29 Ottobre AgroArcheoTrekking – Bosco di Rùdina Ferruzzano (RC)

Domenica 29 Ottobre AgroArcheoTrekking – Kalabria Experience vi porta alla scoperta  del Bosco di Rùdina (S.I.C.) e del magico borgo di Ferruzzano (RC). Un’escursione naturalistico-culturale affascinante di scenari fiabeschi e completamente immersi nel silenzio del bosco e della sua rara vegetazione, tra palmenti di pietra e panorami mozzafiato, alla scoperta della storia e dei popoli che hanno caratterizzato questo territorio.

Il Bosco di Rùdina, posto nel territorio di Ferruzzano, costituisce un vero e proprio “unicum” per i botanici in quanto è uno degli ultimi esempi di macchia mediterranea in cui, grazie a particolari condizioni microclimatiche, la biodiversità vegetale e animale sono rimaste quasi intatte nei secoli nonostante l’azione plurimillenaria dell’uomo. E’ un sito S.I.C. (sito di interesse comunitario), il suo interesse naturalistico si basa sul fatto che esso conserva ancora un livello di naturalità molto elevato, testimoniato dalla notevole articolazione tipologica, ed inoltre rappresenta un ultimo esempio di vegetazione forestale mediterranea di bassa quota presente sul versante jonico dell’Aspromonte, dove, la particolare conformazione morfologica, con l’esposizione prevalentemente a Nord. Qui crescono esemplari di piante endemiche quali farnetto, Carpino, Leccio, la sughera, la Roverella di Virgilio, la roverella di Dalechampi, l’orniello, l’acero trilobo, l’acero napoletano, l’olmo, ecc.. Il sottobosco è caratterizzato da arbusti sempreverdi come lentisco, mirto, erica, corbezzolo, ecc. L’interesse storico del Bosco di Rùdina è legato alla presenza di numerosi palmenti scavati nell’arenaria (circa 200), manufatti di paleoviticoltura testimonianti una lunga stratificazione di civiltà diverse, da quella ellenica a quella bizantina.

DESCRIZIONE

Preso il sentiero a sinistra si entrerà direttamente nel “Bosco di Rùdina”, in uno scenario fiabesco ammantato di muschio. Qui i primi palmenti in pietra ci sorprenderanno per la loro storia e le antiche origini, illustrate delle nostre guide esperte. Si proseguirà immersi nella fitta vegetazione dalle più svariate specie di piante ed alberi, in uno scenario incontaminato e immerso nel silenzio. Ci si immette per una mulattiera che scende lievemente attraversando una zona caratterizzata da sistemi a terrazzamenti in pietra a secco, dove potremo ammirare alcuni esemplari di alberi da Sughero. Da qui a breve si arriverà in loc“Carrì” dove visiteremo i ruderi della chiesetta di “Santa Maria degli Armeni” e questa breve sosta, attraversando un antico casolare “Casale Cafari” imboccheremo un sentiero che attraversa uliveti e vigneti, di qui a breve su una leggera salita raggiungeremo il punto di partenza in loc. Zaccaria, quindi presso l’area attrezzata pic-nic per la pausa pranzo dove effettueremo una gustosissima degustazione di prodotti tipici del luogo di produzione dell’Azienda Panzera

 

PROGRAMMA:

Ore 08:45 Raduno a Ferruzzano Marina  Bar Il ritrovo Via Giacomo Matteotti – (SS106)  QUI COORDINATE GPS
Ore 09:00 Partenza per il Borgo di Ferruzzano e parcheggio automobili.
Ore 09:30 Partenza escursione, si arriverà al bosco dopo circa 1km di strada
Ore 13:00 Degustazione di prodotti tipici dell’Azienda Panzera area pic-nic bosco di Rùdina (salumi, formaggi, vino)
Ore 14:30 Risaliremo verso Ferruzzano Superiore, giunti al borgo effettueremo una visita immersiva all’interno dei vicoli più caratteristici del paese, dove potremo ammirare gli splendidi scorci e panorami mozzafiato.
Ore 16:30 Fine e saluti

 

ATTREZZATURA CONSIGLIATA:

Scarponcini da trekking, k-way, impermeabile, cappellino, occhiali da sole, indumenti a strati e comunque adatti al periodo climatico, borraccia d’acqua (1/5 lt), snack o spuntino, sacchetto per i propri rifiuti, indumenti di ricambio (facoltativi), macchina fotografica o smartphone.

 

SCHEDA TECNICA:

Escursione di tipo: E (Escursionistico)
Difficoltà: Media
Percorso: a padella 7KM (A/R)
Tempo di percorrenza: 6h (soste incluse)
Degustazione tipica: Area Pic-Nic (Azienda Panzera)
Quota di partecipazione: 15€ (incluso degustazione)

 

ADESIONI :

Prenotazione obbligatoria entro e non oltre il 28 Ottobre tramite messaggio Whatsapp al numero 3470844564 fornendo i propri dati anagrafici (nome e cognome)

 

*Non è prevista alcuna formula assicurativa infortuni, salvo essere già in possesso, pertanto gli organizzatori si ritengono esonerati da qualsiasi responsabilità civile o penale che possa derivare dall’escursione.

8 Ottobre 2023 – Uniti per la Solidarietà 2023 – VI Memorial Elita

Torna per il sesto anno consecutivo l’evento “Uniti per la solidarietà in memoria di Elita”, evento escursionistico e benefico, che si prefigge di raccogliere fondi a favore dell’Hospice Fondazione Via delle Stelle di Reggio Calabria. L’iniziativa si inserisce a pieno titolo nell’ambito del progetto: AgroArcheoTrekking, patrocinato da: Promozione Italia APS in collaborazione con Ente Promozione Italia. Domenica 8 Ottobre il gruppo di promozione territoriale Kalabria Experience unitamente alle associazioni escursionistiche e culturali: Aspromonte Wild, C.A.I. Sez. Reggio Calabria, FIE Calabria, Kiwanis Club Apsias Reggio Calabria, Fare Verde Reggio Calabria, Trekking for Service, SudTrek, Magna Graecia Outdoor, Amici di Montalto, Camminare Liberi, Porpatima Trekking, Ass, Vincenzo Luca Romeo, TerrAlchimie, Ass. Fossatesi nel Mondo, Pro Loco Reggio Sud- Bocale, Pro Loco di Brancaleone, Servizio Civile Univesale Pro Loco Brancaleone APS, con il Patrocinio di:  Parrocchia Santi Cosma e Damiano di Masella, IG Reggio Calabria, Area 51 Sport Fitness,  invitano tutti coloro che desiderano contribuire alla raccolta fondi per l’Hospice di Reggio Calabria a partecipare a questo evento che sarà anche un modo per ricordare Elita, una ragazza scomparsa sei anni fa che amava il trekking, la natura e l’escursionismo.

