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15 Itinerari spirituali calabresi da non perdere

Il turismo religioso in Italia ed Europa è una vacanza evoluta che non presenta solo profili ludici o culturali, ma vuole cercare emozioni particolari visitando i luoghi religiosi. In Italia, ma anche nel resto d’Europa, questa nuova frontiera del turismo è in forte espansione, in controtendenza all’attuale crisi, e mette a disposizione dei fedeli interessanti offerte per raggiungere le destinazioni più prestigiose.

Perfino le agenzie di viaggio si stanno specializzando per poter al meglio soddisfare ogni tipologia di richiesta, sia per singole persone, sia per gruppi organizzati fornendo adeguate offerte.

Il turismo religioso sta vivendo un momento particolarmente fortunato legato alla possibilità di esplorare territori carichi di fascino e simbologie. Un viaggio religioso è un percorso fatto in modo consapevole; si parte con l’intento della scoperta e dell’arricchimento culturale oltre che religioso. Sono viaggi che escludono le corse frenetiche con itinerari sovraffollati, ma che danno la priorità al piacere della scoperta.

Anche la Calabria, con la sua ricca offerta di siti di interesse, offre una ricca offerta spirituale, che unisce non solo il piacere di scoprire e riscoprire il culto e la devozione ai Santi, ma anche un modo per viaggiare, conoscere luoghi, borghi e territori dal fascino unico ed immutato.

In questo itinerario ne abbiamo selezionato, dieci fra i santuari e i siti di interesse spirituale, che non è una classifica, ma è un itinerario che si pone l’obbiettivo di far conoscere l’essenza stessa di una Calabria mistica e spirituale, che offre, e sa offrire valide alternative turistiche, in grado di competere con i maggiori Santuari.

 

1) Reggio Calabria – Madonna della Consolazione

La festa di Santa Maria Madre della Consolazione, o più comunemente chiamata festa della Madonna della Consolazione, è il principale evento religioso e civile della città di Reggio Calabria. E’ celebrata in onore della compatrona della città. La festa prende avvio la mattina del secondo sabato del mese di settembre con la processione della sacra Effigie, che dalla Basilica dell’ Eremo viene portata alla Basilica Cattedrale. Una seconda processione, che segue un percorso nel centro storico cittadino, avviene il martedì immediatamente successivo. La sacra effige della Madonna, collocata su una pesante vara, viene trasportata in processione dalla collina dell’ Eremo fino al Duomo, dai famosi “portatori”, che a spalla conducono il quadro attraverso un percorso cittadino che si snoda fra ali di folla in preghiera e giubilo.

2) San Luca (RC) Santuario della Madonna di Polsi

Il Santuario Madonna di Polsi (noto anche come santuario della Madonna della Montagna, è un santuario situato presso la frazione di Polsi del comune di San Luca e fa parte della Diocesi di Locri-Gerace. Sulla Madonna si raccontano molte leggende. Una di queste vuole che nel XI secolo alcuni monaci si siano spinti nel cuore dell’Aspromonte, ai piedi di Montalto, dove fondarono una piccola colonia e chiesa. Secondo un’altra versione tradizionale, molto diffusa, nell’XI secolo un pastore di nome “Italiano”, intento a cercare una giumenta smarrita in località Nardello, scorse l’animale che disotterrava una croce di ferro, qui gli sarebbe apparsa la Vergine col Bambino, chiedendogli che fosse costruita in quel luogo una chiesa a lei dedicata. Tutt’oggi all’interno del santuario vengono conservate una statua in tufo di provenienza Messinese, il cui peso sfiora gli 8 quintali, e la Santa Croce, ritrovata dal pastorello “Italiano”. La festa ogni anno si tiene il 3 Settembre, ed ogni 25 anni avviene uno dei momenti più solenni ed attesi dai fedeli, che giungono da tutto ul sud Italia, l’incoronazione della madonna. Altra solennità importante è il giorno dell’Esaltazione della croce il 14 settembre.

 

3) Riace (RC) Santuario dei Santi Cosma e Damiano

La festa dei Santi Cosma e Damiano di Riace è una festa che si svolge dal 25 al 27 settembre ogni anno a Riace (RC) in onore dei santi Cosma e Damiano. La festa avrebbe avuto origine nel 1669 quando a Roma giunsero le reliquie dei due santi, i quali divennero i Patroni della città nel 1734. La festa dei Santi Medici attrae ogni anno una grande affluenza di fedeli e le comunità Rom e Sinti devoti dei santi medici considerati loro protettori le cui radici sono molto antiche e profonde. Arrivano da tutta la Calabria per onorare, anche, il Beato Zeferino Giménez Malla, detto “El Pelé” (1861-1936). Ciò che caratterizza questa festa e la procesisone dalla Chiesa del Paese sino al Santuario, è la processione che è seguita da balli tradizionali come la tarantella suonata con strumenti tipici della tradizione, accompagnata dai balli e soprattutto abiti tradizionali che le comunità Rom o Sinti vestono fanno indossare anche ai bambini in segno di devozione o per grazia ricevuta.

 

4) Paola (VV) Santuario di San Francesco

E’ stato un religioso italiano, proclamato santo da papa Leone X l’1 gennaio 1519. Eremita, ha fondato l’Ordine dei Minimi. Francesco nacque a Paola, in Calabria Citeriore, Regno di Napoli (oggi in provincia di Cosenza). Il 27 maggio 1416 da Giacomo Martolilla, e Vienna da Fuscaldo. La famiglia di Giacomo proveniva da Cosenza, e ancora prima originaria da Messina. Il nome viene dato al bambino in onore a san Francesco d’Assisi, per l’intercessione del quale i due coniugi chiesero la grazia di un figlio, pur trovandosi già in età avanzata. Alcuni anni dopo nacque la figlia Brigida. Fin da piccolo , Francesco fu particolarmente attratto dalla pratica religiosa, denotando umiltà e docilità all’obbedienza. All’età di tredici anni narrò la visione di un frate che gli ricordava il voto fatto dai genitori. Poi trascorse un anno in convento adempiendo alla promessa dei genitori

5) Palmi (RC) San Fantino di Taureana

Il complesso archeologico di San Fantino è un’area ubicata a Taureana frazione di Palmi e prospetta sulla piazza di San Fantino. Composta da una chiesa ottocentesca, dai resti precedenti chiese paleocristiane e medievali e dalla “cripta di San Fantino”, luogo cristiano piu’ antico della Calabria che conservava un tempo le sfoglie del santo. Nel 1952 , nella chiesa di San Fantino già in stato di abbandono per la costruzione nel nuovo luogo di culto in un’altra zona di Taureana, vennero effettuati degli scavi che portano alla luce, in maniera del tutto fortuita, la cripta di San Fantino, nella quale probabilmente era sepolto il santo titolare. Negli scavi del 1993 emersero anche le pavimentazioni anche della chiesa ricostruita nel 1552 dal conte Pietro Antonio Spinelli feudatario di Seminara e Palmi. Di questa chiesa sono state rinvenute le mura interne allineate sull’asse est-ovest con ingresso a nord.

