi dagli Aragonesi e dagli Spagnoli, sotto i quali si registrò la repressione di alcune ribellioni popolari contro il sistema feudale e le politiche fiscali. Le politiche feudali proseguirono sotto il viceregno austriaco e con i Borbone. A partire dagli anni cinquanta del XX secolo, la città, come altre in Calabria il cui nucleo storico si era sviluppato nell’entroterra in considerazione della salubrità dei luoghi oltre che per i presìdi naturali di difesa proseguì la sua espansione prevalentemente a valle e in pianura, attraversata dalle maggiori infrastrutture di collegamento ferroviario e stradale.

Corigliano;

Le origini di Corigliano sarebbero da riportare all’epoca dell’incursione araba del 977 da parte dell’emiro di Palermo, al Quasim, quando alcuni abitanti della Terra di Aghios Mavros (San Mauro, nei pressi dell’attuale frazione di Cantinella) si spostarono in luoghi più elevati, determinando lo sviluppo del piccolo villaggio di Corellianum (il cui nome indicherebbe un “podere di Corellio”) sul colle secoli dopo denominato “delli Serraturi” (nome derivato dalla concentrazione nella zona di un consistente numero di segantini: la denominazione è stata successivamente adeguata all’italiano nella forma “Serratore”). Dopo la conquista normanna, a Roberto il Guiscardo viene attribuita nel 1073 la fondazione di un castello, con annessa chiesa dedicata a San Pietro. La città si sviluppa progressivamente intorno al castello e alle chiese di “Santoro” e di “Santa Maria”. Durante il XIV secolo vi era stata accolta una comunità ebraica e nella località “Pendino” venne costruito il monastero francescano. Nel XIV secolo fu sotto il dominio dei conti di Sangineto per passare in seguito ai Sanseverino. Un arresto dello sviluppo si ebbe nel XV secolo, a causa del continuo stato di guerra tra Angioini e Aragonesi. Nel 1863 Corigliano prese la denominazione di “Corigliano Calabro” per evitare la confusione con Corigliano d’Otranto. La zona costiera coriglianese con i suoi 12 km di spiaggia costituisce la “freccia” di quell’arco naturale che è la Piana di Sibari, alternando luoghi incontaminati a spazi turistico-balneari attrezzati. La caratteristica di queste spiagge è la presenza, in prossimità della riva, di sabbia e pietrisco di piccole dimensioni alla marina di Schiavonea e di Fabrizio, mentre salendo verso nord, superata la zona del Porto di Corigliano e giungendo ai Salici, questa si presenta soffice, allungandosi dalla pineta sino al mare. I fondali marini, differenti da zone in zone, presentano un habitat completamente sabbioso e fangoso superata una determinata profondità con una gran quantità di specie animali e vegetali. Il borgo marinaro della Schiavonea, oggi grosso centro turistico-balneare della Calabria, vanta la più grossa flotta peschereccia, annoverata come la prima della regione, che trova riparo nel grande Porto di Corigliano interamente scavato nella terraferma lungo la linea di costa. Passando attraverso il territorio di Corigliano è possibile incontrare una enorme varietà di paesaggi e di vegetazione che si rincorrono, tra il mare e la preSila, in poco meno di 5 km.

 

Proposta progettuale, per l’istituzionalizzazione del brand turistico-commerciale “Costa delle Zagare – Capo Sud”

Costa delle Zagare

Erroneamente questo tratto di costa è stata assimilata all’identificazione della “Costa dei Gelsomini”, ma che in realtà avrebbe un unico fattore denominatore poco considerato e mai promosso abbastanza; parliamo del tratto costiero della “Riviera delle Zagare” che in realtà sulle mappe turistiche on line e cartacee non compare, ma si tratta comunque di una fascia che va da Reggio Calabria sino a Capo Spartivento che è caratterizzata dalla presenza di numerosi ed estesi frutteti coltivati ad Aranci e Bergamotti. Questo tratto di costa è la zona più a sud dell’Italia peninsulare e la terza in Europa dopo Capo Tarifa (Spagna) e capo Catapan (Grecia). La presenza di estesi aranceti e bergamotteti sul territorio caratterizza l’area press in esame, oggi purtroppo gli aranceti di un tempo sono ormai desueti, ma il Bergamotto di Reggio Calabria (definito l’oro verde del territorio) profuma ancora di essenze Ed è in continua espansione, grazie alle numerose aziende agricole che si sono formate attorno a tutta la filiera di produzione. Quale miglior occasione sarebbe identificare questa fascia costiera con un appellativo tanto veritiero quanto ovvio?! Sono molte le spiagge presenti nel tratto di costa in questione. Quella di Capo d’Armi, con la rocca a pendio sul mare a Melito Porto Salvo bellissime sono la spiaggia di Annà (che va dal camping stella marina fino alla stazione ferroviaria di Annà) sabbiosa e con strati di ghiaia sulla battigia, un tuffo lo meritano anche le acque antistanti località Rumbolo, dove il 19 agosto 1960 sbarcò Garibaldi con i Mille e dove a pochi metri dalla riva riposa il bastimento Franklyn affondato dopo lo sbarco dalle navi Borbone. Altre spiagge bellissime, sabbiose ed estese si trovano a Marina di San Lorenzo e Condofuri Marina. Di notevole bellezza, è anche la spiaggia che dal lungomare di Condofuri continua fino alla foce della fiumara dell’Amendolea, spiagge bellissime sabbiose e molto ambite dalle tartarughe Caretta Caretta. A Bova Marina, molto belle sono le spiagge e le calette a ridosso Rocca del Capo e San Pasquale così come spiagge caratteristiche si trovano a Palizzi, Spropoli fino a Capo Spartivento, dove il Faro domina la visuale e la costa. Negli anni ‘70/’80 la Pro Loco Melitese su input del suo Presidente Roberto Pansera ed il Rag. Alfredo Palumbo, si era avviata una seria campagna di promozione per l’istituzione del brand – identitario dal nome “Riviera delle Zagare” poi in seguito caduto nel dimenticatoio.

Sarebbe quindi interessante se si riavviassero processi di rilancio dell’idea che all’epoca stava prendendo forma, al fine di promuovere e valorizzare al meglio questo tratto di costa, tra i più caratteristici del basso ionio reggino e dell’area grecanica che coinvolge e la identifica.

 

Itinerario elaborato dai Volontari del Servizio Civile Universale – Brancaleone

Si ringraziano:

Alessandra Sgrò e Antonino Guglielmini e tutti gli autori delle immagini e dei testi.

Leonardo Condemi (Copertina)

 

Alla scoperta dei Castelli dell’Area Grecanica e Locridea

Un viaggio attraverso i castelli e le fortezze dell’Area Grecanica – Reggina  e della Locride!

Il progetto di ricerca e creazioni di itinerari e contenuti del Servizio Civile presso la Pro Loco di Brancaleone (RC) continua. Tantissime le storie da raccontare, i paesaggi da vedere, le bellezze da custodire, complimenti da tutti noi ai ragazzi che hanno curato questo itinerario e buona lettura ai nostri utenti!

