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Domenica 21 Luglio; alla scoperta di Palizzi Superiore di notte

Kalabria Experience vi porta alla scoperta di uno dei borghi dell’area grecanica più suggestivi, lo farà domenica 21 Luglio a Palizzi Superiore. L’itinerario prevede una full-immersion nel borgo, che attraverso i suoi scorci suggestivi ci farà cogliere la bellezza di vicoli e vedute, attraverso la storia e attraverso le vicissitudini legate al piccolo borgo incastonato in questa parte di Aspromonte. Un’escursione adatta a tutti, che prevede anche un’esperienza gastronomica con prodotti della tradizione del luogo a cura dell’Associazione Poliscin in collaborazione con Cantine Altomonte.

PROGRAMMA:

ore 19:45 appuntamento e ritrovo a Palizzi Marina (Piazza dei Martiri) Link appuntamento 

ore 20:30 Arrivo a Palizzi Superiore (Visita Ponte allo Schiccio e vicoli del borgo)

Ore 21:30 Cena sotto le stelle, nella magica cornice della piazzetta di Palazzo Romano

Ore 22:30 Visita al Catojo  con l’Associazione Thetìs e Chiesa Sant’Anna ed altri scorci caratteristici del borgo

Ore 23:30 Saluti e rientro

 

Quota di Partecipazione:

30€ (Include cena, e quota adesione)

Escursione adatta a tutti!!!!

Prenotazioni entro il 19 Luglio 2024 inviando un messaggio WhatsApp al numero 3470844564

Domenica 9 Giugno, escursione naturalistica alla Scialata di S. Giovanni di Gerace (RC)

Domenica 9 Giugno Kalabria Experience in collaborazione con Camminare Liberi e Calabria Condivisa è lieta di proporvi questa fantastica esperienza percorso Naturalistico della Scialata (Torrente Levadio).

Si tratta di uno dei percorsi naturali più suggestivi tra quelli esistenti nella provincia di Reggio Calabria. Numerose sono le meraviglie che la natura propone in questo percorso che snoda il suo tracciato tra gigantesche rocce granitiche e boschi secolari fittissimi, in una natura incontaminata ricca di flora, così bella da lasciare senza fiato!

Le bellissime cascate offrono agli amanti dell’avventura l’opportunità di trovare un piacevole refrigerio nelle fresche acque della fiumara, alberi secolari e cielo azzurro fanno da sfondo a quella che si può ben definire un’esperienza unica!

 

DESCRIZIONE:

Parcheggeremo le auto presso il Casello della Forestale Giancè, o in alternativa si potrà raggiungere l’inizio del percorso (se le condizioni della strada sterrata sono buone). Si prosegue, sulla sterrata in lieve discesa, con ampie vedute sulle vallate sottostanti.

Dopo circa 15 minuti si arriva alla fontana Fallari, si scende dolcemente e poco dopo si arriva al ponticello di Fallari e da questo punto in poi il torrente Levadio offre dimostrazione di tutta la sua bellezza, inserendosi tra le sue suggestive cascate e ad angoli di bellezza indescrivibile, tra suggestive cascate e vegetazione rigogliosa e fitta, attraverso un sentiero ben tracciato e caratterizzato da passaggi fatti di ponti e passerelle che renderanno più avventuroso il viaggio. Arrivati alla cascata “Marasà” si prosegue salendo attraverso una delle tante scalette di legno che si trovano sul sentiero per poi arrivare alla cascata “Schiavone”, una delle più belle che si trovano sul percorso, che diviene accidentato per via di massi posti nel letto della fiumara, enormi e disposti in modo tale da formare un grazioso laghetto. L’occasione sarà anche per fare un bel bagno nelle freschissime acque! Si lascia il letto della fiumara, superando uno dei tanti ponti che si trovano sul sentiero e ci si immette in un viottolo in lieve salita, molto sdrucciolevole, sotto una fitta foresta di castagni.

Dopo circa dieci minuti senza nessuna difficoltà, incantevole e affascinante si presenta dall’alto lo “schioppo” di località Scogli, uno dei più belli e accattivanti dell’intero sentiero. Da qui il sentiero si snoda tra una lussureggiante vegetazione di elci, che si alterna a formazioni di farnettoroverella, ontani, castagni, faggi e con la presenza sporadica di aceri montani, allori e pioppi tremoli. Nei pressi della sorgente è situata, un’edicola con la statua della Madonna di Lourdes, mentre a qualche metro della roccia, sgorga in gran quantità l’acqua oligominerale della “Scialata”, qui faremo la nostra pausa pranzo. Terminato il pranzo si rifà il percorso all’indietro per arrivare al punto di partenza.