DESCRIZIONE

La giornata vedrà un percorso ad anello lungo 6.5km di difficoltà medio/facile, tra campagne e boschi di Eucalipto, muretti a secco e prati pascoli solcati da stradine mulattiere che ci porteranno alla scoperta di uno dei geositi più affascinanti del territorio, un unicum della Costa Ionica che ci racconterà, storie, leggende e vicende legate a questo luogo. L’escursione prevede anche la visita e sosta pranzo presso la località “castelletto” che ci permetterà di ammirare una bella realtà accompagnata dall’accoglienza calorosa delle associazioni locali che ci permetteranno di degustare i prodotti tipici locali. Nel pomeriggio si farà rientro a Masella (punto di partenza) per condividere con la comunità di Masella la gioia di una bellissima giornata pregna di significato, concluderemo con l’annuncio ufficiale del devoluto con la consegna dell’assegno recante l’importo devoluto alla Fondazione Via delle Stelle – Hospice RC

 

PROGRAMMA:

Ore 09:00 appuntamento a Masella (Frazione di Montebello Ionico) la Chiesa Parrocchiale.

  • Dopo la registrazione e consegna dei gadget a tutti i partecipanti, si partirà con l’escursione in un percorso che ci condurrà alla volta del Geosito delle Rocche di Prastarà.
  • Breve sosta presso la cappella dei Santi Cosma e Damiano, dove si metterà a dimora un albero, simbolo della giornata e per la memoria della nostra cara amica Elita, si ripartirà verso la destinazione.
  • Raggiunto il Geosito, dopo la visita nel suo complesso geologico, si proseguirà in località “castelletto” dove, oltre ad essere accolti dal proprietario e dalle associazioni locali che ci daranno l’opportunità di degustare i prodotti tipici locali.

Ore 14:30 si ripartirà per il rientro a Masella, attraverso un percorso che si snoderà fra le campagne ed i boschi di macchia mediterranea.

Ore 15:30 circa arrivo a Masella

  • ad attenderci saranno la comunità di Masella con il Parroco Don Giovanni Zampaglione per un discorso finale e l’annuncio pubblico del totale devoluto alla Fondazione Via delle Stelle di Reggio Calabria

 

SCHEDA TECNICA:

Tipo di escursione: ad anello
Difficoltà: E (Escursionistica)
Fondo: Mulattiere, terra battuta
Lunghezza: 6,5km (A/R)
Durata: 6 ore c.ca (comprese le soste)
Acqua potabile: presente solo al punto ristoro
Dislivello: 200 c.ca

 

QUOTA DI PARTECIPAZIONE:

Offerta di Beneficenza: Min. 10€
Quota per la degustazione: 5€ (facoltativa)

 

COME PARTECIPARE?

Per partecipare all’iniziativa l’organizzazione come ogni anno ha attivato un numero telefonico 3470844564 a cui è possibile prenotare inviando (nome e cognome) con messaggio WhatsApp (ENTRO E NON OLTRE IL 6 OTTOBRE)

I soci delle Associazioni o le Associazioni invitate e/o coinvolte, possono comunicarlo attraverso i propri referenti al numero indicato almeno 3 giorni prima dell’evento.

 

ATTREZZATURA CONSIGLIATA:

  • abbigliamento a strati secondo la stagione
  • scarponcini da trekking (NO sneakers o scarpe con gomma liscia)
  • pantaloni lunghi
  • poncho o k-way
  • giacca a vento
  • zainetto
  • borraccia (almeno 2 lt)
  • snack energetici (frutta secca, biscottini, etc)
  • bicchiere personale (No plastica usa e getta)
  • bastoncini da trekking
  • cappello o berretto con visiera
  • sacchetto biodegradabile per l’immondizia
  • cambio completo da tenere in auto

 

SARA’ POSSIBILE ANCHE DONARE A DISTANZA: Con Bonifico o Ricarica PostePay:

INTESTATA A: Carmine Verduci (quale referente dell’iniziativa)
Codice Fiscale: VRDCMN84S30F112N
IBAN: IT52I3608105138299083099086
CAUSALE: Uniti per la solidarietà 2023

 

L’escursione è libera e aperta a tutti!

Non è prevista alcuna formula assicurativa infortuni, salvo essere già in possesso, pertanto gli organizzatori si ritengono esonerati da qualsiasi responsabilità civile o penale che possa derivare dall’escursione.

Domenica 24 Settembre alla scoperta dei borghi di Caulonia e Gioiosa Ionica

Settembre riparte con il progetto #Poleis, alla scoperta di due borghi della Locride davvero belli e interessanti.

Domenica 24 Settembre Kalabria Experience propone questa bellissima passeggiata fotografica e culturale alla scoperta delle bellezze architettoniche ed urbanistiche di Caulonia e Gioiosa Ionica.

Due percorsi davvero eccezionali, che attraverso i vicoli medievali e la storia di questi luoghi ci catapulterà indietro nel tempo. L’idea di questa passeggiata, ripropone l’idea che abbiamo di promuovere il territorio attraverso gli occhi dei fruitori, che mediante foto, video realizzati con i consueti dispositivi (smartphone o fotocamere) riusciranno ad invadere il web, per raccontare gli straordinari scorci di questi territori e borghi.

PROGRAMMA:

Ore 09:00 Incontro con i Partecipanti a Caulonia Marina, svincolo (rotatoria per Caulonia Superiore) Vedi link google maps https://goo.gl/maps/iczmMiNZn6RfVF1w9
09:30 Partenza con le proprie automobili per il borgo di Caulonia
Ore 09:50 arrivo previsto a Caulonia, parcheggio auto e visita: Palazzo Asciutto Ieraci, Chiesa dell’Assunta, Piazza Mese, Chiesa del Rosario, Affresco Bizantino e chiesa dell’Immacolata
Ore 12:00 Rientro alle auto, e partenza per Gioiosa Ionica
Ore 13:00 Pranzo presso Agriturismo Il Solitario
Ore 15:30 trasferimento al centro storico di Gioiosa, visita: Fontana Ferdinando I°, Santuario di S. Rocco, chiesa del Rosario, Palazzo Amaduri, Palazzo Baroni Macrì, Porta Falsa, Castello Pellicano (in esclusiva aperto per noi dai suoi proprietari).
Ore 17:00 Rientro in Piazza Plebiscito con degustazione del famoso “Pezzo duro Gioiosano”, tipico gelato D.O.P.
Ore 18:00 Fine e Saluti.