CASTELLI E FORTIFICAZIONI “AREA GRECANICA-REGGINA”

1- Castello di Scilla

Il castello Ruffo di Scilla, talvolta noto anche come castello Ruffo di Calabria, è un’antica fortificazione situata sul promontorio scillèo, proteso sullo Stretto di Messina. Il castello costituisce il genius loci della cittadina di Scilla, circa 20 km a nord di Reggio Calabria, e sicuramente uno degli elementi più caratteristici e tipici del paesaggio dello Stretto e del circondario reggino. La prima fortificazione della rupe di Scilla risale all’inizio del V secolo a.C. quando, durante la tirannide di Anassila, la città di Reggio assurse a una notevole importanza, tale da permetterle di ostacolare per oltre due secoli l’ascesa di potenze rivali. Infatti, nel 493 a.C., il tiranno di Reggio Anassila il giovane, per porre fine alle incursioni dei pirati etruschi che lì avevano una sicura base per le loro scorrerie, dopo averli sconfitti col dispiego di un notevole esercito, fece iniziare l’opera di fortificazione dell’alta rocca. Questa divenne per Anassilao un importante avamposto di controllo sulle rotte marittime. Il castello di Scilla si erge sul promontorio che divide le due spiagge di Marina Grande di Chianalea. Data la posizione dominante del castello sullo Stretto di Messina, nel 1913 venne costruito un faro per fornire un riferimento alle navi che attraversavano lo stretto. Il faro di Scilla, una piccola torre bianca con la base nera, è tuttora attivo ed è gestito dalla Marina Militare.

 

2- Castello Aragonese di Reggio Calabria

Il castello aragonese di Reggio Calabria è la principale fortificazione della città, nonostante venga definito “aragonese”, la sua fondazione risale in realtà all’epoca bizantina, tra il IX e l’XI secolo, quando Reggio divenne capitale del Thema di Calabria. In epoca spagnola, per volere di Re Ferdinando I d’Aragona, la struttura subì un radicale cambiamento con l’aggiunta delle due imponenti torri circolari merlate che le conferirono l’aspetto attuale e la denominazione “aragonese” . Sorge nell’omonima piazza Castello tra la via Aschenez e la via Possidonea. Esso è considerato, insieme ai Bronzi di Riace, uno dei principali simboli storici della città di Reggio.

 

3-  Castello Santo Aniceto – Motta San Giovanni

Il Castello di Santo Niceto è una fortificazione bizantina costruita nella prima metà dell’XI secolo sulla cima di un’altura rocciosa, tra quelle che dominano la città di Reggio Calabria, nei pressi di Motta San Giovanni. Edificato durante l’impero romano d’oriente la fortificazione è di fatto un Kastron bizantino che serviva a mettere in salvo le merci (soprattutto la preziosissima seta prodotta nel territorio reggino per sostenere l’economia di Costantinopoli) e tenere al sicuro la popolazione di Reggio durante le incursioni. Rappresenta uno dei pochi esempi di architettura alto medievale calabrese.

4- Castello Amendolea – Condofuri

Il castello Ruffo di Amendolea, fortezza medievale situata nell’omonimo paese nel pieno centro di quella che è conosciuta come l’area grecanica della provincia di Reggio Calabria, sorgeva in un ruolo altamente strategico, in quanto la valle della fiumara Amendolea costituiva in epoca storica il confine tra Locri e Reggio. Le sue origini sono normanne; la fondazione del castello si attribuisce solitamente a Riccardo di Amendolea, un normanno, anche se è presumibile che la sua realizzazione sia avvenuta in più fasi diverse ad opera dei vari popoli che hanno dominato la zona durante il Basso Medioevo. Dall’analisi delle mura, mostranti un vero e proprio martellamento, si ha conferma che il castello fu coinvolto nel XIII secolo nell’opera di abbattimento dei castelli ordinata da Federico II di Svevia nel 1230. Successivamente ristrutturato, nei secoli seguenti il castello fu coinvolto nelle lotte di potere fra nobili famiglie locali, cambiando spesso proprietario. Del castello oggi non rimangono che pochi resti: le mura di perimetro, una torre e quella che un tempo doveva essere una cappella in cui i circa 300 abitanti del castello si recavano a pregare.

5- Castello di Pentidattilo – Melito di Porto Salvo

La fondazione di Pentedattilo, risale all’epoca alto medievale. Tra le prime opere ci fu la costruzione del Castello di Pentedattilo, un castello feudale edificato nel XIV secolo posto a 454 m s.l.m. e distante 32 km da Reggio Calabria.  Alla fine del XV secolo, i Francoperta da Reggio, furono i primi feudatari laici della baronia di Pentedattilo trasformando l’aspetto militare del castello in struttura residenziale. A loro subentrarono gli Alberti di Messina nel 1589, a questo periodo le opere di ampliamento e potenziamento del castello, che venne dotato di baluardi e ponte levatoio. Nel 1760 il feudo passò a Lorenzo Clemente, marchese di S. Luca, ma il terremoto del 1783 danneggiò notevolmente l’abitato ed il castello. Il feudo fu acquistato, nel 1823 dai Ramirez di Reggio, e fu abitato fino al terremoto del 1908, che assieme a frane ed alluvioni fece sì che il borgo pittoresco rimanesse disabitato. I ruderi del castello si modellano sulle asperità della rupe che domina l’abitato confondendosi con la roccia.

6- Castello di Roccaforte del Greco

Non vi sono quindi notizie storiche sulla costruzione del Castello, dalle fonti storiche si evince che Roccaforte. Fu casale di Amendolea, e quindi posta sotto il dominio di tale famiglia fino al 1400. Successivamente fu infeudata ai Malda de Cardona, agli Abenavoli del Franco, ai Martirano, ai De Mendoza, fino agli ultimi feudatari, i Ruffo di Bagnara, che la dominarono fino al 1806. nel rione Castello, è ancora possibile vedere qualche tratto delle mura che cingevano il paese. La parte vecchia ospita il Municipio, proprio dove secondo la memoria popolare sorgeva, a ridosso del precipizio, il castello poi crollato.

7- Castello di Bova

Bova è il centro più importante di quella che è conosciuta come “l’isola grecanica”. Il Castello Normanno dell’antico borgo, in parte scavato nella roccia, risale al secolo XI e sorge sulla cima del Monte Rotondo a circa 827 m s.l.m., in posizione egemone sulla sottostante vallata. Le poche tracce che rimangono della struttura originaria non sono sufficienti per ricostruire lo sviluppo planimetrico della pianta e nemmeno per datare e riconoscere le successive fasi costruttive di tutto l’impianto. Le fonti descrivono un imponente castello fondato in epoca normanna e potenziato nel 1494 dagli Aragonesi. Al Castello si addossavano le mura di cinta della città di cui faceva parte la Torre Parcopia ancora oggi esistente. La Torre, costruita nel X secolo, è posta ad ovest  rispetto all’abitato. Da Reggio Calabria il sito è raggiungibile in circa 52 km.