6) Melicuccà (RC) Grotta di Sant’Elia

Secondo la “vita” fonte principale per la sua biografia, scritta da un anonimo monaco e raccolta in unico manoscritto , scritto nel 1308 nel monastero di s. Salvatore in lingua Phari a Messina, Elia nacque a Reggio Calabria da famiglia agiata fra l’860 e l’865. Da bambino in un grave incidente perse una mano e perciò ebbe dai contemporanei il soprannome di (moncherino). Appena diciottenne decise di farsi monaco intraprendendo cosi un lungo cammino spirituale che lo portera’ alla santità. La prima tappa di questo percorso e’ il ritiro a vita eremitica nella chiesa di s. Aussenzio nelle pendici di un monte presso Taormina . Succesivamente Elia, condusse un pellegrinaggio per visitare le tombe degli apostoli Pietro e Paolo a Roma, dove ebbe la possibilità di conoscere l’esperto Ignazio che lo educo’ alla vita monastica. Finito questo periodo di apprendistato Elia rientra nella sua Reghion per unirsi ad uno anziano monaco allora famoso, Arsenio, che viveva al tempo nel monastero di Santa Lucia, è qui che riceve l’abito monacale. Fonte: FAI Fondo Ambiente Italiano

7) Paravati (VV) Natuzza Evolo – Santuario Cuore Immacolato di Maria Rifugio delle Anime

Natuzza Evolo, è stata una mistica, nacque a Paravati, frazione del comune di Mileto. Il padre, Fortunato, qualche mese prima che lei nascesse, nella speranza di poter contribuire economicamente al sostegno familiare emigrò in Argentina, da dove non sarebbe tornato mai più, formando una nuova famiglia. La madre, Maria Angela Valente, rimasta sola con numerosi figli da accudire, si adattò ai lavori più umili per sfamare la famiglia. La bambina non ricevette una particolare formazione religiosa, anche perché la condotta di sua madre era abbastanza chiacchierata in paese. A 14 anni, per aiutare la famiglia ando’ a lavorare come domestica in casa dell’avvocato Silvio Colloca, guadagnandosi subito la fiducia della famiglia . Ma dopo poco tempo Natuzza fu al centro di presunti fenomeni paranormali, quali la visione di persone che erano gia’ defunte. Nel 1941 Natuzza si licenziò da quel lavoro, andò a vivere presso la nonna paterna e pensò di farsi suora, ma questa idea gli fu sconsigliata, proprio perché era protagonista di questi fenomeni “inquietanti”.

Fonte: giornaledicalabria.it

 

8) Cerchiara di Calabria (CS) Santuario della Madonna delle armi

Il santuario di Santa Maria delle Armi, è un complesso monumentale, di origine medievale, della Calabria. Si trova nel territorio di Cerchiara di Calabria alle pendici del monte Sellaro . Il titolo Madonna delle Armi deriva dal greco (Ton armon) ossia “delle grotte, degli anfratti”, con riferimento ad alcune grotte del monte Sellaro. L’odierno santuario sorge su un antico sito monastico bizantino, alle pendici del monte Sellaro, anche noto come monte santo. Già prima nel X secolo si ha notizia nella vita si san Saba di un monachus ascetarii Armon ( un monaco proveniente dall’ascetario delle armi) e, poco distante dell’esistenza del celebre monastero bizantino di sant’Andrea, guidato dagli abati (egumeni) Pacomio e e san Gregorio da Cerchiara. Nel 1192 una ricca donazione in greco di un facoltoso cherchiarese, Gervasio Cabita, menziona, tra gli altri benefici, il monastero femminile di Santa Maria delle Armi e la sua chiesa.

 

9) Serra San Bruno (VV) La Certosa di San Bruno

Bruno era nato a Colonia, in Germania, intorno al 1030. Studiò lettere a Reims e teologia nella sua città natale. Divenuto maestro alla scuola della Cattedrale di Reims, da lui diretta, ebbe fra i suoi allievi, il monaco benedettino Ottone di Châtillon, che nel 1088 diverrà papa con il nome di Urbano II. Fu costretto ad abbandonare la sua terra e la scuola a causa di forti dissidi con il vescovo Manasse di Gournay (1067 – 1082). Il vescovo Ugo di Grenoble che lo aiuterà donandogli un terreno, secondo la tradizione, vide in sogno sette stelle che indirizzavano sette pellegrini in un luogo solitario, nel cuore della Chartreuse, e fu proprio assieme a sei compagni che, nel 1084, Bruno eresse la casa madre: la Grande Chartreuse, dove si dedicherà alla vita contemplativa. Alcuni anni dopo, papa Urbano II lo scelse come consigliere privato e lo convocò a Roma, dove risiedette per alcuni anni. Rifiutata la nomina arcivescovile di Reggio Calabria, Bruno si stabilirà nella località detta La Torre (oggi Serra San Bruno), sulle terre del conte Ruggero d’Altavilla, dove eresse nel 1094 l’Eremo di Santa Maria, mentre a poco meno di 2 km più a valle, fondò per i conversi il Monastero di Santo Stefano. Bruno morì nella certosa calabrese il 6 ottobre 1101.

10) S. Domenica di Placanica (RC) – Santuario della Madonna dello scoglio

La storia di questo Santuario, è legata a doppio filo con quella di Fratel Cosimo, infatti, l’uomo ha più volte ricevuto la visita della Santissima Vergine, la prima volta fu nel maggio del 1968, poco dopo l’imbrunire, mentre Cosimo Fragomeni era intento nel portare agli animali del fieno. In quell’occasione la Madonna gli Chiese di costruire sul luogo della sua apparizione una Cappella, per permettere alle genti di pregare. Altre apparizioni si susseguirono, insieme ad eventi miracolosi, dopo la costruzione della Cappella, Fratel Cosimo chiese ad un pittore di Caulonia di nome Ilario Tarsitani, di dipingere un’immagine della Madonna, secondo la sua visione. In seguito Fratel Cosimo ebbe un’altra visione, da un punto del terreno sgorgava dell’acqua miracolosa, ebbene nell’Ottobre del 2001 durante la Messa, sentì lo scroscio di acqua come quella di una cascata. Cosimo divenne terziario francescano il 17 gennaio 1987 e per circa 10 anni di fila ha ricevuto le visite della Vergine, lui si è sempre appuntato le sue parole e si premurò di consegnarle al parroco.