COSTO ESPERIENZA

Quota di Partecipazione: 15€ a persona (minori di 12 anni riduzione del 50% della quota)

Quota Pranzo 20€ a base di un antipasto casereccio, un primo e bevanda inclusa (comunicare eventuali allergie o intolleranze alimentari in tempo utile)

CONSIGLIATO:

Scarpe comode, abbigliamento a strati e adatto al periodo climatico, occhiali da sole, cappellino, borraccia d’acqua personale, smartphone o fotocamera.

PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA:

Entro e non oltre il 21 Settembre inviando un messaggio WhatsApp o telefonando al numero 3470844564 (con il proprio nome e cognome) ed eventuale adesione al pranzo.

NOTE ORGANIZZATIVE:

  • Il programma è a titolo semplificativa, tuttavia è possibile che durante la giornata possono verificarsi eventuali variabili agli orari indicati.
  • L’organizzazione si esonera da ogni tipo di responsabilità, derivante da infortuni o smarrimento di oggetti durante l’attività di visita.
  • Le visite guidate saranno condotte da Guide professioniste ed esperti del territorio, pertanto, il partecipante è pregato di seguire le istruzioni degli organizzatori, senza iniziative estemporanee.

 

Domenica 2 Luglio Il progetto Poleis alla scoperta dei Tesori della Valle dello Stilaro

Domenica 2 Luglio maggio il progetto Poleis – Kalabria Experience propone uno straordinario itinerario alla scoperta della “Vallata dello Stilaro” sulle orme dei padri Bizantini.

Un itinerario trai più affascinanti della Calabria ionica, che ricalca il percorso dei monaci greco-bizantini che in questo territorio hanno lasciato profonde tracce del loro passaggio, attraverso le testimonianze monumentali e spirituali presenti nell’intera vallata.

Un tour completo, affascinante e gradevole, adatto anche alle famiglie che prevede un’intera giornata a spasso fra i borghi di Stilo, Pazzano e Bivongi che permetterà di conoscere le bellezze storico-monumentali del territorio, come la Cattolica di Stilo, il Santuario della Madonna di Monte Stella ed il monastero Bizantino di San Giovanni Theristis a Bivongi.

 

PROGRAMMA:

Ore 09:30 Incontro dei partecipanti a Monasterace marina (Piazza Stazione ) LINK APPUNTAMENTO
Ore 09:45 Partenza per Bivongi e visita guidata l’Abbazia di San Giovanni Theristis
Ore 11:30 Trasferimento a Monte Stella – Visita all’eremo di Santa Maria della Stella
Ore 12:30 Pausa pranzo (a sacco) presso area attrezzata di Monte Stella
Ore 15:00 Partenza per trasferimento a Stilo – visita guidata alla Cattolica di Stilo
Ore 17:30 Fine e saluti.

(Gli spostamenti tra un luogo e l’altro, avverranno con mezzo proprio)

 

QUOTA DI PARTECIPAZIONE:

  • 20€ a testa (che include visite guidate e ingressi: Cattolica di Stilo e Eremo di Monte Stella)
  • 15€ Quota giovani sotto i 18 anni (che include, quota di partecipazione e ingressi)

 

SI CONSIGLIA:

Scarpe comode, indumenti adatti al periodo e alle condizioni climatiche, cappellino, occhiali da sole, crema solare, pranzo a sacco, borraccia d’acqua, eventuali indumenti di ricambio.

 

PER PRENOTARE:

Confermare la propria adesione al programma telefonare al numero: 347-0844564 o in alternativa mandando un messaggio WhatsApp con i nominativi (nome e cognome) entro e non oltre il Martedì 30 Giugno.

 

Sant’Agata del Bianco (RC) La Ri-generazione culturale di un borgo attraverso l’arte e la letteratura

La fondazione di Sant’Agata del Bianco è legata a suggestive leggende medievali. Dalla storia della regina normanna Adelasia, residente a Palermo, che chiamò Sant’Alasia il casato prima che venisse denominato Sant’Agata, fino ad arrivare al terremoto del 1349, quando (secondo Vincenzo Tedesco, storico e arciprete di Sant’Agata dal 1831 al 1877)  “la gente più agiata e colta” si trasferì nel giardino di Campolaco (già luogo “di delizie” del cosiddetto Catapano, un signore bizantino) “lasciando il primitivo nome di Samo e chiamandosi S. Alasia” (sito che forse faceva parte di un imprecisato sub-feudo che apparteneva ai baroni di Pisana). Pare, inoltre, che in questo luogo già esistesse un Castello dei baroni Musco e Ambato (periodo normanno).

La storia di Sant’Agata dalle origini ai giorni nostri;