8- Castello di Palizzi

La rocca fu costruita come baluardo difensivo per le incursioni dei pirati turchi. A riguardo non si hanno dati certi, si suppone che la prima edificazione della rocca potrebbe risalire al XIII secolo ma è probabile che il castello sia stato edificato dai Ruffo nel XIV secolo. Il castello di Palizzi è stato dichiarato monumento nazionale dal Ministero dei Beni Culturali.  Una iscrizione in latino posta sulla porta di ingresso riporta che il castello, nel 1580, era “cadente per vecchiaia”, quindi, negli anni ci furono diversi interventi: l’impianto difensivo venne rimaneggiato dai Romano, dai Colonna e poi dagli Ajerbo nel XVI secolo, dagli Arduino di Alcontres nel XVIII secolo e, nel 1866, divenne un palazzo residenziale per la famiglia baronale dei De Blasio che sul lato ovest edificò un palazzo in laterizio. Venne abitato fino agli anni sessanta dalla famiglia De Blasio che fece anche qualche lavoro di restauro ma venne poi abbandonato e cadde in rovina, perdendo la copertura.

9- Rocca Armenia Bruzzano Zeffirio 

Superato di poco l’abitato di Bruzzano Zeffirio, un borgo della provincia di Reggio Calabria non lontano dalla costa dei Gelsomini, si presenta davanti ai nostri occhi un monolite di arenaria di dimensioni sufficienti ad ospitare un castello. Siamo di fronte a Rocca Armenia. Sulla sommità di rocca armenia sorge il castello di Bruzzano Vecchio o meglio ciò che ne rimane. Il complesso infatti venne danneggiato dai terremoti nel corso degli anni. Ciò che ne rimane rappresenta la storia di un luogo che risale alla fine del X secolo a.C.  Nel 925 divenne quartier generale dei Saraceni. In seguito fu feudo di Giovanni De Brayda dal 1270 al 1305, di proprietà del Marchese di Busca dal 1305 al 1328, dei Marchesi Ruffo dal 1328 al 1456, dei Marullo dal 1456 al 1550, dei Danotto dal 1550 al 1563, degli Aragona de Ajerbe dal 1563 al 1597, degli Stayti nel 1597 e dei Carafa di Roccella fino al 1806. Fu danneggiato dal sisma del 1783 e ridotto a rudere dai sismi del 1905 e 1908. Numerose aggiunte e rifacimenti sono stati effettuati nei periodi storici che si susseguirono dal Medioevo fino ai primi dell’Ottocento.

10- Castello/maniero di Capistrello di Brancaleone

“Capistrello” o in dialetto locale “Crapisteddhu” era un antico maniero Saraceno, poiché in molti luoghi come questo i saraceni convivevano in pace con i locali abitanti Secondo due studiosi tedeschi i due territori cioè Capistrello e Brancaleone, erano molto vicini e divisi dal torrente chiamato “Ziglia”, e si passava da una parte all’altra tramite un ponte passerella (che veniva costruito di giorno e disfatto di notte) una frana più tardi allontanò i luoghi. Degli studiosi riferiscono che vi sono dei resti di mura, probabilmente  di un castello. La struttura è simile ad una piccola fortificazione, in questo luogo si racconta si ricavavano  oro e argento. Oltre alle curiose leggende che aleggiano su questo luogo ,una delle ricorrenti è sicuramente la leggenda che vuole in questo luogo  la presenza della gallina dalle uova d’oro, che i nostri antenati tramandano fino a noi oggi, che potrebbero trovare una spiegazione plausibile dall’ antica estrazione di metalli preziosi in questa zona.

11- Castello di Brancaleone 

Nel punto più in alto e strategico del vecchio borgo di Brancaleone sorgeva un piccolo castello medievale, accessibile solo da un lato attraverso un ponte levatoio. Il castello risale al XIV secolo e fu costruito sopra la chiesa grotta datata tra il Ve VIII secolo d.C. Fu probabilmente costruito dai Ruffo poiché la terra di Brancaleone nel 1364 risulta infeudata a Geronimo Ruffo ed era capoluogo di baronìa con Placanica e Palizzi. Nel XIX secolo il castello venne venduto alla famiglia Terminelli. Il castello era composto da molte stanze e le prime tre erano una dietro l’altra.
Alcune travi erano coperte da travi in legno e altre erano scoperchiate il pavimento era a mattoni e all’interno del castello vi era una cappella intitolata a San Domenico.

CASTELLI E FORTEZZE DELLA LOCRIDE

1- Pietra Castello – San Luca 

Pietra Castello è una delle “pietre preziose” all’interno di quello che è un vero è proprio tesoro geologico: Valle Delle Grandi Pietre, uno dei geositi dell’Aspromonte Geopark UNESCO. Pietra Castello domina , con la sua forma, che ad alcuni ricorda una torre ad altri un indice puntato verso il cielo, tutta la Vallata delle Grandi Pietre. Il panorama che si vede una volta raggiunta la “ Torre d’Aspromonte” è veramente mozzafiato: si vede tutta la Valle delle Grandi Pietre, la fiumara Bonamico e sullo sfondo un azzurrissimo Mar Ionio. Questo luogo fu trasformato dai bizantini in una fortezza per poter controllare il territorio circostante. A testimonianza di questo fatto ancora oggi sono visibili i resti di una cinta muraria , di una chiesetta bizantina e di una cisterna per la raccolta dell’ acqua piovana.

2- Castello di Bovalino Superiore

Il borgo di Bovalino Superiore sorge su uno dei tanti rilievi collinari, naturalmente fortificati, della fascia costiera della Calabria meridionale. Non è nota la data di fondazione della cittadina, che per tipologia d’insediamento risale almeno al X-XI sec.La Terra con cui si identifica il borgo cinto da alte mura, con due porte urbiche di accesso e con al suo interno il castello e la chiesa Matrice dedicata a Maria SS. della Neve e a S. Nicola di Bari, si sviluppa in senso longitudinale secondo un lungo percorso di spina, a cui si attestano le case e i vicoli disposti a pettine. Il castello,di fondazione medievale, è stato danneggiato nella seconda metà del ‘900.I suoi resti sono di grande interesse in quanto testimoniano l’evoluzione dell’architettura fortificata nel ‘400 e nel ‘500.Presenta pianta quadrangolare con fossato, ponte levatoio e bastioni triangolari agli angoli, ambienti coperti a volta disposti su più livelli intorno ad un cortile centrale e una cisterna lungo le cortine murarie

3- Castello di Condojanni

Il castello di Condojanni si trova nei pressi del centro abitato di Condojanni, nell’odierno comune di Sant’Ilario dello Ionio e fu eretto dai Normanni nell’XI secolo sulla cima di un’altura rocciosa, tra quelle che dominano la Locride. Rappresenta uno dei pochi esempi di architettura alto medioevo Calabrese. Il castello, insieme a quelli vicini e simili di Gerace, Stilo, Amendolea, Sant’Aniceto rientrava in un sistema difensivo di età normanna volto a controllare la costa ionica meridionale. Con il passaggio della Calabria sotto il dominio degli Svevi, tale struttura fu ristrutturata ed ampliata, creando il vero e proprio castello, con l’aggiunta di alcune torri rettangolari. Da questo momento vennero scritti documenti che ne danno notizia. Nel corso del XIII secolo il castello divenne il centro di comando del fiorente feudo di Condojanni. Il castello divenne nei secoli proprietà di famose ed illustri dinastie siciliane, tra le quali i Ruffo di Calabria, i Marullo, i Carafa, principi di Roccella.