 

PROGRAMMA:

Ore 09:30 Ritrovo e registrazione partecipanti (EX STAZIONE FERROVIE DELLA CALABRIA – GIOIOSA IONICA) Viale delle Rimembranze
Ore 09:50 Partenza per San Giovanni di Gerace
Ore 10:30 Arrivo al casello Giancè e inizio trekking
Ore 13:30 Pausa Pranzo (loc. La Scialata)
Ore 14:30 Partenza per il rientro
Ore 16:30 Arrivo alle auto e saluti

 

SCHEDA TECNICA

Livello: E (escursionistico)
Difficoltà: Medio/Facile
Lunghezza percorso: 8km A/R
Dislivello: 220mt
Durata complessiva: 5h
Presenza d’acqua: SI alla fine del percorso
Fondo: Sentiero
Numero Limitato: MIN. 15 MAX 20 PARTECIPANTI

 

QUOTA DI PARTECIPAZIONE:

20€ (comprende, guida escursionistica e assicurazione infortuni)

 

ATTREZZATURA CONSIGLIATA:

Scarpe da trekking, borraccia d’acqua (almeno 1,5lt), k-way, indumenti di ricambio, costume, bastoncini Trekk (facoltativo, )occhiali da sole, crema protezione solare, cappellino, barrette energetiche e spuntino pranzo.

 

COME PARTECIPARE?

Inviare un messaggio whatsapp al numero 3470844564 e fornire i propri dati “nome e cognome e Codice fiscale” (per la copertura assicurativa) entro e non oltre il 7 Giugno 20224.

Si ricorda che in caso di condizioni meteo avverse, l’escursione sarà rinviata e comunicata ai prenotati il sabato entro le ore 20:00

 

Il giorno dell’Ascensione Usi, Riti, Credenze in Calabria

Qualche ora prima del canto del gallo, alla sola luce di “’a stiddha d’a matina” le contadine son partite di buonora, camminando lentamente, nella strada che oltrepassa il calvario. Chi ha un paniere incrociato al braccio, chi una falce o un bastone per “annettare” la via, intanto tra una chiacchiera e l’altra, hanno raggiunto una scarpata ripida e pietrosa, un po’ fuori paese, alla quale tornano abitualmente , ogni anno, prima del sorgere del sole del giorno solenne della Ascesa al cielo di Nostro Signore. Tanto cammino, per perpetuare un ancestrale rito, che hanno visto fare alle mamme e alle nonne, e che loro con dedizione continuano, un po’ per buon auspicio, un po’ per superstizione, ma soprattutto in ricordo di quando “cotrareddhe” impazienti aspettavano il giorno della Ascensione per andare al mattino presto dalla mano della mamma assieme alle altre comari e vicine di casa alla ricerca della “fortunella.”

U jornu d’a ‘scensiona” quaranta giorni dopo Pasqua, si ricorda la definitiva salita al cielo di Gesù Risorto e rappresenta simbolicamente l’Esaltazione di Gesù Cristo risorto.

La notte tra “‘a vijilia e ‘u jornu da Scenziona” è una delle tante notte magiche dell’immaginario popolare calabrese, nella quale si possono ottenere presagi, e le piante, come avviene per il 24 giugno, hanno proprietà magiche, benefiche e ben auguranti. Nel giorno dell’Ascensione, infatti, era tradizione recarsi prestissimo, prima dell’alba, per trovare e raccogliere i rametti verdeggianti di alcune piante grasse, comunemente dette “erba dell’ascensione”, “erbicella” “santa erva” oltre che “erba della fortuna”, o semplicemente “’a fortunella”. Solitamente si tratta di piante grasse appartenenti alla famiglia delle Sedum cepacee.

A Catanzaro, la credenza vuole che andasse raccolta in luoghi da dove non si vedeva il mare.

Le donne che portavano avanti questa tradizione tramandano oralmente anche delle formulette magiche e invocazioni da recitare per buon augurio al momento del ritrovamento:

– Bona trovata Santa Erba, quandu Jesu jia ppe terra.  Ti guardau e ti benedissa, ricordati sant’erva chi ti dissa?

Dopo il segno di croce, a ringraziamento del ritrovamento e a concessione di poterla raccogliere, qualcuno continua a recitare:

Eu ti scippu santa erva, quandu Jesu jìa ppe terra, ti guardau e ti benedissa,arricordati cchi ti dissa.