11) Seminara (RC) Monastero dei Santi Elia e Filarete

Il Monastero dei Santi Elia il Giovane e Filarete l’Ortolano a Seminara, uno dei più interessanti Monasteri Ortodossi presenti nel Sud Italia, che richiamò l’attenzione in passato di regnanti e papi. Secondo la tradizione, Sant’Elia il Giovane ebbe una visione in Antiochia di Siria in cui gli venne indicato dove edificare “l’ascetica palestra”: si trattava dell’antica Vallis Salinarium (Valle delle Saline), l’attuale Piana di Gioia Tauro, in un luogo a due chilometri a nord-est di Seminara. Gli storici datano nell’anno 884 la costruzione del cenobio, inizialmente concepito come asceterio. Presto accorsero i primi discepoli, fra i quali il monaco Saba, e divenne meta di pellegrinaggio. Il monastero imperiale di S. Elia fu assegnato da Roberto il Guiscardo nel 1062 all’abbazia benedettina di S. Maria, nella valle di Nicastro, nel luogo detto di San’Eufemia. Nel periodo normanno il monastero, continuò ad essere un importante luogo di culto, meta di tantissimi pellegrini desiderosi di venerare le miracolose reliquie dei santi protettori del cenobio. Il nome Filarete secondo la tradizione latina significa “pescatore”, mentre secondo quella greca significa “amante della virtù”. Morì nel 1070 e fu seppellito nel cenobio di Seminara che nel 1133 venne dedicato dai latini anche a lui, oltre al fondatore Elia. A Seminara, nella Basilica della Madonna dei Poveri fu custodito un avambraccio del santo in un reliquiario d’argento proveniente dal monastero, e anche il cranio fu rinchiuso in un reliquiario d’argento, probabile lavoro di scuola messinese del 1717.

Fonte; Alfonso Morelli team Mistery Hunters

 

12) Bivongi (RC) San Giovanni Theristis

Il Monastero di San Giovanni Theristis, a Bivongi è l’unico in Italia fondato dai monaci del monte Athos (in Grecia. Il monastero venne intitolato a San Giovanni Theristis perché si racconta che nell’XI° secolo, in questo territorio, sia vissuto San Giovanni, un giovane monaco nato a Palermo, al quale si attribuiscono molti miracoli tra i quali quello dell’improvvisa mietitura del grano a Maroni. Da qui l’appellativo di Theristis, che appunto significa mietitore. Con la costituzione dell’Ordine Basiliano d’Italia nel 1579 l’edificio divenne uno dei maggiori cenobi della congregazione religiosa greco-ortodossa “uniate”. Nel XVII° secolo, a causa delle scorrerie di alcuni briganti, i monaci abbandonarono il monastero e si trasferirono a Stilo nel convento di S. Giovanni Theristis fuori le mura dove vennero traslate le reliquie del “Mietitore” e dei Santi Nicola e Ambrogio. All’inizio del XIX° secolo, in seguito alle leggi napoleoniche, la basilica divenne proprietà del comune di Bivongi e dal 1994 i monaci greco-ortodossi del monte Athos vivono stabilmente nel monastero. Il piccolo monastero con alcune celle , rimane a sinistra del grande portale granitico attraverso il quale si accede al cortile e quindi alla basilica. In fondo al cortile rimangono i ruderi del vecchio monastero. Attualmente ci vive una comunità di monaci ortodossi rumeni.

Fonti: https://borghidellariviera.wordpress.com/il-monastero-bizantino-di-s-giovanni-theristis/

13) Crotone – Santuario della Madonna di Capocolonna

La tradizione di questo Santuario vuole che l’immagine della Vergine sia stata portata a Crotone da S. Dionigi Aeropagita, primo Vescovo di Crotone, e che sia stata dipinta da S. Luca. La sacra l’immagine su tela è probabilmente opera bizantina, nel corso dei secoli ha subito vari restauri ad opera di artisti diversi. La tradizione narra che, nel 1519, i turchi assediarono la città di Crotone mettendo a ferro e fuoco tutto. Nella loro opera di distruzione, essi non risparmiarono gli edifici sacri: distrussero tutto ma, quando provarono ad incendiare la tela della Vergine non vi riuscirono. Intimoriti dall’accaduto, i turchi buttarono il quadro in mare; ma presto, questo riapprodò dolcemente a riva dove venne trovato e portato in salvo da un pescatore. Da allora la sacra icona è conservata presso la cappella ottocentesca del Santuario di Santa Maria di Capocolonna e onorata con una grande festa che si tiene la terza domenica di maggio. L’opera su tela è certamente di stile bizantino. Nel V secolo a.C., dove oggi sorge il Santuario, emergeva un tempio pagano – in stile dorico- dedicato alla Dea Hera Lacinia, che conteneva immensi tesori tra cui la Veste di Alcistene. Sul promontorio Lacinio ora sorge la chiesa dedicata alla Madonna di Capo Colonna: al culto pagano di Hera, la dea più importante dell’Olimpo, si è sostituito il culto cristiano della Madonna regina dei cieli.

14) Gimigliano (CZ) Santuario della Madonna di Porto

Le origini dello splendido e mistico santuario calabrese affonda le sue origini nella storia del giovane ladruncolo Pietro Gatto, e all’anno 1751. Il culto alla Madonna di Gimigliano risaliva tuttavia al 1626, quando il popolo di Gimigliano di proclamare la Vergine di Costantinopoli protettrice del paese per difendersi dalle catastrofi naturali.La Basilica permette infatti l’incontro dei pellegrini con il Signore nel bel mezzo della pace della natura, come vera “oasi” di silenzio, preghiera, incontro, in cui attingere alle sorgenti della Parola e della Comunione. Negli anni infatti il Santuario della Madonna di Porto è diventato uno dei centri più famosi della spiritualità mariana in Calabria, e il messaggio che la Madonna di Porto affida ai suoi pellegrini è piuttosto eloquente. Maria chiede a tutti i suoi figli, infatti, “la conversione come cambiamento di mentalità e comportamenti di vita”.

 

15) Torre di Ruggiero (CZ) Santuario della Madonna delle Grazie

Il Santuario della Madonna delle Grazie, sorge nel cuore delle serre calabresi e trae le sue origini al tempo dell’iconoclastia, quando i monaci basiliani in fuga dall’oriente fondarono in questo luogo una Dacia basilina. Il 17 aprile del 1677 due ragazze del luogo, Isabella Cristello e Antonia De Luca, andarono al Santuario per pregare e qui mentre erano raccolte Isabella guarì dal male che da tempo l’ affliggeva e contemporaneamente le due giovani assistevano alla visione celestiale della Vergine che chiedeva di essere in quel luogo riverita dai popoli vicini e lontani e da quel luogo, Lei avrebbe dispensato abbondanti le sue grazie e i suoi favori. Le grazie nei giorni seguenti si susseguirono senza numero e man mano che la notizia si divulgava, sempre più gente si recava in processione per assistere agli eventi prodigiosi. Distrutto dal terremoto che il 5 febbraio del 1783, 74 anni dopo la Madonna stessa tornò per destare la secolare devozione, apparendo alla contadina torrese, Pascale luna, chiedendo la ricostruzione del Santuario. Ma i mezzi necessari mancavano e così il popolo piano piano dimenticò la promessa della ricostruzione. Il pomeriggio del 10 aprile 1858, sabato in albis, mentre lavorava il terreno nei pressi del Santuario vide zampillare una polla d’acqua e ricordandosi che proprio in quel luogo la tradizione ricordava una fonte, si dissetò e si lavò gli arti doloranti guarendo all’istante. Commosso dal prodigio corse in paese e i torresi capirono che era l’ennesimo segno voluto dalla Madonna per ricostruire il suo Santuario. L’8 maggio dello stesso anno la cuiria vescovile di Squillace autorizzò la ricostruzione della Chiesa che in tempi brevissimi per quel perido fu ultimata e consacrata l’8 settembre 1858. La nuova statua della Madonna delle grazie fu un dono di Vittorio Emanuele II. La festa principale della Madonna si celebra l’8 settembre.
Fonti: FAI Fondo Ambiente Italiano

 

Sono innumerevoli i Santuari e luoghi mistici caratterizzano la nostra regione, in un percorso spirituale che affonda le proprie origini in tempi remoti.