4- Castello di Ardore

Esiste l’antico Castello Feudale costruito dai baroni di Ardore prima del 1600. E’ un edificio quadrato con quattro torri ai quattro angoli, due rotonde e due quadri. Nel fondo di queste si aprivano dei trabocchetti che, per vie sotterranee andavano a mettere capo, secondo la tradizione, in diversi e lontani punti del territorio, e uno di essi, quello a sud, al Castello Feudale del vicino Bovalino. Il Castello era ben fortificato, nelle torri e nelle mura si vedono, ancora, molte feritoie e, sino al 1847 si conservavano due colubrine. Tra il ponte levatoio e la facciata principale esisteva un bel giardino, che nel 1882 fu espropriato per ingrandire la Piazza Umberto I. Il Castello di Ardore era considerato tra i migliori del circondario.

5- Castello di Gerace

Il castello di Gerace sorge proprio in cima all’amba rocciosa intorno alla quale si sviluppò l’originario centro abitato del paese. Edificato secondo alcuni nel corso del VII secolo d.C. come semplice fortificazione, il maniero esisteva di certo già a metà del X secolo, quando all’arrivo delle truppe bizantine, venne raso al suolo insieme alla devastazione dell’intera cittadina. Il castello, oggi allo stato di rudere, sorgeva sulla rocca più alta a dominio della vallata sottostante. Ristrutturato completamente e potenziato dai Normanni nel XI secolo, esso andò soggetto nel corso del tempo a diverse distruzioni, causate principalmente dai continui e violenti terremoti che investirono questa parte di Calabria. Ad ogni distruzione seguivano puntuali ricostruzioni e rimaneggiamenti. Per la sua posizione in cima alla rupe a dominio della vallata, il castello normanno di Gerace è meta di turisti e visite guidate, nonostante sia oramai ridotto a rudere.

 

6- Castello di Roccella Jonica

Il Castello è situato su un promontorio roccioso a 104 m. s.l.m. e sovrasta l’intero paese. Fondato in periodo normanno da Gualtieri De Collepietro, successivamente la proprietà passò alla famiglia Ruffo per diverse generazioni, poi a Galeotto Baldaxi, un personaggio noto per le sue imprese militari durante la guerra di re Alfonso. In seguito, al marchese di Crotone Antonio Centelles e, infine dal 1479 al 1806, alla nobile famiglia Carafa della Spina, dalla quale è stato in parte rimaneggiato e restaurato. Questo edificio monumentale, potente nella sua struttura, costituì un inespugnabile baluardo, resistendo agli assalti del corsaro turco Dragut Pascià, nel 1553. Numerosi sono i ruderi del nobile palazzo, conservante un magnifico portale litico, sormontato dallo stemma, in pietra calcarea ed eroso dal tempo, dei principi Carafa della Spina. Nel campanile della chiesa era installato un orologio che rintoccava le ore sulla campana, la cui impronta circolare è ancora visibile.

7- Castello di Caulonia

Il castello, che forse, dette il nome alla città e del quale non si conosce il fondatore, fu residenza di Malgeri d’Altavilla. Costruito, comunque, in stile normanno, fu successivamente abitato dalla famiglia Carafa.  In seguito al trasferimento a Napoli dell’ultimo marchese Carlo Maria Carafa, l’antico baluardo fu sede dei castellani fino a quando il terremoto del 1783 lo devastò. “Il castello era di figura esternamente irregolare, fortificato con scarpa e controscarpa, circondato da alcuni torrioni e nei vani anteriori munito con pietre vive e cancelli di ferro”. Munito di milizie e di artiglieri, il castello era separato dalla piazza da un fosso “manofatto”: il collegamento avveniva tramite un ponte elevatoio. Nell’aprile del 1842 i ruderi del castello risultavano di proprietà di un certo Ilariantonio Taranto che, dopo aver coperto il fosso e reso fisso il ponte levatoio, impiantò un filatoio di seta, che durò pochissimo. Nel 1897 i ruderi del castello, passati alla famiglia Gallo, passarono ulteriormente a quella degli Scalisi e così via fino alla famiglia D’Amato, la quale ancora oggi gode del privilegio di abitare all’ombra del vetusto baluardo normanno.

8- Castello di Gioiosa Ionica

Il castello sorge a strabiombo lungo il corso della fiumara galizzi, a cinque chilometri dalla costa, sulla sommità del promontorio roccioso dove nel corso dei secoli ebbe inizio lo sviluppo dell’abitato gioiosano. Il castello è a pianta più o meno triangolare e presenta due torri dislocate agli angoli esposti ad oriente e occidente. L’analisi delle fonti induce a ritenere che la costruzione del castello vada collocata durante il periodo svevo (1194-1265) o nei primi decenni del dominio angioino (1266-1443). Il castello, appartenuto alle famiglie Caraccciolo e Carafa, dalla fine dell’ottocento è di proprietà dei marchesi Pellicano. L’ingresso è posto sull’antico fossato, presso la parete meridionale, e immette in un lungo corridoio che separava le due ale del complesso, l’orientale e l’occidentale. A tale ingresso si accede attraverso un ponte in muratura con annessa scalinata. Al di qua del fossato si trova un edificio signorile che a partire dalla metà del seicento è stato adibito a palazzo baronale e dimora del feudatario.

 

9- Castello di Placanica

Costruito dapprima come monastero intorno al 1300, fu adibito poi a castello durante la dominazione spagnola. Sorse ad opera dei frati basiliani che intorno all’anno Mille salirono lungo il corso della fiumara Precariti. Attorno all’antico monastero sorsero le umili casupole, inglobate nell’odierno rione San Leonardo. L’edificio, per la mancanza di merli e feritoie, ha più l’aspetto di dimora nobile che di fortezza. Fu trasformato in residenza ad opera dei feudatari che vi si alternarono: Caracciolo, De Licandro, D’Aragona D’Ayerbe, Passerelli, i frati domenicani di Suriano e i Musitano. Da questi, per matrimonio, passò ai Clemente di San Luca, del cui feudo faceva parte anche la sontuosa villa di Scinà, oggi proprietà della famiglia Caristo della vicina Stignano. L’ultimo erede del marchese Clemente lasciò il castello nel secolo XVIII; da allora questo decadde e divenne dimora comune per una ventina di famiglie e tale rimase fino a quando la disastrosa alluvione del 1951 non lo rese inabitabile. Difronte alla facciata del castello si trova un giardino, oggi villa Panajia. Sono in corso lavori di restauro dell’edificio.

10- Castello di Stignano

Il castello di San Fili, o casino di San Fili, si trova nel comune di Stignano, nella città metropolitana di Reggio Calabria, in Calabria. Fu costruito agli inizi del XVIII dalla famiglia Lamberti ed è sottoposto a vincolo di tutela dal Ministero dei Beni Culturali. L’edificio venne costruito tra il 1711 e 1720 per volere del capitano Giuseppe Lamberti, patrizio della città di Stilo, e progettato da Vincenzo Lamberti. Il fortilizio sorge in un territorio anticamente denominato “feudo di San Fili”, che aveva fatto parte dei corpi feudali dell’Università di Stilo sino alla metà del XVII secolo, quando era stato acquistato dal napoletano Antonio Pulce e poi rivenduto ad Antonio Lamberti nel 1696. Giuseppe Lamberti, nipote di Antonio, dopo l’edificazione del “casino”, acquistò nel 1721 la vicina torre di guardia di San Fili. Nel 1894 il casino e il suo podere vengono venduti dalla famiglia Lamberti a Ponziano Alvaro, che apporterà all’edificio delle trasformazioni per renderlo più consono all’ uso di residenza.