Nel 1412 è attestata come Sanctæ Agathae e successivamente sarà “Sant’Agata di Precacore”. Nel 1488 si ha notizia di un tale, Andrea di Sant’Agata, abate del monastero di San Nicola di Butramo. Di sicuro, dopo che fu sotto i Ruffo (nel Trecento e fino alla seconda metà del Quattrocento) e dei Centalles (dal 1462), durante la signoria dei Marullo Sant’Agata aveva già il suo nome.Dal 1496 al 1554, difatti, il casato fu infeudato ai Marullo di Condoianni (prima Tommaso e poi Giovanni) e, successivamente, alla famiglia di banchieri genovesi degli Squarciafico (fino al 1572). Nel XVI secolo Sant’Agata visse uno dei momenti più floridi della sua storia, poiché gli industrianti genovesi sfruttavano legnami e resine della montagna Ferraina. Dopo Giulio Cesare Squarciafico, il feudo passò a Francesco Romano (1572 -1592) per ritornare, per un breve periodo, ai Marullo (fino al 1588). Nel 1589 inizia l’era dei Tranfo di Tropea fino al 1743. Dei Tranfo si raccontano, ancora oggi, angherie e soprusi come lo jus di prima notte, anche se pare che un Tranfo abbia aderito alla rivolta di Tommaso Campanella. Da una relazione del 1641, del vescovo di Gerace Lorenzo Tramallo, veniamo a conoscenza che Sant’Agata aveva una chiesto parrocchiale, due chiese non parrocchiali, due chiese dirute di libera collazione, una chiesa di giuspatronato e una chiesa eretta a devozione; vi erano, poi, tre confraternite (del Santissimo Sacramento, del Santissimo Rosario e di San Nicola). Nel 1655, la relazione della visita ad limina del vescovo Vincenzo Vincentino parla di una popolazione di 1485 abitanti (di cui 1055 si comunicavano). Il 3 marzo 1697, nasce a Sant’Agata Antonio Tommaso Barbaro, sacerdote e letterato di fama nazionale che visse prima a Napoli e poi a Venezia. Nel 1742, il parroco Leonardo Alafaci attesta, nel Catasto Onciario di Sant’Agata (volume 6127), la presenza di soli 207 abitanti. Dal 1743 fino all’eversione della feudalità, i signori di Sant’Agata saranno quelli della famiglia (De) Franco (Domenico De Franco acquistò le terre di Precacore e Sant’Agata il 14 gennaio 1743 per 55.200 ducati). Il 13 novembre 1705, nasce a Sant’Agata il pittore ed erudito D. Nicola Franzè, che dipinse per la chiesa di Sant’Agata il quadro di Santa Barbara e Veneranda. Nel 1744, il Tedesco afferma che “respirò in questa terra le prima auree di vita” Francesco Antonio Grillo, figlio di Domenico Grillo e Agata Marrapodi. Letterato e ministro provinciale dell’Ordine dei frati minori, Grillo fu vescovo di Martirano e Cassano (CS). Nel 1765, alcuni abitanti di Precacore e di Sant’Agata si recarono dal notaio Lorenzo Pisani (busta 196, atto del 03/03/1765) per dichiarare che le due Universitas “avevano un territorio autonomo l’una dall’altra diviso dal vallone Santa Vennera o Veneranda, in maniera che ogni Universitas avesse autonomia in materia civile, giurisdizionale e fiscale, oltre che ecclesiastica” (Domenico Romeo, Precacore e Sant’Agata in Calabria Ultra nell’apprezzo del 1741).

Il terremoto del 1783 provocò gravi danni al territorio e alle case dei 436 abitanti di Sant’Agata; la chiesa matrice venne distrutta e la prima scossa del 5 febbraio 1783 registrò il crollo di una trave che fu retta dal braccio della statua della Santa che, così, salvò la vita dei fedeli. Con l’ordinamento amministrativo disposto dal generale francese Championnet nel 1799 Sant’Agata fu compresa nel cantone reggino. All’inizio dell’Ottocento, fu inclusa dapprima tra le università del cosiddetto governo di Ardore e poi tra i comuni del circondario di Bianco. Nel 1806, il capobanda borbonico Giuseppe Monteleone di Serra San Bruno, intento ad infiammare la guerriglia antifrancese in Aspromonte, assassina presso il Convento di C.da Crocefisso il primo sindaco democratico di Sant’Agata del Bianco: Giuseppe Melina (massaro e mastro di seta).

 

 

Nel 1847 il giovane Rocco Verduci (uno dei 5 martiri di Gerace) si riuniva con i suoi seguaci santagatesi (Domenico Pizzinga, Giovanni Borgia, Giuseppe Politanò, Francesco Strati, Domenico De Luca, Ferdinando Medici, Gaetano Vizzari) nel Palazzo Borgia di Sant’Agata per dare avvio alla rivoluzione del distretto di Gerace. Il 6 agosto del 1847 si trovava a Sant’Agata il viaggiatore inglese Edward Lear, il quale fu ospitato dalla famiglia Franco e disegnò un paesaggio santagatese con lo sfondo del palazzo baronale a due piani e della Chiesa di San Nicola (prima semplice cappella, le cui campane portavano la data, in numeri romani, 1503, oggi Chiesa di Sant’Agata V.M.).

 

 

 

 

 

 

 

La Chiesa di Sant'Agata Patrona del paese

La Chiesa di Sant’Agata Patrona del paese

Annesso al Regno d’Italia, al termine del dominio borbonico (laddove si registra a Sant’Agata, il 14 settembre del 1861, la presenza del generale José Borjés), il paese partecipò attivamente alle lotte contadine per l’occupazione delle terre. Dalla fine dell’800 fino alla prima metà del ‘900, le maestranze di muratori e artigiani santagatesi erano rinomate e operavano anche fuori dal comprensorio. Nel 1928 fu unita a Samo, da cui si staccò nel 1946 (con D.L.L. n. 904 del 22 dicembre 1945 che stabiliva il ripristino delle precedenti unità amministrative) recuperando l’autonomia. Nel 1943 Sant’Agata viene considerata centro di cultura sociale avanzato, soprattutto grazie all’inclinazione umanistica di molte figure che vivevano in paese (basti pensare che la biblioteca della famiglia Mesiti conteneva tutte le grandi opere del ‘700, compresa l’Enciclopedia). Nel 1900, la storia di Sant’Agata, dagli anni ’50 agli anni ’70, è mirabilmente narrata dallo scrittore santagatese Saverio Strati (nato a Sant’Agata nel 1924 e vincitore del premio Campiello nel 1977).

Lo stemma Araldico di Sant’Agata del Bianco

 

Lo stemma del Comune mostra la patrona con le tenaglie, simbolo del suo martirio, e lo scudo è posto (“accollato”) nel petto di una grande aquila al naturale, simbolo della dinastia sveva, poi aragonese, del Regno di Sicilia e riferimento alla posizione su un alto sperone dal quale si domina un ampio tratto della costa jonica, da Capo Spartivento a Punta Stilo. Da notare che anche lo stemma dei De Franco, ultimi feudatari di Sant’Agata, era accollato all’aquila. L’emblema (ufficializzato insieme al gonfalone con D.P.R. 15 maggio 1963) si blasona: “D’azzurro, all’effigie di Sant’Agata, vestita di cremisi, aureolata d’oro, tenente con la sinistra un ramo verde di palma e con la destra una tenaglia. Lo scudo è accollato ad un’aquila al naturale coronata d’oro e sormontata dalla scritta in caratteri di nero maiuscoli: ATA DIVA. Ornamenti esteriori da Comune.” (l’ATA presente nel decreto ufficiale è una probabile contrazione del nome AGATA che viene riportato nello stemma).