Qui https://www.viaggispirituali.it/santuari-in-italia/santuari-della-calabria/ una lista completa dei luoghi della fede Calabresi che esprime tutto il carattere spirituale e religioso di una regione, da secoli considerata una “terra benedetta”, che diede natali e ospitalità a numerosi Santi, che oggi fanno parte del nostro bagaglio culturale, spirituale, religioso e artistico.

PROGETTO:

Itinerari culturali e sostenibilità sociale nel meridione d’Italia a cura di; Alessandra Sgrò e Antonino Guglielmini.

Copertina a cura di Leonardo Condemi

 

Si ringraziano le fonti e gli autori delle immagini.

Venerdì 12 Agosto – Escursione Notturna a Brancaleone Vetus (tra leggende e misteri)

Torna quest’anno l’appuntamento più CULT dell’estate Brancaleonese,  l’esplorazione in notturna di Brancaleone Vetus per ammirare le stelle e conoscere i segreti del borgo antico sotto un’altra veste.

L’escursione di quest’anno si svolgerà, in un itinerario EMOZIONALE, sotto il chiarore della prima LUNA PIENA d’AGOSTO, che ci farà da cornice mentre si leverà chiara e luminosa nel cielo di Agosto! Misteri, leggende, racconti nella piazzetta del borgo, sopra il paese costiero illuminato come un lenzuolo di stelle. Brancaleone Vetus come molti altri borghi abbandonati della Calabria, sa raccontare un mondo fatto di persone, fatti, misfatti, vicissitudini. Un piccolo mondo nascosto fra gli anfratti naturali, grotte, antiche abitazioni, vicoli, scorci e profumi, che anche di notte sanno regalare sensazioni indescrivibili.

Vi condurremo alla scoperta dell’antica città rupestre, dei suoi segreti e della profonda spiritualità, attraverso un percorso narrato e narrante, privo di fantasmi o cose del genere, ma altrettanto ricco di sorprese!

Muniti ognuno di torcia elettrica visiteremo: la Grotta della Madonna del Riposo, con i suoi affreschi seicenteschi al suo interno, la casa-grotta, le rocce mioceniche, i sito dei silos-granai (ci entreremo dentro), la chiesa-grotta dell’Albero della vita, il sito dell’antica chiesa Protopapale dell’Annunziata con le sue tombe-cripta e la chiesa nuova dell’Annunziata degli anni ‘30 che ospita oggi il “Centro Documentazioni di Brancaleone Vetus” oltre a ciò che resta dell’antico altare barocco.

–PROGRAMMA–

Ore 21:20 Raduno e registrazioni partecipanti (Piazza Chiesa Parrocchiale Maria S.S. Annunziata (frazione Paese Nuovo) LINK POSIZIONE GOOGLE MAPS 
Ore 21:40 Partenza con le proprie auto per Brancaleone Vetus (10 minuti in auto)
Ore 21:50 circa arrivo presso località Bova (a 800mt dal borgo antico) parcheggio automobili
Ore 22:00 inizio esperienza immersiva tra i vicoli del borgo, attraverso storie, leggende, vicissitudini e percorsi medievale, con gran finale del BRINDISI ALLA LUNA con un vino Greco di Ferruzzano sponsorizzato dall’Azienda Agricola Panzera.
Ore 00:30 Fine e Saluti e partenza per il rientro alle auto.

–SCHEDA TECNICA–

ESCURSIONE: T (Turistica)
LIVELLO DI DIFFICOLTA’: Facile
DISLIVELLO: irrisorio
KM A PIEDI: 1km (andata e ritorno)
CONDIZIONI DEL PERCORSO: strada asfaltata e selciati antichi
PRESENZA D’ACQUA: NO, punto ristoro al borgo

–EQUIPAGGIAMENTO CONSIGLIATO–

Scarpe comode (da ginnastica o da trekking), torcia elettrica a mano o frontale, scorta d’acqua (almeno 1,5lt), Bastoncini da trekk (facoltativi), crema o spry anti-zanzare (facoltativo)

–COME PARTECIPARE–

Prenotazione obbligatoria telefonando al numero 347-0844564 fornendo il proprio nome e cognome (entro e non oltre il 10 Agosto 2022) anche WHATSAPP!

–QUOTA DI PARTECIPAZIONE–

La partecipazione ha un costo simbolico di 10€ (quale contributo volontario per il sostegno delle attività di rigenerazione del borgo della Pro Loco di Brancaleone) da versare sul luogo dell’appuntamento.

–ISCRIZIONI LIMITATE–

PER UN MINIMO DI 10 PERSONE ED UN MASSIMO DI 30 PERSONE!
*I minori sotto i 18 anni possono partecipare se accompagnati e sotto tutela di un adulto

–NOTE IMPORTANTI–

Ogni partecipante è tenuto ad equipaggiarsi di mascherine monouso marchio CE, disinfettante/gel mani, a tenere le distanze previste dalle regole anticontagio (almeno 1,5mt), 

Trattandosi di attività all’aperto gli ingressi in grotta e nei luoghi al chiuso (centro documentazioni di Brancaleone Vetus) avverranno nel rispetto delle normative vigenti. Ogni partecipante è pregato di collaborare al fine della buona riuscita dell’evento.

L’organizzazione si esime sin da ora da ogni responsabilità civile o penale che possa derivare da infortuni durante lo svolgimento dell’escursione, ognuno partecipa volontariamente ASSUMENDOSI LA PROPRIA RESPONSABILITA’.

 

Il Racconto di Caterina “La Festa della Madonna Annunziata” a Motticella

Ai piedi del monte Scapparrone (1058mt s.l.m.) incastonato tra le rocce del vallone Bambalona sorge, quello che un tempo è stato uno dei più bei paesini del nostro entroterra pre-aspromontano, tanto antico quanto caratteristico. Ricordiamo che “Motticella” diede i natali a Vincenzo Mollica (noto giornalista Rai), il poeta Luciano Nocera, la poetessa Caterina Zappia, e Domenico Marino (Noto Artista e Fumettista conosciuto anche come Mico Marino).

Oggi Motticella frazione di Bruzzano Zeffirio, è un piccolo borgo che sorge tra il Torrente Bruzzano ed il Torrente La Verde abitato poco più che da una manciata di persone, dove il monte Scapparone o “Scapparruni” (come viene chiamato in dialetto locale) lo veglia fin dalla notte dei tempi con la sua inquietante maestosità che sembra proteggerlo ed abbracciarlo.