11- Castello di Stilo

La prima attestazione del Castello Normanno risale al 7 maggio del 1093. La sua nascita segue l’avvento dei normanni nel 1072 d.c., conquistatori del borgo di Stilo. Essi infatti prescelgono il borgo, per la sua posizione strategica a dominio dell’intera Vallata dello Stilaro, come regio demanio, vale a dire città sotto il diretto controllo del re, ruolo mantenuto anche nelle dominazioni sveve, angioine e aragonesi.  Eretto da Ruggero il Normanno nella seconda metà del XI secolo, per meglio dominare la sua città irrequieta, l’affascinante castello medievale, domina incontrastato il territorio circostante. La zona centrale del Castello era una chiesa-cappella con un altare principale e 4 altari adiacenti ai muri del locale. Di questa area, sopravvivono solo alcuni tratti dei muri portanti, ma non è stata ancora stabilita la datazione di questi ultimi. Il Castello era cinto da varie opere di difesa che lo rendevano assolutamente inespugnabile. Nel 2015 è stata realizzata una piccola monorotaia, al fine di favorire l’accesso a questo luogo mozzafiato.

 

 

 

Progetto cura di; Leonardo Condemi e Noemi Macrì (Servizio Civile Universale Brancaleone;  Torri Costiere e Montanare, le sentinelle dimenticate della Calabria).

 

Nasce il progetto Poleis; a Marzo la prima tappa

Nasce il progetto Poleis, dal gergo Greco “Città”. Sono le nuove iniziative culturali che il gruppo Kalabria Experience si prefigge di calendarizzare per l’anno in corso, che si inseriscono nel ricco calendario esperienziale che costituirà una serie di cammini (adatti a tutti e per tutti) inseriti nella programmazione 2023.

Poleis è un contenuto culturale e sociale che mira alla scoperta e riscoperta dei Borghi della Calabria Grecanica e Locridea, che caratterizzerà questo 2023, ricco di sorprese e nuove esperienze tutte da vivere e scoprire.

VI PRESENTIAMO IL LOGO DEL PROGETTO POLEIS

L’idea scaturisce ed è maturata dall’esigenza di narrare il territorio dal punto di vista storico e antropologico, andando a rimarcare quell’identità GREKA che contraddistingue la nascita, la vita e l’evoluzione dei borghi collinari e di montagna della Calabria Ionica, che a partire dall’ellenizzazione della nostra regione, ha mosso popoli e genti nei contesti attuali, su cui si è fondata l’antica radice culturale di questa terra, ricca di tracce di un antico passato, antico e nuovo splendore.

L’Area Grecanica, è un concentrato di borghi tra i più autentici del territorio Aspromontano e pre-aspromontano, che ancora conservano un’identità immutata e doverosamente custodita dagli anziani del posto, veri scrigni di identità e di ricchezza culturale. Qui si fondano le radici della lingua greco-calabra che ha un’enorme bagaglio culturale alle sue origini ed evoluzioni, giunte sino a noi attraverso quel profondo legame che ancora oggi deve la sua rivalsa grazie alle nuove generazioni che hanno saputo mantenere quell’identità vergine e pura attraverso azioni che sui territorio hanno generato un interesse sempre più crescente, arrivato sino ad oggi ad identificare un’area ben precisa e circoscritta che rientra giuridicamente in quella conosciuta come “Area Grecanica”.

L’area della Locride, sarà un tuffo nel glorioso passato e nel tempo, dove i primi coloni greci hanno importato culture, usi, costumi, gastronomia e stili di vita che affondano le proprie origini sin dalla notte dei tempi. La Magna Graecia, le Poleis della Locride, i borghi e le sue straordinarie meraviglie custodite all’interno delle aree archeologiche fra le più importanti al mondo, hanno attraversato anche l’epoca Bizantina, lasciandoci tracce d’arte e di architettura che oggi rappresentano una delle particolarità dei territori del basso Ionio reggino. Tra i resti dei siti magno-greci e borghi medievali contornati da paesaggi di bellezza e storia infiniti.

A queste esperienze, si aggiungono nuovi itinerari ed importanti collaborazioni, perchè cambiano i tempi, ma non lo stile di Kalabria Experience, che da sempre opera sul territorio calabrese ponendosi l’obbiettivo di coinvolgere i veri attori e animatori locali che rappresentano ed hanno sempre rappresentato per noi le vere COLONNE della conoscenza.

Escursioni in natura, attraverso il racconto di storie e leggende, suggestioni, fatti e misfatti. Tutto questo rappresenta una vera UNIVERSITA’ che sarà in grado di offrire non solo giornate piacevoli in compagnia di gente piacevole, ma sarà anche il modo per raggiungere l’obbiettivo di creare una vera e propria AGORA’ di condivisione, di interazione e coinvolgimento umano, nell’ottica della promozione di tutti quei valori materiali ed immateriali che contraddistinguono le zone ed i luoghi che saranno coinvolti.

Dunque, non solo escursioni, ma una vera fucina di idee e premesse, per promuovere tutti insieme il nostro meraviglioso territorio, la “NUOVA MAGNA GRAECIA” che si affaccia al mondo, con un approccio umano, sostenibile e fiducioso di incontrare sul proprio cammino esperienze da vivere, anche quelle dietro l’angolo di casa.

Non resta che attendere Febbraio, che sarà il mese in cui partiranno le nostre passeggiate, tra natura, cultura, storia e identità!!!

 

IN SINTESI LE PROPOSTE DEL PROGETTO POLEIS

1) AgroArcheoTrekking tra i borghi della Vallata La Verde (Casignana, Caraffa e Sant’Agata del Bianco) Marzo

2) La Capitale Morale e Culturale dell’Area Grecanica;  (Bova e Parco Archeologico Archeoderi di Bova Marina) Aprile

3) La Valle degli Armeni; (Brancaleone, Staiti, Bruzzano Vetere, Ferruzzano) Aprile

4) La Vallata dello Stilaro; (Stilo, Bivongi e Pazzano) Maggio

5) La Valle dell’Amendolea; (Amendolea e Gallicianó) Maggio

Esperienze in notturna nei borghi della Valle degli Armeni; (Brancaleone Vetus e Ferruzzano Superiore) Agosto

6) La Locride dei borghi Medioevali; (Caulonia e Gioiosa Jonica) Settembre

7) L’area Grecanica Patria del Vino; (Palizzi e Pietrapennata) Ottobre

8) La Locride Greca e Bizantina;  (il parco Archeologico di Locri Epizefiri e Gerace) Ottobre

 

Il programma delle esperienze in natura, proposte al di fuori del “progetto Poleis” verrà reso noto  all’interno di questo sito e delle pagine facebook collegate a noi.

15 Itinerari spirituali calabresi da non perdere

Il turismo religioso in Italia ed Europa è una vacanza evoluta che non presenta solo profili ludici o culturali, ma vuole cercare emozioni particolari visitando i luoghi religiosi. In Italia, ma anche nel resto d’Europa, questa nuova frontiera del turismo è in forte espansione, in controtendenza all’attuale crisi, e mette a disposizione dei fedeli interessanti offerte per raggiungere le destinazioni più prestigiose.