 

I personaggi più illustri di Sant’Agata del Bianco

Saverio Strati

Saverio Strati è uno scrittore italiano nato a Sant’Agata del Bianco (RC) il 16 agosto 1924 e morto il 9 aprile 2014 a Scandicci (FI). Dopo gli studi primari inizia a lavorare con il padre come muratore e diventa capo-mastro. Grazie alla sua passione per la lettura, nel corso degli anni legge tante opere della cultura popolare come “Quo Vadis” di Henryk Sienkiewicz o “I miserabili” di Victor Hugo. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, decide di riprende gli studi. Con l’aiuto finanziario di uno zio che abitava negli Stati Uniti, inizia a ricevere lezioni private da parte di alcuni professori della Scuola Media Galluppi di Catanzaro e comincia a leggere anche grandi scrittori come Croce, Tolstoj, Dostoevskij o Verga. Nel 1949 si iscrive in Medicina presso l’Università di Messina (Sicilia) per soddisfare i desideri dei genitori; tuttavia, dopo un breve periodo di tempo, si trasferisce alla Facoltà di Lettere. Decisivo per il suo destino di scrittore è l’incontro con il critico letterario Giacomo Debenedetti che in quel momento insegnava a Messina e del quale diventa uno degli allievi prediletti. Nel 1953, Debenedetti legge il libro di racconti “La Marchesina” e ne sollecita la pubblicazione presso Alberto Mondadori a Milano. Durante questo periodo Strati inizia a scrivere il suo primo romanzo “La Teda”. Nel giugno del 1953 incontra Corrado Alvaro a Caraffa del Bianco e poi si trasferisce a Firenze per preparare la sua tesi di dottorato su riviste di letteratura dei primi due decenni del ventesimo secolo. Intanto, i racconti di Strati vengono pubblicati sulle riviste “Il Ponte”, “Paragone” e sul quotidiano “Il Nuovo Corriere”.  Subito dopo aver completato “La Teda” inizia a scrivere il suo romanzo più poetico, “Tibi e Tascia”, edito sempre da Mondadori nel 1959.  Nel 1958 Strati sposa una ragazza svizzera e si trasferisce in questo paese dove vive fino al 1964 (periodo durante il quale scrive diversi romanzi e numerosi racconti). Nel 1972 vince il Premio Napoli e nel 1977 il PREMIO CAMPIELLO con il romanzo Il Selvaggio di Santa Venere. I libri di Strati vengono stampati in tutto il mondo. Ma dopo il bellissimo romanzo L’uomo in fondo al pozzo (1989), la casa editrice Mondadori, inspiegabilmente, decide di non pubblicare più le sue opere. Inizia un oblio che porta lo scrittore, nel 2009, a scrivere una drammatica lettera a “Il Quotidiano della Calabria” dove denuncia la sua condizione di indigenza. Il Consiglio dei Ministri, nel 17 dicembre 2009, riconosce a Strati i benefici economici della Legge Bacchelli in riconoscimento ai suoi meriti artistici.

 

Domenico Bonfà, in arte Fàbon;