Durante una delle mie visite al borgo, ho conosciuto la Sig. Caterina, che vista la mia curiosità interessata proprio alle antiche tradizioni popolari, dopo le presentazioni del caso e qualche breve discorso, non esitò ad invitarmi a casa sua. Eeh si….; la gente qui ha l’ospitalità , insita nel sangue tipica della cultura Greca, che caratterizza la gente della nostra meravigliosa Calabria, che affonda le proprie origini nei tempi più remoti, dove l’accoglienza era un valore primario nella vita quotidiana, in ogni casa e in ogni nucleo familiare. Entrai nella Casa, e sedendomi davanti al fuoco dove la legna scoppiettante scandiva gli attimi di un pomeriggio cupo ed uggioso, tipico di quelle giornate invernali, di quando lo scirocco irrompe dal mar Jonio creando un manto esteso e grigio che non lascia intravedere il cielo azzurro di queste parti. La Signora Caterina, dopo avermi offerto ogni ben di Dio, con voce rotta e nostalgica si rivolge a me ed inizia a raccontarmi:
<<Oggi ti parlerò di quella che una volta era l’icona più venerata della Vallata, e di cui ormai oggi non ci rimane che raccontare a voi giovani, quella che fino agli anni ’60 era una festa molto sentita e partecipata. Parlo della statua della Vergine Annunziata che si trova nella piccola chiesetta al centro del paese intitolata oggi a San Salvatore. Sull’altare minore giace la scultura lignea, risalente probabilmente al 1800, dai colori brillanti e dal volto materno che invaghiscono l’occhio. Ella, è raffigurata inginocchiata davanti all’angelo annunciatore, e porta in capo una corona, che nel corso degli anni è stata cambiata svariate volte dai devoti per grazia ricevuta. Alle spalle della statua c’è un arco con motivi decorativi di fiori in ferro battuto, argento e bronzo, anch’esso dono di devoti per grazia ricevuta. Per i suoi festeggiamenti la statua veniva deposta dall’altare il 24 Marzo di ogni anno, e portata in processione verso la chiesetta del Cimitero, a circa 1Km dal paese per iniziare così la novena.
L’armonia che si creava proprio in quei giorni di festa era incredibile…, sembrava trovarsi dentro una favola, i fedeli provenivano da tutti i paesi vicini: Samo, Bianco, Staiti, Africo, Casignana e perfino da Reggio Calabria. Proprio poco tempo fa, mi è capitato di parlare con un’anziana signora di Africo, che mi ha ricordato di quando proprio nei giorni di festa, partivano con l’asinello seguendo le mulattiere per venire a Motticella a gustare i maccheroni con la carne di capra, che proprio in quei giorni di festa erano presenti su ogni tavola, non sempre c’era la possibilità di mangiare carne, ma in onore della madonna in quell’occasione si ammazzava la migliore “dastra” (la capra).

La statua durante la processione veniva accompagnata dal suono di organetti e tamburelli, che per due giorni non cessavano mai di suonare.

Era ormai primavera… e la festa delle rondini in cielo, le gemme delle ginestre, davano quel tono di colore alle rocce spoglie dette da noi “Staghi”. Le ragazze indossavano la camicetta nuova per l’occasione, i profumi e i suoni dei campanacci delle greggi che pascolavano lungo la vallata, intonavano un armonia melodiosa, con le donne che cantavano lodi a Maria:

Annunziata Vergine Bella
Di Motticella sei la stella
Fra le tempeste deh guida il cuore
Di chi t’invoca, madre d’amore
Siam peccatori ma figli tuoi
Madre Annunziata prega per noi
La tua preghiera onnipotente
O dolce mamma tutta clemente
A Gesù buono deh! Tu ci guida
Accogli il cuore che ti confida!

Il 25 Marzo si diceva “Festa in cielo e festa in terra e mancu l’urceglia fannu a folia”,

intanto gli uomini proprietari terrieri del paese, al “Magazzeni” si riunivano per decidere il prezzo del grano da tenere durante l’anno, che ormai andava verso la mietitura. La sera intanto calava imminente sul paese, e la madonna doveva essere riportata nella chiesa principale, ricordo che prima del crepuscolo la statua doveva essere già sulla stradina adiacente alla chiesa, altrimenti doveva essere portata a Bruzzano! Quante volte hanno cercato di portarla via…(sospira Caterina), ma è andata sempre a finir male (ride). Durante la Processione gli uomini provenienti da ogni dove, facevano a gara per portare in spalla la “Vara”, ecco che ad ogni via si perpetrava “l’Incantu” (Incanto), che avveniva come un passaggio di consegne a staffetta, ogni gruppo di “portatori” dava in offerta alla Madonna dei beni, quali potevano essere: grano, olio, vino, insomma tutto ciò che si produceva nei campi a quel tempo, in una sorta di gara a chi offriva di più in onore e devozione alla Vergine Annunziata, che veniva così presa in spalla, e condotta per un’altra via del paese dove avveniva la stessa cosa con altri gruppi di fedeli.
Sul finire della processione, quando ormai stava arrivando la sera, gli organetti ed i tamburelli ormai allo stremo, continuavano ad aprire la strada semi buia alla Statua, che veniva accolta nella chiesa del paese e riposta così nel suo altare, dove le donne chiedevano le grazie per i loro cari, salutando e lodando la madonna con questo canto:

Bonasira vi dicu a vui Madonna
Alla ‘mbiata Vergini Maria
Mi ‘ndi ccumpagna la notti e lu jornu
Lu jornu comu jamu pe la via

E la matina bongiornu bongiornu
Siti regina di tuttu lu mundu
Supra l’artaru nc’è na gran signora
Maria di la Nnunziata ca si chjama
Iglia a cu cerca grazi si li duna
E cu ‘ndavi cori afflitti si li sana.
Nu indi ‘ndi jamu e stati felici
Ca ccumpagnati cu l’angili stati
E la madonna si vota e ndi dici:
Vajti bonasira e Santa paci…

La Festa della Madonna Annunziata , Continua la Sig. Caterina, era un simbolo di fede e devozione, infatti moltissime sono le persone che ancora oggi portano il nome di Annunziata-Annunziato, e non solo a Motticella, ma anche nei paesi vicini. Intorno agli anni ’30 il Parroco del paese “Todarello”, scriveva così in alcuni suoi versi :

In quel ginocchio di umiltà
La vita flettersi pura, onnipotente
Il core sospinge un dardo
Verso l’infinita sapienza eterna
Si l’eterno amore ,genera il Santo
L’umiltà computa veste
Il Verbo di carne e d’Alma;
un fiore in ogni cuore
santificando ogn’anima pentita.
La bella Icona ogni coscienza abbella
Su questa impervia roccia di Motticella

è così, dice la Signora Caterina tenendomi la mano, che dovrebbe essere tutti i giorni dentro di noi, con l’esempio della Madonna i nostri cuori dovrebbero inondarsi dell’ amore che lo Spirito Santo ha donato a lei. Con le parole di questa straordinaria poesia, continua la Sig. Caterina, composta proprio dal sacerdote Todarello, ognuno può interpretare a modo proprio le parole espresse, ravvivando il ricordo della Festa dell’Annunziata a Motticella, che è stata dagli anni ‘20 fino agli anni ’70, un momento di grande spiritualità, che univa Motticella alla Mamma Celeste, “La Vergine Annunziata”.