Perfino le agenzie di viaggio si stanno specializzando per poter al meglio soddisfare ogni tipologia di richiesta, sia per singole persone, sia per gruppi organizzati fornendo adeguate offerte.

Il turismo religioso sta vivendo un momento particolarmente fortunato legato alla possibilità di esplorare territori carichi di fascino e simbologie. Un viaggio religioso è un percorso fatto in modo consapevole; si parte con l’intento della scoperta e dell’arricchimento culturale oltre che religioso. Sono viaggi che escludono le corse frenetiche con itinerari sovraffollati, ma che danno la priorità al piacere della scoperta.

Anche la Calabria, con la sua ricca offerta di siti di interesse, offre una ricca offerta spirituale, che unisce non solo il piacere di scoprire e riscoprire il culto e la devozione ai Santi, ma anche un modo per viaggiare, conoscere luoghi, borghi e territori dal fascino unico ed immutato.

In questo itinerario ne abbiamo selezionato, dieci fra i santuari e i siti di interesse spirituale, che non è una classifica, ma è un itinerario che si pone l’obbiettivo di far conoscere l’essenza stessa di una Calabria mistica e spirituale, che offre, e sa offrire valide alternative turistiche, in grado di competere con i maggiori Santuari.

 

1) Reggio Calabria – Madonna della Consolazione

La festa di Santa Maria Madre della Consolazione, o più comunemente chiamata festa della Madonna della Consolazione, è il principale evento religioso e civile della città di Reggio Calabria. E’ celebrata in onore della compatrona della città. La festa prende avvio la mattina del secondo sabato del mese di settembre con la processione della sacra Effigie, che dalla Basilica dell’ Eremo viene portata alla Basilica Cattedrale. Una seconda processione, che segue un percorso nel centro storico cittadino, avviene il martedì immediatamente successivo. La sacra effige della Madonna, collocata su una pesante vara, viene trasportata in processione dalla collina dell’ Eremo fino al Duomo, dai famosi “portatori”, che a spalla conducono il quadro attraverso un percorso cittadino che si snoda fra ali di folla in preghiera e giubilo.

2) San Luca (RC) Santuario della Madonna di Polsi

Il Santuario Madonna di Polsi (noto anche come santuario della Madonna della Montagna, è un santuario situato presso la frazione di Polsi del comune di San Luca e fa parte della Diocesi di Locri-Gerace. Sulla Madonna si raccontano molte leggende. Una di queste vuole che nel XI secolo alcuni monaci si siano spinti nel cuore dell’Aspromonte, ai piedi di Montalto, dove fondarono una piccola colonia e chiesa. Secondo un’altra versione tradizionale, molto diffusa, nell’XI secolo un pastore di nome “Italiano”, intento a cercare una giumenta smarrita in località Nardello, scorse l’animale che disotterrava una croce di ferro, qui gli sarebbe apparsa la Vergine col Bambino, chiedendogli che fosse costruita in quel luogo una chiesa a lei dedicata. Tutt’oggi all’interno del santuario vengono conservate una statua in tufo di provenienza Messinese, il cui peso sfiora gli 8 quintali, e la Santa Croce, ritrovata dal pastorello “Italiano”. La festa ogni anno si tiene il 3 Settembre, ed ogni 25 anni avviene uno dei momenti più solenni ed attesi dai fedeli, che giungono da tutto ul sud Italia, l’incoronazione della madonna. Altra solennità importante è il giorno dell’Esaltazione della croce il 14 settembre.

 

3) Riace (RC) Santuario dei Santi Cosma e Damiano

La festa dei Santi Cosma e Damiano di Riace è una festa che si svolge dal 25 al 27 settembre ogni anno a Riace (RC) in onore dei santi Cosma e Damiano. La festa avrebbe avuto origine nel 1669 quando a Roma giunsero le reliquie dei due santi, i quali divennero i Patroni della città nel 1734. La festa dei Santi Medici attrae ogni anno una grande affluenza di fedeli e le comunità Rom e Sinti devoti dei santi medici considerati loro protettori le cui radici sono molto antiche e profonde. Arrivano da tutta la Calabria per onorare, anche, il Beato Zeferino Giménez Malla, detto “El Pelé” (1861-1936). Ciò che caratterizza questa festa e la procesisone dalla Chiesa del Paese sino al Santuario, è la processione che è seguita da balli tradizionali come la tarantella suonata con strumenti tipici della tradizione, accompagnata dai balli e soprattutto abiti tradizionali che le comunità Rom o Sinti vestono fanno indossare anche ai bambini in segno di devozione o per grazia ricevuta.

 

4) Paola (VV) Santuario di San Francesco

E’ stato un religioso italiano, proclamato santo da papa Leone X l’1 gennaio 1519. Eremita, ha fondato l’Ordine dei Minimi. Francesco nacque a Paola, in Calabria Citeriore, Regno di Napoli (oggi in provincia di Cosenza). Il 27 maggio 1416 da Giacomo Martolilla, e Vienna da Fuscaldo. La famiglia di Giacomo proveniva da Cosenza, e ancora prima originaria da Messina. Il nome viene dato al bambino in onore a san Francesco d’Assisi, per l’intercessione del quale i due coniugi chiesero la grazia di un figlio, pur trovandosi già in età avanzata. Alcuni anni dopo nacque la figlia Brigida. Fin da piccolo , Francesco fu particolarmente attratto dalla pratica religiosa, denotando umiltà e docilità all’obbedienza. All’età di tredici anni narrò la visione di un frate che gli ricordava il voto fatto dai genitori. Poi trascorse un anno in convento adempiendo alla promessa dei genitori

5) Palmi (RC) San Fantino di Taureana

Il complesso archeologico di San Fantino è un’area ubicata a Taureana frazione di Palmi e prospetta sulla piazza di San Fantino. Composta da una chiesa ottocentesca, dai resti precedenti chiese paleocristiane e medievali e dalla “cripta di San Fantino”, luogo cristiano piu’ antico della Calabria che conservava un tempo le sfoglie del santo. Nel 1952 , nella chiesa di San Fantino già in stato di abbandono per la costruzione nel nuovo luogo di culto in un’altra zona di Taureana, vennero effettuati degli scavi che portano alla luce, in maniera del tutto fortuita, la cripta di San Fantino, nella quale probabilmente era sepolto il santo titolare. Negli scavi del 1993 emersero anche le pavimentazioni anche della chiesa ricostruita nel 1552 dal conte Pietro Antonio Spinelli feudatario di Seminara e Palmi. Di questa chiesa sono state rinvenute le mura interne allineate sull’asse est-ovest con ingresso a nord.