Fàbon è il nome anagrammato del pittore Domenico Bonfà, nato a Sant’Agata del Bianco il 4 febbraio del 1912 e morto a Roma il 27 agosto del 1969. Fàbon era un artista sensibilissimo, votato ad una pittura che ai colori della sua terra univa quelli dell’intero spazio mediterraneo. I suoi paesaggi rivelano, difatti, un’istintiva originalità soprattutto laddove le figure appaiono e scompaiono con aria quasi impenetrabile. Ma prima di essere Fàbon, Domenico Bonfà è il figlio del migliore falegname ed intagliatore della Locride, Vincenzo Bonfà detto Brendolino, un uomo che non teme di confrontarsi con i falegnami di tutta Italia esibendo la maestria dell’antico artigianato santagatese che, sin dall’Ottocento, è rinomato nell’intera provincia di Reggio Calabria. Sulla sua lapide, difatti, si può ancora notare una medaglia vinta a Firenze nel 1923 in occasione dell’Esposizione Permanente d’Arte Industriale. Il giovane Domenico sembra destinato a ereditare il mestiere del padre anche se ha, prima di tutto, una peculiare predisposizione per il disegno. Tratteggia visi e scenari ovunque gli capita: pezzi di compensato, tavolette, cartone, brandelli di lenzuola. Così, nel 1926, il falegname Vincenzo, incoraggiato da tanti suoi compaesani che intravedono il talento del figlio, manda Domenico a Catania per apprendere gli elementi della pittura in una bottega d’arte, alla maniera degli artisti del Rinascimento. Nella città siciliana il giovane rimane sette anni. Rientrato a Sant’Agata sposa una sua parente, Carmela Curulli, appena arrivata dal Canada. Ecco come lo ricorda il poeta santagatese Giuseppe Melina: “La casa di Fàbon è uno spazio d’incontro dove respira il paese intero. Ma il pittore Fàbon non cerca compagni solo in chi si interessa d’arte. E’ amico di contadini e artigiani. Penso le partite a carte. Interminabili. E per un bicchiere di vino spesso si balla. E Fàbon diviene il centro di queste sere. Tutto si muove intorno a lui. E in rapporto a le sue decisioni. L’armonia del suo corpo ci rende ridicoli, quasi. Ma perché ogni gesto, ogni movenza è ritmo puro in quest’uomo. E non solo se balla. Perfino come fuma o conversa con qualcuno”. Nel 1933 arriva il trasferimento a Reggio Calabria, dove il giovane pittore affina la sua ricerca verso la definitiva conquista della forma. Il suo è un continuo migliorarsi. Dal 1938 si sposta per varie città italiane insieme alla moglie. A Bari, proprio nel ‘38, partecipa ad una mostra collettiva del “Paesaggio Albanese”. Ma nel 1942 arriva la chiamata alle armi e Domenico si ritrova in Africa dove, a Tobruch, viene fatto prigioniero. I colori del deserto libico gli rimarranno dentro e caratterizzeranno molte sue opere. Rientrato in Italia inizia l’attività espositiva prima a Catania (1945) e gli anni a seguire a Reggio Calabria (un paesaggio del 1949 è tuttora esposto alla Pinacoteca Civica della città dello Stretto). Nel frattempo un altro pittore, Alberto Bonfà (di Bianco), che ha frequentato l’Accademia delle Belle Arti a Napoli, si fa apprezzare per la luce dei suoi paesaggi. Anche per questo motivo, Domenico pensa di creare dal suo cognome una firma originale che lo faccia distinguere dall’altro Bonfà. Inizia così a contrassegnare i suoi primi lavori con un nome d’arte che non abbandonerà più: Fàbon. L’idea gli è suggerita dal poeta reggino Ciccio Errigo, suo amico. Dopo il 1946 Fàbon comincia nuovamente a viaggiare per l’Italia. Affresca chiese e dipinge quadri di una segreta spiritualità, volti di donne misteriose, paesaggi intensi. Nel settembre del 1955 ad Assisi, dopo aver esposto al Palazzo dell’Arte Sacra in una mostra internazionale, Fàbon riceve il diploma d’onore per “alti meriti artistici”. In seguito allestisce le sue opere anche a Genova, Arezzo, Ravenna, Firenze, Messina nonché in Germania, in Francia, in Svizzera, in Argentina ed al Museum of Fine Arts di Montreal (1957). Quotidiani e riviste si mostrano attenti verso questo “pittore mediterraneo”. Ma è nel gennaio del 1956 che arriva l’effettiva consacrazione, con l’esposizione al Pavone Art Gallery di New York. Gli americani riconoscono che: “nato nei pressi di Reggio Calabria, è un completo artista ed un creatore di un originale stile e di un nuovo sistema. Ha una ispirazione creativa con note malinconiche di musico e di poeta. E’ Domenico Bonfà in arte Fàbon. Messosi in luce nell’ambiente artistico europeo egli è un conquistatore di molti elogi e critiche. Orgoglioso e magnifico nella delusione e nella esaltazione artistica oggi egli viene ad incominciare una nuova era nell’arte del dipinto”. I giudizi della stampa statunitense sono ripresi assiduamente dai giornali italiani. L’arte di Fabòn ha ottenuto i meritati riconoscimenti. A Roma, nello stesso anno, alla Mostra Nazionale d’Arte Contemporanea, viene premiato con la medaglia d’oro. Sono anni intensi, caratterizzati da molti spostamenti e continui ritorni in Calabria. Nel 1958, alla III° Mostra Nazionale estemporanea di Ravenna, il pittore consegue una medaglia, il diploma d’onore ed il premio del presidente del concorso. Anche la mostra personale di Arte Sacra (maggio 1961) tenutasi nel Palazzo dell’Arcivescovado di Reggio Calabria è un successo. Il Ministro Umberto Tupini, dopo aver visionato le opere esposte, avrà parole lusinghiere per l’artista. Nel 1966 Fàbon è nominato accademico della “Accademia Tiberina” di Roma per “notevoli requisiti morali, culturali e scientifici”. Nel 1968, difatti, a 56 anni, l’artista viene colpito da una neoplasia maligna che lo costringerà a curarsi a Roma e che gli risulterà fatale. Qualche mese dopo la sua scomparsa, su “Il Giornale d’Italia” del 16 novembre 1969, Paolo Borruto scriverà: “I giudizi, dunque, consacrati dai critici su tutti gli organi di stampa più importanti, ed in tutto il mondo, concordano nel lodare la spontaneità, il vigore, la raffinatezza del gusto, l’arte, le proporzioni, di questo autentico Artista che l’Italia si onora di annoverare tra i migliori dell’ultimo ‘900. Egli presagì la fine. Ne è testimone la sua ultima tela che raffigura un volto egizio che appunta lo sguardo profondo, attonito, su una mummia collocata in una bara. La morte lo colse ancor giovane il 27 agosto 1969”.

 

Da visitare nel borgo;

La Casa-Museo di Saverio Strati

Si trova al centro della piazzetta “Tibi e Tascia” famoso romanzo autobiografico dello scrittore, che qui ambientò gran parte del racconto di questi due personaggi. La Casa di Strati è stata per lungo tempo chiusa, fu poi ristrutturata e aperta al pubblico, grazie all’interessamento del Comune e dei proprietari. All’interno si possono trovare lo scrittorio, dove immaginiamo ancora lo scrittore, dedito al componimento delle sue opere letterarie, e molte raffigurazioni in pannelli che rievocano la vita e le opere di Strati. Oggi la facciata della casa è caratterizzata da un murale che ritrae Saverio Strati e le sue opere più importanti. Punto e snodo cruciale del borgo, a fianco del Museo delle Cose perdute.

 

Il Museo delle cose Perdute

Essa si trova proprio nella piazzetta descritta da  Saverio Strati nel romanzo “Tibi e Tascia” e all’interno custoditi, come in un’esposizione permanente, oggetti della civiltà contadina di cui nessuno ha più memoria. L’artefice e proprietario è l’artista Antonio Scarfone. Le sue opere futuriste, le sue intuizioni, fanno parte di un modo di essere. Egli non insegue la scena o la notorietà, ha solo deciso di aprire a tutti la porta della sua casetta in pietra, da lui stesso ristrutturata. Il Museo delle cose perdute è, pertanto, il simbolo di un mondo dove tutto era strettamente prezioso e necessario, prima che arrivasse il momento di voltarsi dall’altra parte e di aderire “all’orrendo universo del consumo”, convinti, in questo modo, di aver finalmente vinto.

Palazzo Borgia

Palazzo importante, situato nella Rugarandi, con il suo blasone sul portale. Qui si riunirono Rocco Verduci, uno dei 5 martiri di Gerace, ed i suoi seguaci, per la famosa sommossa che lo condusse al martirio il 2 ottobre 1847.  La scultura esterna contemporanea, che rappresenta la libertà è realizzata in ferro dall’artista Antonio Scarfone.

Palazzo Franzè

Palazzo che apparteneva, nel ‘700, alla famiglia Franzè, famiglia di religiosi, ma anche di artisti, infatti i quadri di un Franzè sono a Gerace nella chiesa di Sant’Anna. La casa venne acquisita agli inizi del ‘900 dalla famiglia Sgabelloni. Pietro Sgabelloni, con il fratello si trasferiscono a Roma e Pietro, grande amico di D’Annunzio, diventa un importante giornalista e vicedirettore de “Il Giornale d’Italia”. La sua casa era un salotto letterario, dove si riunivano tutti gli intellettuali romani. Il nipote è un grandissimo filosofo spritualista, Massimo Scaligero, pseudonimo di Antonio Massimo Sgabelloni, appunto. È uno dei firmatari delle leggi razziali, all’inizio aveva aderito al regime, ma poi non si occupa più di politica, ne prende le distanze. Lo stemma sul Palazzo appartiene quasi sicuramente alla famiglia Franzè ed il portone è stato scolpito da un Franzè.