Parole, commoventi, profonde, suggestive, che attraverso il racconto della Sig. Caterina possono cogliere l’ essenza di un popolo devoto alla Madonna, che ha fondato una cultura religiosa radicata in quei valori culturali profondi e spiritualmente molto intensi, difficili da comprendersi oggi. Tutto questo tripudio di devozione e fede avveniva all’ombra del monte Scapparrone che alto ed imponente dominava e domina tutt’ora il paesino.

MOTTICELLA, ESPERIENZA AI CONFINI DEL TEMPO…

Un borgo, Motticella, ormai assonnato, vecchio, diruto, quasi morente…, che nonostante tutto riesce ancora a raccontarci tanto e forse non tutto…, a noi popolo di questo secolo immerso in quella modernità idealistica, che talvolta non ci fa comprendere il valore semplice di queste “scene di vita d’un tempo”, che rimangono dei racconti da scrivere, da far rivivere attraverso la semplicità di un racconto.

Motticella è un piccolo borgo abitato da 155 anime frazione di Bruzzano Zeffirio (RC). Sorge ad un’altezza di 120mt, ai piedi del Monte Scapparrone (1058mt slm). La sua particolarità è appunto la sua ubicazione; a nord l’abitato si adagia sulle colline che degradano dal Monte Fasoleria (Ferruzzano) e a sud le abitazioni sorgono sull’orlo dei crepacci del torrente Bampalona (come si evince dall’immagine). Un torrente ricco d’acqua tutto l’anno, che più a valle prende il nome di “Fiumara del Torno” o più comunemente “Fiumara Bruzzano”.
Conosciute per le sue proprietà e benefici sono le acque sulfuree di località “Bagni”, dove anticamente i monaci avevano costituito proprio un luogo per la cura di molte malattie e dove ancora oggi molta gente si reca a prelevare piccole quantità di acqua. I suoi fanghi dicono fossero miracolosi per la cura della pelle ma soprattutto per le malattie delle ossa, tant’è che fino agli anni ’60 anche le famose “Terme di Antonimina” usufruivano prelevando i fanghi nei pressi di questa sorgente.

Purtroppo il destino di questo paese, come molti dei paesi del’entroterra Aspromontano e pre-aspromontano è stato via via abbandonato per l’emigrazione della popolazione verso destinazioni nuove e all’estero. In particolare Motticella, è stato segnato da una brutta pagina di cronaca nera dove perirono numerose persone a causa di una faida scoppiata tra gli anni ’80-’90. Ma, nonostante tutto questo, sopravvive ancora di poche ed umili anime, dedite soprattutto all’agricoltura e alla pastorizia.

Da visitare nei dintorni;

Sicuramente la leggendaria quanto misteriosa “Rocca di San Fantino”, su cui aleggiano numerose storie e leggende, l’antico monastero di San Fantino infatti, sorge a pochi passi dalla rocca. Poi ci sono i mulini sulle sponde del torrente “Torno e Bampalona”, i caratteristici vicoli del borgo, che ancora conservano quei tratti medievali degni di nota. Più in alto, il Palazzo nobiliare (detto il Castello), la piccola e unica chiesa parrocchiale dedicata a San Salvatore (Patrono del borgo), che conserva un particolare cristo in croce realizzato in un unico blocco si legno, oltre a varie statue settecentesche e ottocentesche.
Sono molti gli scorci sulla vallata, da cui è possibile scorgere il mare. Motticella non ha negozi o ristoranti, tuttavia spesso ci si imbatte nelle persone che ancora vi abitano che sono molto cortesi ed ospitali. Vi è ancora un artigiano, che custodisce i segreti dell’intaglio su legno a mano libera.
Qui, vi è ancora l’usanza del saluto e dell’accoglienza come base principale della vita. Tutte brave persone, che spesso ti invitano a bere un bicchiere di vino o ti offrono un caffè. Insomma, Motticella è come una grande famiglia, è un posto per chi sa cogliere l’anima dei luoghi, non è nulla di preconfezionato, è una delle meglio rappresentazioni della Calabria autentica!

di Carmine Verduci

Brancaleone (RC) L’antica Torre di Galati ci svela il suo fascino

Uno scrigno di storia e biodiversità

A pochissimi chilometri dalla piccola e ridente frazione di Galati sorge una splendida torre che si erge su una piccola collinetta naturale a 190mt s.l.m., l’edificio probabilmente è stato costruito alla fine del ‘500 e rientrava nel sistema delle torri di avvistamento volute dal Regno di Napoli su tutte le coste del mediterraneo. Queste torri, oltre a svolgere la funzione di sorveglianza dei mari e in caso di attacchi pirateschi, dovevano comunicare non solo fra di loro, ma anche con l’entroterra, essendo molti i centri abitati che sorgevano nell’entroterra. La torre di Galati oltre ad avere avuto una funzione militare, ha sicuramente svolto un ruolo istituzionale sul territorio, grazie alla sua importante e strategica ubicazione (al confine tra i territori di Palizzi e Brancaleone) Fonti storiche riferiscono che tale edificio ricadeva all’interno delle proprietà del Governo.

L’itinerario

Un ottimo spunto per raggiungere la torre, è quello di approfittare dei periodi meno caldi, come la primavera e l’autunno. Per raggiungere la torre effettuando una piacevole camminata immersi nella natura, è possibile farlo direttamente dalla piccola frazione di Galati che si trova al 59°km sulla SS 106 ionica. Giunti presso il cimitero che sorge vicino alla grande arteria stradale si lascia l’auto nell’ampio parcheggio. Si prosegue a piedi seguendo una sterrata che costeggia un complesso residenziale semi-costruito. La stradina costeggia il piccolo torrente, quasi sempre in secca conosciuto come “vallone Pezzimenti” che ad un certo punto comincia a scavalcare la prima collinetta.

Giunti alla fine della salita, le praterie che si ammirano sono vastissime, in particolare nei mesi di Novembre/Dicembre questi prati profumano di Narcisi selvatici che un tempo venivano raccolti per estrarre l’olio essenziale per l’industria profumiera Francese. Si prosegue verso destra seguendo la mulattiera principale che di li ad 1km giunge presso a dei ruderi di una piccola chiesa che apparteneva ai possedimenti dei proprietari della torre, che sorgono su una piccola collinetta adiacente alla strada e posta in un crocevia. Si svolta a sinistra ed ecco che in cima alla strada irrompe la Torre, che solitaria e imponente appare allo sguardo come un edificio di modeste dimensioni. La natura qui è incontaminata, contraddistinta da appezzamenti di terreno coltivati ad ulivi e vigne.

La torre naturalmente non ha un custode e non vi si può accedere al suo interno, ma grazie alla documentazione fotografica della Pro Loco di Brancaleone è possibile ammirare i due arconi di pietra locale che sorreggono i piani superiori. Tutto intorno sorgono vecchie mura che ci danno l’impressione di unità abitative ed ambienti funzionali, quali ad esempio sul lato destro della torre, un ambiente conserva ancora le vasche dell’antico frantoio, e nella parte retrostante, fra rovi e vegetazione infestante si notano quello che un tempo erano le scuderie, necessarie alla custodia dei cavalli.