6) Melicuccà (RC) Grotta di Sant’Elia

Secondo la “vita” fonte principale per la sua biografia, scritta da un anonimo monaco e raccolta in unico manoscritto , scritto nel 1308 nel monastero di s. Salvatore in lingua Phari a Messina, Elia nacque a Reggio Calabria da famiglia agiata fra l’860 e l’865. Da bambino in un grave incidente perse una mano e perciò ebbe dai contemporanei il soprannome di (moncherino). Appena diciottenne decise di farsi monaco intraprendendo cosi un lungo cammino spirituale che lo portera’ alla santità. La prima tappa di questo percorso e’ il ritiro a vita eremitica nella chiesa di s. Aussenzio nelle pendici di un monte presso Taormina . Succesivamente Elia, condusse un pellegrinaggio per visitare le tombe degli apostoli Pietro e Paolo a Roma, dove ebbe la possibilità di conoscere l’esperto Ignazio che lo educo’ alla vita monastica. Finito questo periodo di apprendistato Elia rientra nella sua Reghion per unirsi ad uno anziano monaco allora famoso, Arsenio, che viveva al tempo nel monastero di Santa Lucia, è qui che riceve l’abito monacale. Fonte: FAI Fondo Ambiente Italiano

7) Paravati (VV) Natuzza Evolo – Santuario Cuore Immacolato di Maria Rifugio delle Anime

Natuzza Evolo, è stata una mistica, nacque a Paravati, frazione del comune di Mileto. Il padre, Fortunato, qualche mese prima che lei nascesse, nella speranza di poter contribuire economicamente al sostegno familiare emigrò in Argentina, da dove non sarebbe tornato mai più, formando una nuova famiglia. La madre, Maria Angela Valente, rimasta sola con numerosi figli da accudire, si adattò ai lavori più umili per sfamare la famiglia. La bambina non ricevette una particolare formazione religiosa, anche perché la condotta di sua madre era abbastanza chiacchierata in paese. A 14 anni, per aiutare la famiglia ando’ a lavorare come domestica in casa dell’avvocato Silvio Colloca, guadagnandosi subito la fiducia della famiglia . Ma dopo poco tempo Natuzza fu al centro di presunti fenomeni paranormali, quali la visione di persone che erano gia’ defunte. Nel 1941 Natuzza si licenziò da quel lavoro, andò a vivere presso la nonna paterna e pensò di farsi suora, ma questa idea gli fu sconsigliata, proprio perché era protagonista di questi fenomeni “inquietanti”.

Fonte: giornaledicalabria.it

 

8) Cerchiara di Calabria (CS) Santuario della Madonna delle armi

Il santuario di Santa Maria delle Armi, è un complesso monumentale, di origine medievale, della Calabria. Si trova nel territorio di Cerchiara di Calabria alle pendici del monte Sellaro . Il titolo Madonna delle Armi deriva dal greco (Ton armon) ossia “delle grotte, degli anfratti”, con riferimento ad alcune grotte del monte Sellaro. L’odierno santuario sorge su un antico sito monastico bizantino, alle pendici del monte Sellaro, anche noto come monte santo. Già prima nel X secolo si ha notizia nella vita si san Saba di un monachus ascetarii Armon ( un monaco proveniente dall’ascetario delle armi) e, poco distante dell’esistenza del celebre monastero bizantino di sant’Andrea, guidato dagli abati (egumeni) Pacomio e e san Gregorio da Cerchiara. Nel 1192 una ricca donazione in greco di un facoltoso cherchiarese, Gervasio Cabita, menziona, tra gli altri benefici, il monastero femminile di Santa Maria delle Armi e la sua chiesa.

 

9) Serra San Bruno (VV) La Certosa di San Bruno

Bruno era nato a Colonia, in Germania, intorno al 1030. Studiò lettere a Reims e teologia nella sua città natale. Divenuto maestro alla scuola della Cattedrale di Reims, da lui diretta, ebbe fra i suoi allievi, il monaco benedettino Ottone di Châtillon, che nel 1088 diverrà papa con il nome di Urbano II. Fu costretto ad abbandonare la sua terra e la scuola a causa di forti dissidi con il vescovo Manasse di Gournay (1067 – 1082). Il vescovo Ugo di Grenoble che lo aiuterà donandogli un terreno, secondo la tradizione, vide in sogno sette stelle che indirizzavano sette pellegrini in un luogo solitario, nel cuore della Chartreuse, e fu proprio assieme a sei compagni che, nel 1084, Bruno eresse la casa madre: la Grande Chartreuse, dove si dedicherà alla vita contemplativa. Alcuni anni dopo, papa Urbano II lo scelse come consigliere privato e lo convocò a Roma, dove risiedette per alcuni anni. Rifiutata la nomina arcivescovile di Reggio Calabria, Bruno si stabilirà nella località detta La Torre (oggi Serra San Bruno), sulle terre del conte Ruggero d’Altavilla, dove eresse nel 1094 l’Eremo di Santa Maria, mentre a poco meno di 2 km più a valle, fondò per i conversi il Monastero di Santo Stefano. Bruno morì nella certosa calabrese il 6 ottobre 1101.

10) S. Domenica di Placanica (RC) – Santuario della Madonna dello scoglio

La storia di questo Santuario, è legata a doppio filo con quella di Fratel Cosimo, infatti, l’uomo ha più volte ricevuto la visita della Santissima Vergine, la prima volta fu nel maggio del 1968, poco dopo l’imbrunire, mentre Cosimo Fragomeni era intento nel portare agli animali del fieno. In quell’occasione la Madonna gli Chiese di costruire sul luogo della sua apparizione una Cappella, per permettere alle genti di pregare. Altre apparizioni si susseguirono, insieme ad eventi miracolosi, dopo la costruzione della Cappella, Fratel Cosimo chiese ad un pittore di Caulonia di nome Ilario Tarsitani, di dipingere un’immagine della Madonna, secondo la sua visione. In seguito Fratel Cosimo ebbe un’altra visione, da un punto del terreno sgorgava dell’acqua miracolosa, ebbene nell’Ottobre del 2001 durante la Messa, sentì lo scroscio di acqua come quella di una cascata. Cosimo divenne terziario francescano il 17 gennaio 1987 e per circa 10 anni di fila ha ricevuto le visite della Vergine, lui si è sempre appuntato le sue parole e si premurò di consegnarle al parroco.

11) Seminara (RC) Monastero dei Santi Elia e Filarete

Il Monastero dei Santi Elia il Giovane e Filarete l’Ortolano a Seminara, uno dei più interessanti Monasteri Ortodossi presenti nel Sud Italia, che richiamò l’attenzione in passato di regnanti e papi. Secondo la tradizione, Sant’Elia il Giovane ebbe una visione in Antiochia di Siria in cui gli venne indicato dove edificare “l’ascetica palestra”: si trattava dell’antica Vallis Salinarium (Valle delle Saline), l’attuale Piana di Gioia Tauro, in un luogo a due chilometri a nord-est di Seminara. Gli storici datano nell’anno 884 la costruzione del cenobio, inizialmente concepito come asceterio. Presto accorsero i primi discepoli, fra i quali il monaco Saba, e divenne meta di pellegrinaggio. Il monastero imperiale di S. Elia fu assegnato da Roberto il Guiscardo nel 1062 all’abbazia benedettina di S. Maria, nella valle di Nicastro, nel luogo detto di San’Eufemia. Nel periodo normanno il monastero, continuò ad essere un importante luogo di culto, meta di tantissimi pellegrini desiderosi di venerare le miracolose reliquie dei santi protettori del cenobio. Il nome Filarete secondo la tradizione latina significa “pescatore”, mentre secondo quella greca significa “amante della virtù”. Morì nel 1070 e fu seppellito nel cenobio di Seminara che nel 1133 venne dedicato dai latini anche a lui, oltre al fondatore Elia. A Seminara, nella Basilica della Madonna dei Poveri fu custodito un avambraccio del santo in un reliquiario d’argento proveniente dal monastero, e anche il cranio fu rinchiuso in un reliquiario d’argento, probabile lavoro di scuola messinese del 1717.