A questo punto “erbiceddha da fortuna” veniva raccolta accuratamente, cercando di sfilarla con tutta la radice, e facendo attenzione nella scelta e raccolta di rametti più lunghi e vividi. Successivamente, veniva riposta in setacci o panieri, per facilitarne il trasporto. I primi raggi del sole festivo esorcizzavano le forze del male che agivano di notte ed illuminavano l’altare della Chiesa invitando ad assistere alla prima messa domenicale. Il sole vivo ricordava, infatti, Gesù Risorto ed asceso al cielo in tutto il suo splendore. Non si era degni di vedere quella luce e perciò l’erba era considerata santa perché, attraverso di essa si poteva volgere lo sguardo a Dio. Prima di portarla in casa o di donarla si preparava a un mazzetto, poi una scrollatina a mezz’aria per liberare l’erba santa dal terriccio, dagli insetti o da altre impurità. C’era chi prima di portarla a casa era solito farla benedire in chiesa alla Messa solenne della Domenica di Ascensione. Poi una volta portata presso le abitazioni, era addobbata con un nastrino rosso o bianco. Legata a una cordicella, veniva appesa in un luogo per lo più in penombra della casa, solitamente al capezzale del letto, al quadro della sacra famiglia o proprio vicino al crocifisso.

Qualcuno disponeva in più punti della casa, anche dove c’erano anziani o bambini.

L’erba della Ascensione era una messaggera, si utilizzava principalmente per ottenere dei presagi. Il rametto della piantina veniva infatti posizionato in testa in giù, e se dopo un po’ di giorni tendeva a salire o fioriva era ben augurante altrimenti se fosse rimasto “a testasutta” o  appassito del tutto avrebbe preannunciato guai in vista, sfortuna, e situazioni avverse. Bisognava aspettare sette, venti, o quaranta giorni a seconda della credenza dei vari paesi, per osservare attraverso il posizionamento che nei giorni ha assunto la “fortunella” per interpretare il presagio.

Oltre all’erba dell’ascensione, nella stessa giornata c’era chi raccoglieva e preparava dei mazzetti con fiori di sambuco (‘u maju) e  di ginestra spinosa (a spina santa).

Una volta preparati i mazzetti con “‘u maju, a spina santa e anche l’erva da fhurtuna” venivano portati in chiesa per la benedizione e poi posizionati e appesi dietro la porta di casa per buon augurio e a protezione dell’abitazione. A Cropani, nella giornata dell’Ascensione, si perpetuava un atto di devozione molto originale. Dopo essersi confessati, ci si ritrovava in paese per la recita del Santo Rosario, rigorosamente con lo sguardo rivolto verso il mare:

Bruttu nemicu, pera de ccà /  ‘un venire nè mo’ e nè mai / mancu all’ura da morte mia / ca iu dicu centu voti

Jesù, Jesù, Jesù ( per cento volte).

 Chi bella jurnata ch’ è chissa /  sagghe ‘ncelu Gesù Cristu /  l’aduramu e lu salutamu  / la grazza ca volimu ci la cercamu  / ci la cercamu vulentieri / ppè li sui sacri misteri.

 E vui tutti celesti siti / tutti li sette l’apariti / tutti li sette l’ addumati / davanti l’Eternu Patre.

A Chiaravalle si tramanda un racconto che cerca di spiegare le doti divinatorie di questa piantina grassa:  Gesù, nel salire al cielo, benedisse questa erba perchè, contrariamente a tutte le altre che volgono la loro cima in basso, questa la rivolse in alto, verso il suo creatore. Da allora crebbe spontanea e rimase, quasi sempreverde, emettendo una miriade di fiorellini piccolissimi e bianchi, tendenti al giallino e vagamente profumati.  Potevano raccoglierla tutti, anche i bambini, ma chi voleva compiere questo atto di devozione doveva comunque essere delegato dal capo famiglia, o da una persona anziana. L’incaricato si levava all’alba e nell’uscire di casa, volgeva gli occhi al cielo dicendo: ”Sì fhice juornu piaciendu a Dio. A nuddhu salutu cchiù prima e’ Tia  Stiddha e’cielu  Curuna e’  Campu , Gloria a Patrhe fhjgghju e Spiritu Santu!”

Tale rito come tanti altri sono stati abbandonati e dimenticati, come i fuochi propiziatori della vigilia dell’Ascensione.