Ritornando indietro e ripercorrendo lo stesso itinerario è possibile effettuare una variante, che consiste nel completare l’escursione ad anello, non senza però stare attenti alle mulattiere che si dipanano dallo sterrata principale che riscende le colline e giunge proprio sulle sponde della fiumara Spartivento con sullo sfondo il Faro (che da queste parti è conosciuto col nome di Semaforo), si costeggiano le coltivazioni di una nota azienda agricola di Brancaleone e si mantiene sempre la sinistra della strada sterrata, che ad un certo punto compie una piccola salita dove alla fine con grande sorpresa e meraviglia si arriva alla strada asfaltata, qui si stagliano i Calanchi che offrono all’escursionista un paesaggio lunare a pochi passi dall’abitato e dal mare azzurro che fa da cornice.

Si prosegue scendendo la suddetta strada che di li a poco giunge alle abitazioni e fin verso la SS.106, per ritornare al punto di partenza si segue la direzione nord verso Taranto, attraversando la Chiesa dell’Addolorata, La bottega della frazione, il Bar caffetteria e percorrendo 500mt si giunge all’ingresso della stradina del cimitero che conclude il percorso. In alternativa si rifà il percorso fatto all’andata.

*(Fonti: Carmine Verduci- Kalabria Experience)

Fonti storiche e documentaristiche:

Nel 1626 il governo si vide costretto a mettere all’asta tutte le foreste, ma il principe di Roccella Fabrizio Carafa vantava dei diritti acquisiti sulle stesse, fu così che si arrivò a un accordo economico che prevedeva la cessione delle foreste ai Carafa. Queste proprietà nel secolo precedente appartennero alla Famiglia Marullo da Messina (Conti di Condojanni). Nel 1628 Fabrizio Carafa vendette il feudo di Galati al Magnifico Giovanni Antonio Genoese per 19.000ducati. Nel 1745 risulta che la foresta di Galati unitamente alla Torre, erano intestate al Barone Paolo Filocamo che l’aveva affidata al Dott. Michele Francesco Cafari (del casale di Staiti). In realtà il territorio di Galati era anche la destinazione finale della transumanza del bestiame che giungeva dalle serre Catanzaresi, inoltre nella Torre e negli edifici annessi trovavano ricovero i pastori che conducevano le greggi. Nel 1779 il pastore di Fabrizia Giovanni Monteleone, fece testamento proprio all’interno della “Torre di Galati”, il cui territorio nello stesso atto testamentario viene chiamato “Villa di Galati”. Nel 1800 la Torre ed i suoi possedimenti erano di proprietà della famiglia Retez che furono tra gli ultimi ereditari. Intorno ai primi anni del 2000 la torre in avanzato stato di abbandono venne restaurata, grazie a dei fondi europei e l’interessamento della Regione Calabria, Mibact e Comune di Brancaleone. Si evince che l’intera area della torre aveva non solo ambienti ad uso abitativo, ma anche ambienti come il frantoio, le scuderie ed altri ambienti di servizio che servivano probabilmente a dare stallo ai viandanti, pastori ecc… Ma si hanno notizie che almeno fino agli anni ’50 questa torre fu utilizzata non solo come deposito, ma anche come ricovero di fortuna per gli abitanti dell’omonima Galati.

* (Fonti: Carmine Laganà, Vincenzo De Angelis, Carmine Verduci)

CURIOSITA’

Il toponimo “GALATI” deriverebbe dall’arabo Qualat, ma è un’ipotesi alquanto surreale, se consideriamo che la costa orientale calabrese sia stata caratterizzata da influenze non solo di popolazioni di passaggio ma anche caratteri linguistici che hanno lasciato parecchie forme di derivazione greca dell’onomastica e toponomastica delle nostre zone. Quindi volendo inseguire anche la tesi più accreditabile del nome GALATI potremmo sicuramente dire che derivi dalla lingua greca, ovvero: GALA= Latte. Tesi che trova riscontro proprio con l’ubicazione del luogo che si trova in una porzione di territorio caratterizzato dalla presenza di marne bianchissime che durante le stagioni secche, appena dopo una eccezionale precipitazione abbondante e in condizioni di mare calmo, si riversa in mare l’acqua bianchissima nell’azzurro ionio, fenomeno che crea lunghe strisce bianche sul mare, dando appunto l’impressione del latte. Tesi poetica, ma più verosimile.

Sappiamo come nel periodo Mago-Greco i confini tra Locri e Reggio furono ridisegnati più volte,a distinguere questi confini erano spesso le fiumare, infatti tutta l’area intorno alla torre ed a questi territori è costellata da reperti archeologici come confermano indagini archeologiche condotte dal Prof. D. Cordiano dell’Università di Siena nel 2016, i rilevamenti archeologici e scientifici hanno indagato le località Stracozzara, Monumenti e Cafuni ed i territori tra Brancaleone e Palizzi pubblicati nel saggio: “Carta archeologica del litorale ionico aspro montano” Comuni di Palizzi – Brancaleone – Staiti e d’intorni

*(Fonti: Isidoro Bonfà, Sebastiano Stranges)

 

LA VIA DEI BORGHISAN GIORGIO MORGETO

Domenica 4 Ottobre La Via dei Borghi a San Giorgio Morgeto (RC)

Torniamo a percorrere LA VIA DEI BORGHI amici. Il 4 di ottobre prenderà il via la terza edizione del progetto nato dalla sinergia tra Il Giardino di Morgana e Kalabria Experience. La destinazione sarà eccezionale: San Giorgio Morgeto con il suo fascino medievale ed i suoi paesaggi pazzeschi sulla Piana e sul Mar Tirreno.
Moltissime le attrazioni di giornata: Il Convento dei domenicani, la Chiesa dell’Annunziata, Palazzo Oliva, il Busto Florimo, Palazzo Florimo, San Gennaro(o San Giuseppe), la Chiesa Sant’Antonio, Palazzo Ambesi (centro visita), la Chiesa del Carmine, l’arco di San Giacomo, la Chiesa dell’Assunta, Palazzo Fazzari, la scala Beffarda, il Passetto del Re, il Castello, la Fontana Bellissima, Palazzo Milano.

Questo dimostra che ogni angolo della Calabria esprime storie e curiosità che attendono solo di essere raccontate. Dopo la pausa pranzo (PRANZO A SACCO), ci lasceremo stregare dalle capacità degli artigiani e produttori locali.

Due gli appuntamenti.Faremo visita al maestro Cestaio Aldo Mammoliti e dopo incontreremo la storia dell’azienda Olearia San Giorgio.