Fonte; Alfonso Morelli team Mistery Hunters

 

12) Bivongi (RC) San Giovanni Theristis

Il Monastero di San Giovanni Theristis, a Bivongi è l’unico in Italia fondato dai monaci del monte Athos (in Grecia. Il monastero venne intitolato a San Giovanni Theristis perché si racconta che nell’XI° secolo, in questo territorio, sia vissuto San Giovanni, un giovane monaco nato a Palermo, al quale si attribuiscono molti miracoli tra i quali quello dell’improvvisa mietitura del grano a Maroni. Da qui l’appellativo di Theristis, che appunto significa mietitore. Con la costituzione dell’Ordine Basiliano d’Italia nel 1579 l’edificio divenne uno dei maggiori cenobi della congregazione religiosa greco-ortodossa “uniate”. Nel XVII° secolo, a causa delle scorrerie di alcuni briganti, i monaci abbandonarono il monastero e si trasferirono a Stilo nel convento di S. Giovanni Theristis fuori le mura dove vennero traslate le reliquie del “Mietitore” e dei Santi Nicola e Ambrogio. All’inizio del XIX° secolo, in seguito alle leggi napoleoniche, la basilica divenne proprietà del comune di Bivongi e dal 1994 i monaci greco-ortodossi del monte Athos vivono stabilmente nel monastero. Il piccolo monastero con alcune celle , rimane a sinistra del grande portale granitico attraverso il quale si accede al cortile e quindi alla basilica. In fondo al cortile rimangono i ruderi del vecchio monastero. Attualmente ci vive una comunità di monaci ortodossi rumeni.

Fonti: https://borghidellariviera.wordpress.com/il-monastero-bizantino-di-s-giovanni-theristis/

13) Crotone – Santuario della Madonna di Capocolonna

La tradizione di questo Santuario vuole che l’immagine della Vergine sia stata portata a Crotone da S. Dionigi Aeropagita, primo Vescovo di Crotone, e che sia stata dipinta da S. Luca. La sacra l’immagine su tela è probabilmente opera bizantina, nel corso dei secoli ha subito vari restauri ad opera di artisti diversi. La tradizione narra che, nel 1519, i turchi assediarono la città di Crotone mettendo a ferro e fuoco tutto. Nella loro opera di distruzione, essi non risparmiarono gli edifici sacri: distrussero tutto ma, quando provarono ad incendiare la tela della Vergine non vi riuscirono. Intimoriti dall’accaduto, i turchi buttarono il quadro in mare; ma presto, questo riapprodò dolcemente a riva dove venne trovato e portato in salvo da un pescatore. Da allora la sacra icona è conservata presso la cappella ottocentesca del Santuario di Santa Maria di Capocolonna e onorata con una grande festa che si tiene la terza domenica di maggio. L’opera su tela è certamente di stile bizantino. Nel V secolo a.C., dove oggi sorge il Santuario, emergeva un tempio pagano – in stile dorico- dedicato alla Dea Hera Lacinia, che conteneva immensi tesori tra cui la Veste di Alcistene. Sul promontorio Lacinio ora sorge la chiesa dedicata alla Madonna di Capo Colonna: al culto pagano di Hera, la dea più importante dell’Olimpo, si è sostituito il culto cristiano della Madonna regina dei cieli.

14) Gimigliano (CZ) Santuario della Madonna di Porto

Le origini dello splendido e mistico santuario calabrese affonda le sue origini nella storia del giovane ladruncolo Pietro Gatto, e all’anno 1751. Il culto alla Madonna di Gimigliano risaliva tuttavia al 1626, quando il popolo di Gimigliano di proclamare la Vergine di Costantinopoli protettrice del paese per difendersi dalle catastrofi naturali.La Basilica permette infatti l’incontro dei pellegrini con il Signore nel bel mezzo della pace della natura, come vera “oasi” di silenzio, preghiera, incontro, in cui attingere alle sorgenti della Parola e della Comunione. Negli anni infatti il Santuario della Madonna di Porto è diventato uno dei centri più famosi della spiritualità mariana in Calabria, e il messaggio che la Madonna di Porto affida ai suoi pellegrini è piuttosto eloquente. Maria chiede a tutti i suoi figli, infatti, “la conversione come cambiamento di mentalità e comportamenti di vita”.

 

15) Torre di Ruggiero (CZ) Santuario della Madonna delle Grazie

Il Santuario della Madonna delle Grazie, sorge nel cuore delle serre calabresi e trae le sue origini al tempo dell’iconoclastia, quando i monaci basiliani in fuga dall’oriente fondarono in questo luogo una Dacia basilina. Il 17 aprile del 1677 due ragazze del luogo, Isabella Cristello e Antonia De Luca, andarono al Santuario per pregare e qui mentre erano raccolte Isabella guarì dal male che da tempo l’ affliggeva e contemporaneamente le due giovani assistevano alla visione celestiale della Vergine che chiedeva di essere in quel luogo riverita dai popoli vicini e lontani e da quel luogo, Lei avrebbe dispensato abbondanti le sue grazie e i suoi favori. Le grazie nei giorni seguenti si susseguirono senza numero e man mano che la notizia si divulgava, sempre più gente si recava in processione per assistere agli eventi prodigiosi. Distrutto dal terremoto che il 5 febbraio del 1783, 74 anni dopo la Madonna stessa tornò per destare la secolare devozione, apparendo alla contadina torrese, Pascale luna, chiedendo la ricostruzione del Santuario. Ma i mezzi necessari mancavano e così il popolo piano piano dimenticò la promessa della ricostruzione. Il pomeriggio del 10 aprile 1858, sabato in albis, mentre lavorava il terreno nei pressi del Santuario vide zampillare una polla d’acqua e ricordandosi che proprio in quel luogo la tradizione ricordava una fonte, si dissetò e si lavò gli arti doloranti guarendo all’istante. Commosso dal prodigio corse in paese e i torresi capirono che era l’ennesimo segno voluto dalla Madonna per ricostruire il suo Santuario. L’8 maggio dello stesso anno la cuiria vescovile di Squillace autorizzò la ricostruzione della Chiesa che in tempi brevissimi per quel perido fu ultimata e consacrata l’8 settembre 1858. La nuova statua della Madonna delle grazie fu un dono di Vittorio Emanuele II. La festa principale della Madonna si celebra l’8 settembre.
Fonti: FAI Fondo Ambiente Italiano

 

Sono innumerevoli i Santuari e luoghi mistici caratterizzano la nostra regione, in un percorso spirituale che affonda le proprie origini in tempi remoti.

Qui https://www.viaggispirituali.it/santuari-in-italia/santuari-della-calabria/ una lista completa dei luoghi della fede Calabresi che esprime tutto il carattere spirituale e religioso di una regione, da secoli considerata una “terra benedetta”, che diede natali e ospitalità a numerosi Santi, che oggi fanno parte del nostro bagaglio culturale, spirituale, religioso e artistico.

PROGETTO:

Itinerari culturali e sostenibilità sociale nel meridione d’Italia a cura di; Alessandra Sgrò e Antonino Guglielmini.

Copertina a cura di Leonardo Condemi

 

Si ringraziano le fonti e gli autori delle immagini.

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