Il museo degli artisti Sant’Agatesi

E’ la dimora delle opere dei tanti artisti nati in questo borgo: Vincenzo Baldissarro, Domenico Bonfà in arte Fàbon, Alba Dieni, Antonio Zappia, Antonio Scarfone, Stefano Germanò, Maria Minnici e Stefano Patti. Una vera pinacoteca, arricchita da opere straordinarie, che mostrano la parte artistica e creativa dei Sant’Agatesi.

 

I Murales di Sant’Agata

Tutto il borgo, la parte più antica è caratterizzata da una serie di opere murarie, che oggi fanno di sant’Agata uno dei borghi rinati, grazie alla lungimiranza dell’Amministrazione Stranieri che ha inteso perseguire una strada verso la valorizzazione del paese grazie alle numerose opere d’arte che colorano e danno voce a questo paese, ai suoi poeti contadini, ai suoi personaggi illustri. Storie di artisti, di scultori, letterati e della gente comune, dal “Ragazzo illuminato dalla luce della storia”, al murale “nascondino e panchina letteraria”, da quello di Tibi e Tascia ispirato proprio dal libro di Saverio Strati, all’ Opera Linfa Vitale; dal Murale “Cinema” con l’effige di Carlo Rossi, uno dei pionieri del settore, a quello indirizzato a solennizzare Dante Alighieri. E così via passando per “via delle porte pinte”. Opere che oggi sono diventate un vero e proprio percorso culturale accomunato dalla possibilità di “riscoprire” la radice storica ed identitaria di un borgo capace di mescolare la bellezza suggestiva dei suoi tipici vicoli

I palmenti rupestri di Sant’Agata

Tutto il territorio è costellato da numerosi palmenti scavati nella roccia, che l’amministrazione Comunale assieme ai suoi cittadini, hanno saputo valorizzare al meglio, consentendo oggi a visitatori e studiosi di poter ammirare queste antiche vasche di pietra che dal periodo magno-greco e passando all’età Bizantina e utilizzati fino al secolo scorso, rappresentano una vera rarità nel complesso territoriale.

 

 

 

 

“Sant’Agata del Bianco è uno dei borghi della Locride che più rappresenta la rinascita e rigenerazione dei luoghi che ha unito CULTURA E BUONA POLITICA. Tutto questo grazie ad un percorso amministrativo, sotto la guida della giunta comunale guidata da Domenico Stranieri, che ha dato un input molto significativo al paese, che in pochi anni è diventato meta di turismo e di viaggi organizzati anche scolastici. Una vera e propria rinascita che è stata imitata da molti centri storici della Calabria che oggi rappresentano quello stimolo in più per riscoprire una regione autentica, fatta di storia, cultura, persone e personaggi che hanno fatto, faranno e continuano a fare “la storia” di questi luoghi”

 

Si ringraziano i Volontari del Servizio Civile Universale – Pro Loco di Brancaleone APS

PROGETTI:

– Sostenibilità Turistica nell’Eco Regione Mediterranea

– Riqualificazione Sostenibile per una Rigenerazione turistica e sociale dei luoghi

-Percorso creativo dei Beni Storici Industriali

Alla scoperta dei Parchi Nazionali e Regionali della Calabria

Non si può parlare della Calabria, senza immaginare le sue coste, i suoi borghi, le sue città, i suoi siti archeologici e le sue peculiarità naturalistiche, inseriti in un contesto variegato e unico.

Le coste, l’entroterra e la montagna della regione rappresentano veri e propri scrigni di storia, cultura e identità, che costituiscono uno dei patrimoni materiali ed immateriali fra i più importanti.

Una di queste, sono i Parchi Nazionali, che rappresentano vaste superfici di zone protette da leggi Statali che ne garantiscono la sua tutela. La fauna selvatica, la biodiversità, i siti archeologici, naturalistici e culturali rappresentati da una miriadi di borghi che costellano i Parchi Nazionali e Regionali, sono l’emblema di una Calabria caratterizzata da un valore storico-culturale, che unito alla gastronomia tipica dei territori, ne costituisce l’alto valore intrinseco di questo patrimonio, da proteggere, tutelare e rispettare.

Analizzando tutte queste risorse presenti nella nostra regione, abbiamo intrapreso un tour virtuale, attraverso la bellezza e le caratteristiche che compongono questa terra.

 

Parco Nazionale del Pollino

Il Parco Nazionale del Pollino situato tra la Basilicata e Calabria tra le province di Cosenza, Potenza, e Matera, con i suoi ettari 192 565 ettari, di cui 88 650 nel versante lucano e 103 915 in quello calabro. Dal 2015, con l’inserimento della lista globale dei geoparchi da parte dell’UNESCO, il parco del Pollino è considerato sito patrimonio mondiale. Il Parco è stato istituito nel 1988 mentre la perimentazione provvisoria è dal 1990, cosi come le misure di salvaguardia. Tra gli anni 1993 e 1994 s’ insediano gli organismi amministrativi e tecnici: presidenza, consiglio di amministrazione e direzione; la sede dell’ente di gestione è ubicata in Rotonda (PZ).

Il parco si estende su 56 comuni (di cui 24 in Basilicata e 32 in Calabria), 9 comunità montane e 4 riserve orientate: Rubbio in Basilicata, Raganello, Lao e Argentino in Calabria. L’emblema del parco è il Pino Loricato; tale specie è presente anche in numerose altre stazioni fitoclimatiche delle montagne balcaniche e greche. Il territorio comprende del Parco comprende in tutto 56 comuni, 24 in Basilicata (22 nella provincia di Potenza e 2 nella provincia di Matera), 32 in Calabria (provincia di Cosenza). Questo territorio si mostra ancora nel suo aspetto più integro e selvaggio offrendo una varietà di paesaggi di straordinaria bellezza. Ogni vallata possiede peculiarità ambientali, paesaggistiche ed antropiche specifiche permettendo di spaziare da distese fiumare pietrose ad alte vette coperte di neve anche nei periodi primaverili, attraversando nella quota collinare i campi agricoli coltivati.