In occasione della festa della Ascesa al Cielo di Ns Signore, in alcuni centri della provincia di Reggio Calabria avveniva la distribuzione del latte prodotto in questa solennità, che un tempo era donato dagli allevatori pastori e “massari” ai poveri e, in genere, o a chiunque ne avesse fatto richiesta.

Tale gesto pare che trovasse la sua origine da una leggenda, in base a cui un pastore nel giorno dell’Ascensione avendo rifiutato di regalare del latte ad una donna povera, che lo aveva richiesto, quando si mise a lavorarlo si accorse che esso non “quagghjava”, come punizione divina per il suo rifiuto e vide così sfumare nel nulla tutta la produzione del latte di quel giorno.  Da quel momento in poi, per consentire una produzione regolare per l’intero anno, il latte che veniva prodotto il giorno dell’Ascensione, come gesto propiziatorio, non doveva più essere lavorato e neppure coagulato, bensì donato interamente ai poveri! Il latte diveniva così un alimento rituale per la festa dell’Ascensione, molto probabilmente perchè simbolo di purezza e veniva assunto come ingrediente basilare di diversi piatti tipici, come le minestre, le paste, (i tagliolini) ,che venivano cucinate nel latte, anzichè nell’acqua, sia in versione salata, che  dolce!

 

Di Andrea Bressi

L’antica abbazia della Madonna della Lìca a Pietrapennata- Palizzi (RC)

Il territorio di Palizzi custodisce innumerevoli gioielli dell’antichità e siti di interesse storico-naturalistico-culturale. Oggi vi portiamo alla scoperta dell’antico monastero di Santa Maria della Lica, che testimonia la forte spiritualità di questi luoghi, un tempo frequentati e pullulanti di popoli e genti ci lasciano in eredità testimonianze antiche e importanti per capire la ricchezza di un territorio che i tempi moderni hanno sprecato, distrutto, dimenticato.

Il santuario di tradizione bizantina, presenta segni murari dell’età normanna e giungono fino al XVII sec. Il suo nome deriva da quello della contrada in cui sorge e pare, anche per l’esistenza nella zona di un tempio dedicato ad Apollo Licio. Fino ai primi del 1800 ad Alica, il giorno 8 maggio di ogni anno, si teneva una fiera di bestiame in onore della Madonna. nella chiesa parrocchiale dello Spirito Santo a Pietrapennata frazione di Palizzi. Purtroppo oggi, l’abazia è in stato di rudere, si tratta di una chiesa e di un monastero incastonati in una vallata amena, e consiste in un complesso architettonico rimaneggiato più volte durante i secoli, con brani murari riferibili a diversi periodi storici, dal più antico, risalente presumibilmente al XII secolo, fino al XVII-XVIII secolo.

La chiesa era un edificio a navata unica, di circa 6×13mt (in un rapporto di uno a due tra larghezza e lunghezza) con abside orientata, e forse praticati in periodo successivo un Prothèsis e un Diaconicòn. Nel XVII secolo è stato addossato al muro meridionale il campanile, si tratta di una costruzione molto slanciata ed elegante, curata nei particolari com’è possibile apprezzare dal doppio ordine e dalla cornice di mattonelle policrome. Quest’ultimo particolare decorativo lo rende molto simile al campanile della chiesa di San Sebastiano dell’Amendolea. un campanile a doppio ordine con una cornice di mattonelle policrome, simile a quello della chiesa di S. Sebastiano di Amendolea e di S. Salvatore di Cataforio.

Tra il secolo XVII e quello successivo, venne costruito, esternamente alla chiesa e ruotato rispetto ad essa, verso nord-est, un altro ambiente che potrebbe riferirsi alla sacrestia, di cui parla Mons. Contestabile nel 1670 come opera da completarsi. Sul porticato addossato alla parete meridionale si notano pochi resti di cui una porzione di arcone che, per la sua struttura muraria, è attribuibile al XII secolo. A circa 9mt dal muro meridionale e ad una quota inferiore di circa 1,5mt, vi sono dei poderosi setti murari.

Molte sono le teorie sull’etimologia del termine Alica, alcune dettate dal grande archeologo e storico “Domenico Minuto” asseriscono che il termine “Alica è Alicia” si trovavano già nel XVII° secolo e sembrano avvalorare la certezza che in quell’epoca nella bovesìa il significato della parola volgare “lega o Liga” era meno nota dell’attuale termine greco “Alìthia” termine che ancora oggi è comune nell’area Ellenofona anche nelle varianti di Alìsia e Alìa che significa appunto “la verità”. Altra ipotesi avanzata è che potesse derivare dal Greco lukòs che significa “bosco” a sottolineare la natura remota del luogo.