PROGRAMMA:

Ore 09:00 Raduno dei partecipanti presso lo slargo posto all’inizio di via Morgeto (vicino alimentari Ligato) GUARDA LINK GOOGLE E MAPS
Ore 09:30 Visita del borgo
Ore 13:00 Pausa pranzo (pranzo a sacco)
Ore 14:00 spostamento verso il cestaio Aldo Mammoliti e successivamente IN MACCHINA raggiungeremo l’azienda Olearia San Giorgio
Ore 17:30 Saluti e rientro.
ALL’INTERNO DELLA GIORNATA:
FOTO CONTEST INSTAGRAM: #IuntamuSanGiorgioMorgeto
SCHEDA TECNICA:
Escursione di tipo: “T” (TURISTICO)
Grado di difficoltà: FACILE
Percorso: Urbano
SERVIZIO BUS FACOLTATIVO A CURA DI FULLTRAVEL:
Il servizio verrà attivato al raggiungimento di otto adesioni
– BRANCALEONE STAZIONE FERROVIARIA ore 7:30
– BOVALINO DI FRONTE RISTORANTE VILLA DENISE ore 8:25 
– LOCRI STAZIONE DI SERVIZO ESSO ore 8:10
EQUIPAGGIAMENTO CONSIGLIATO:
Calzature adeguate al tipo di percorso in centro storico (scarpe da ginnastica) vestiario a cipolla, k-way, impermeabile, cappellino, occhiali da sole, scorta d’acqua almeno 1/5 lt), indumenti di ricambio, macchina fotografica o smartphone, telo per pic-nic, MASCHERINA E GEL IGIENIZZANTE PERSONALE!
PER ADERIRE ALL’INIZIATIVA:
E’ OBBLIGATORIA LA PRENOTAZIONE ENTRO IL 3 OTTOBRE 2020 alle 12.00
telefonando al numero 392 400 9180
Quota di partecipazione: 15€ (Max partecipanti: 40)
calabria

Ci voleva una pandemia per far scoprire la Calabria!

“…a chi l’ha sempre snobbata o ritenuta pericolosa (no, non anneghiamo i turisti nel cemento dei piloni della Salerno Reggio Calabria; no, non correte il rischio di finire in mezzo a una sparatoria… per quanto qui in estate il “mezzogiorno di fuoco” sia una certezza, ma per ragioni climatiche!”

La Calabria, complice il bassissimo numero di contagi, quest’anno è stata presa d’assalto dai turisti (e in parte dagli stessi calabresi, che la conoscono pochissimo!). Mentre io ho continuato a viverla come ho sempre fatto: senza filtri. Che resta il miglior modo per scoprirla e capirla. La Calabria funziona per sottrazione. Tra essere e apparire qui vince sempre la prima. Nessun brand, nessuna moda, nessun Vip. Un’estate senza: niente borse da mare griffate, niente telo e pareo trendy, niente zoccoli con tacco 12. Mare e spiaggia senza vestiti, senza lidi fashion, senza lettini, senza sdraio e ombrellone, senza cappello , senza occhiali da sole. Già è tanto avere su il costume… nonostante in effetti sia un filtro anche quello!  Ciabattine rasoterra, asciugamano su una spalla, libro. Direttamente in mano, neanche una sacca per contenere il tutto. Figurarsi avere dietro soldi o portamonete, tanto non c’è niente da comprare dove vado io… non un chiosco o un bar.

Brancaleone Vetus (RC)

Il mare in Calabria per me è il telo steso direttamente sulle pietre o sulla sabbia, è camminare sui sassi senza scarpe (si diventa fachiri da piccoli! Invece di comprare sandali e scarpette gommate ai bambini lasciateli irrobustirsi a piedi nudi…). In Kenya riuscii a impressionare uno dei ragazzi locali proprio per questa mia capacità di camminare scalza sulle pietre… secondo lui, una cosa assolutamente atipica per una “mzungu”, una bianca. Per quanto bianca possa essere una calabrese!

Sarà stata la clausura forzata da Covid19 in cui una delle cose che più mi è mancata era proprio il mare, ma ora come non mai ho questa necessità fisica di sentire tutto sulla pelle. Che forse non ci avete mai pensato, ma è il nostro organo più esteso e il meno usato. In un’epoca in cui i filtri sui cellulari sono più numerosi dei rossi in una carta dei vini (e con nomi altrettanto altisonanti), io sono senza filtri come i bambini. E i matti. Senza filtro è come vivo la vita, non solo la vacanza. Niente trucchi. Neanche quelli che si mettono sul viso, tanto per capirci… la verità è nuda e cruda come un’ostrica. Il mio scrub naturale è fatto di sabbia che leviga la pelle, mentre le pietre del bagnasciuga provvedono alla pedicure. Il mio parrucchiere è il vento e la salsedine che arriccia i capelli, il mio fondo tinta è il sole che colora il viso e fa sparire i pori allargati. Il mio profumo è un distillato di acqua di mare, ginepro, brezza salmastra e tamerici. L’onda è la mia massaggiatrice. Instancabile e gratuita.
Senza filtro un pezzo di carbone residuo di qualche falò diventa utensile d’arte per disegnare sulle pietre come fossero una tela.

La Calabria senza filtri è così: selvaggia e genuina, tagliente e vellutata, inaccessibile e succulenta. Con questa luminosità africana che rende inutile qualsiasi fotoritocco, i colori vividi per natura nell’assolato mezzogiorno e morbidi al tramonto.

I filtri (pensateci ora che siete obbligati ad averne uno come la mascherina su naso e bocca) rendono schiavi: quando li usi la prima volta dovrai farlo per sempre. Perché una volta che abitui il pubblico alla versione di te “ritoccata”, con la luce giusta, con il software che snellisce o leviga le rughe chi avrà più il coraggio di farsi un selfie “naturale”? Al naturale ormai vuol dire con i difetti. In genere troppi da sopportare. L’autenticità richiede una certa dose di coraggio e spavalderia.

“Senza filtro è dire quello che si pensa, direttamente. Senza studiare una strategia. Solo perché va detto. Perché la verità è sempre senza filtro. E voi, che preferite? Una consolante bugia o la scomoda verità?”

 

MARIA ROSARIA TALARICO:

Sono nata in Calabria, vivo a Roma con un marito e una valigia sempre pronta. Ho viaggiato in una cinquantina di Paesi diversi, ma non mi sono ancora stancata di vederne di nuovi. Oltre agli articoli, sforno torte. Ho una fattoria brigantesca www.fiego.it
Ho vinto diversi premi giornalistici tra cui il Premio Maurizio Rampino (con l’inchiesta sul riciclaggio internazionale e il traffico di cash), il Premio Natale – Unione cattolica stampa italiana (per il reportage sul precariato nel mondo della scuola) e il premio Val di Sole per un giornalismo trasparente (con il sito internet www.ilbarbieredellasera.com, antesignano dei blog e di cui, con lo pseudonimo Pennina, è stata una delle colonne della redazione). Il premio più importante resta essere diventata giornalista nonostante i miei genitori non lo fossero. Giornalista professionista, portavoce, musicista, docente, militare, imprenditrice agricola. Nella mia vita sono stata molte cose. Ho un lungo curriculum e nessuna condanna in tribunale. Nonostante questo svantaggio di partenza mi sono candidata lo stesso alle ultime elezioni europee. Non ho vinto, ma è stato bellissimo partecipare! Per chi vuole saperne di più: http://www.rosariatalarico.it/biografia/

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