 

Parco Nazionale della Sila

È un’area naturale protetta situata nella provincia di Cosenza, nota perché ospita i bellissimi “Giganti della Sila” o “Giganti di Fallistro”, 58 pini larici ultracentenari. Questi pini dalle dimensioni indescrivibili, arrivano fino ai 45 metri di altezza e hanno un diametro che arriva a toccare anche i 2 metri. Il Parco Nazionale della Sila è una zona protetta situata nel cuore della Sila. La sede del parco si trova a Lorica, mentre il perimetro coinvolge territorialmente tre delle cinque province calabresi, la provincia di Catanzaro, la provincia di Cosenza e la provincia di Crotone. Istituito nel 1997  con legge n. 344, mentre l’istituzione definitiva è avvenuta per decreto del presidente della Repubblica del 14 novembre del 2002, dopo un iter politico iniziato nel 1923, quando in Italia si cominciò seriamente a parlare di aree naturali protette, istituendo i primi parchi nazionali , al suo interno custodisce uno dei più significativi sistemi di biodiversità: simbolo del parco è il Lupo appenninico, specie perseguitata per secoli e fortunatamente sopravvissuta fino al 1971, anno in cui venne eliminato dall’elenco delle specie nocive.

Il parco nazionale della Sila è stato istituito nel 2002 quando lo stesso si dotò di una struttura gestionale ed amministrativa propria il 14 novembre 2002 (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 63 del 17 marzo 2003), dopo un iter legislativo che ne segnò il percorso, ridisegnando più volte i confini territoriali a causa di forti contrasti tra i comuni ricadenti nel Parco stesso. Con la nascita del parco nazionale dell’Aspromonte, che inglobò nel suo perimetro una delle tre aree protette del vecchio parco nazionale della Calabria, nacque la necessità di una forma integrata di gestione di un’area protetta in Sila che coinvolgesse anche le due aree protette rimaste con sede vacante, aree che erano più che altro una sorta di “riserva naturale” anziché delle aree integranti di un parco nazionale, considerate insufficienti al cospetto dell’enorme patrimonio bio-genetico custodito dalla Sila che bisognava tutelare .

 

Parco Nazionale Aspromonte

Il parco nazionale dell’Aspromonte è un parco nazionale che sorge all’interno della città metropolitana di Reggio Calabria, prendendo il nome dal Massiccio dell’Aspromonte. Dal 2021 fa parte della rete mondiale dei geoparchi curata dall’UNESCO. L’attuale parco deriva dalla sezione aspromontana (che si estendeva per circa 3000 ha) del parco Nazionale della Calabria (il quale esistette dal 1968 al 2002). Fin dal 1979 si discusse riguardo alla possibile creazione, nel territorio aspromontano, di un parco nazionale distinto da quello della Calabria, cosa che avvenne nel 1989 con l’istituzione del parco nazionale dell’Aspromonte, che è quindi il 6º parco nazionale ad essere stato istituito in Italia. A seguito della Legge Quadro sulle Aree Protette (6 dicembre 1991) venne prevista la perimetrazione del parco, definita nel 1994 (che considerava un territorio di circa 76000 ha) nonché la suddivisione in zone: il Piano Regolatore, previsto nel 2003, venne approvato nel 2007.

Una successiva perimetrazione, che tolse dalla competenza dell’Ente Parco circa 11000 ha, portò le dimensioni del parco nazionale dell’Aspromonte agli attuali 64.153 ettari, facendogli così perdere il primato di parco interamente calabrese più esteso della regione, in favore del parco nazionale della Sila. Nel 2021 entra a far parte della rete mondiale dei geoparchi curata dall’UNESCO. Una delle caratteristiche peculiari del Parco Nazionale d’Aspromonte, è la ripidità del dislivello, che in pochi chilometri passa dai 1955 metri di altitudine del Montalto al livello del mare. L’ambiente del Parco dell’Aspromonte è dominato da torrenti d’alta quota che prima di trasformarsi in potenti fiumare, danno origine a ripide cascate strapiombanti, come quelle di Forgiarelle e Maesano. Le fiumare aspromontane si presentano con ampi letti di detriti, secchi per quasi tutto l’anno, ma che con le piogge invernali vengono inondati improvvisamente dall’acqua. Lungo il corso di una di queste, la fiumara Bonamico, una gigantesca frana ha dato origine nel 1973 al lago Costantino.

 

Parco Regionale delle Serre

Il parco naturale regionale delle Serre è un’area naturale protetta della Regione Calabria istituita nel 2004. Situato tra l’Aspromonte e la Sila, è percorso da due lunghe catene montuose, da grandi boschi, tra cui il bosco di Stilo, e da corsi d’acqua con cascate come la cascata del Marmarico (la più alta, di 118 m), nel comune di Bivongi, la cascata di Pietra Cupa, sulla fiumara Assi di Guardavalle e le cascate dell’Ancinale.

L’area del Parco è caratterizzata dalla presenza diffusa di boschi e foreste, macchie mediterranee, pascoli, coltura agrarie. Notevole importanza nelle Serre rivestono i luoghi di culto (come la secolare Abbazia dei Monaci Certosini di Serra S. Bruno, una delle poche rimaste ancora in attività, e la tomba di San Bruno di Colonia, fondatore dell’Ordine dei Certosini), gli itinerari ecologici-naturalistici, nonché le testimonianze dell’archeologia industriale dell’epoca borbonica; infine numerose sono le sorgenti, i torrenti e le fiumare. Il clima è di natura mediterranea con inverni miti ed estati calde.

 

Parchi Marini della Calabria

Include diverse località balneari caratterizzate da coste frastagliate e spiagge di sabbia scura finissima e di ciottolato, e zone montane a ridosso delle coste alle pendici dei monti della catena montuosa del Parco Nazionale del Pollino, dell’Aspromonte e della Sila.

Il Parco Marino Regionale della Calabria include diverse località costiere, meglio illustrate e descritte nel precedente itinerario turistico qui:

CLICCA IL SEGUENTE LINK PER ACCEDERE ALL’ITINERARIO DELLE COSTE CALABRESI

https://www.kalabriaexperience.it/itinerario-attraverso-le-coste-calabresi/

  • Riviera dei Cedri 
  • Costa dei Gelsomini (o Riviera dei Gelsomini)
  • Costa Viola
  • Costa degli Dei
  • Costa degli Achei
  • Costa degli Aranci
  • Costa dei Saraceni

 

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