Quando la chiesa fu fondata, presumibilmente nel XII secolo, presentava una pianta a navata unica e un’abside finale. Oggi è difficile identificare la collocazione originaria dell’abside sia a causa dell’alta vegetazione sia a causa di un ambiente quadrangolare, costruito presumibilmente tra il XVII e il XVIII secolo, che si è sovrapposto alla struttura che alcuni studiosi ritengono sia stata la sacrestia. Probabilmente prima ancora della costruzione della cosiddetta sacrestia era stato eretto il campanile.

Fino al 1887 questa chiesa ha conservato un bellissimo simulacro di marmo bianco d’alabastro a mezzobusto raffigurante la Madonna con Bambino del XV secolo e attribuita alla scuola del Gagini, che poi fu trasferita e si trova tutt’oggi, nella chiesa parrocchiale dello Spirito Santo di borgo di Pietrapennata. La statua a mezzobusto della madonna pare sia arrivata sin qui dalla Sicilia e sbarcata miracolosamente nella marina di Palizzi, all’alba della battaglia di Lepanto, quando i cristiani sbaragliarono definitivamente i Musulmana in occidente.

Grazie alle ricerche storiche, possiamo certamente dire che la chiesa della Lica in effetti non fosse altro che una grangia dello stesso Monastero di Sant’Ippolito che cambiò il titolo in occasione dell’evento storico di Lepanto e dell’arrivo di questa statua. Anche se alcune fonti storiche, riferiscono che il monaco che fondò il monastero, fosse partito dall’Abbazia di Santa Maria di Tridetti (Staiti). Sembra anche probabile che la chiesa rientri nella cosiddetta “via dei romiti”, un itinerario relativo al passaggio dei monaci dove sorgevano molti ricoveri in cui i religiosi in pellegrinaggio potevano meditare, pregare e anche soggiornare.

 

Di Carmine Verduci

25 Aprile – Tour alla scoperta dei borghi della valle degli Armeni

Il 25 Aprile Kalabria Experience propone un Tour esperienziale alla scoperta della “Valle degli Armeni”, un itinerario che attraversa la storia e il tempo, alla scoperta di questo lembo di terra della provincia reggina ricco di storia e di fascino immutato. Il nostro viaggio attraverserà secoli di storia e vicissitudini, dalle prime colonie Greche al passaggio degli Armeni che in questo territorio hanno lasciato tracce indelebili del loro passaggio. Un tour completo e per tutti, per chi avrà la curiosità di trascorre3re una piacevole giornata insieme al tanti fantastici amici!

Ci si muoverà raggiungendo siti e borghi con le proprie auto.

Il tour “Valle degli Armeni” propone; una visita al Parco Archeologico Urbano di Brancaleone Vetus, dove ammireremo oltre le emergenze storico-archeologiche del sito, anche la grotta-chiesa dell’Albero della Vita, icona indiscussa della cristianità Armena Calabrese.

Ci sposteremo poi verso Bruzzano Zeffirio dove raggiungeremo la leggendaria Rocca degli Armeni a Bruzzano Vetere. Qui entreremo nel vivo della storia degli armeni in questo territorio, tra, fascino e panorami mozzafiato, con la visita al complesso fortificato del castello ed il meraviglioso Arco trionfale dei Principi di Carafa

Proseguiremo il nostro tour verso Staiti, il comune più piccolo della Calabria, dalle sue caratteristiche medievali, dove gusteremo un buffet tipico preparato dalla “Taverna dei Santi”

A seguire visiteremo il Museo dei Santi Italo-Greci e la Chiesa di Santa Maria della Vittoria con un breve giro panoramico del borgo di Staiti

Nel pomeriggio ci sposteremo all’Abbazia di Santa Maria di Tridetti dove ammireremo con gli occhi e con le orecchie la storia di questa antico edificio del XII secolo, dalle sue caratteristiche architettoniche uniche e rare.

Seguirà un piccolo momento in ricordo dei Martiri del Genocidio Armeno con l’accensione e raccoglimento attorno al braciere della memoria con i rappresentanti della Comunità Armena – Calabria e le Istituzioni presenti.

 

PROGRAMMA:

Ore 08:30 Raduno registrazione dei partecipanti (Piazza Stazione Brancaleone)

Ore 08:45 Partenza con le proprie auto verso Brancaleone Vetus (visita del sito storico).

Ore 11:00 Trasferimento in auto a Bruzzano Vetere, visita alla Rocca degli Armeni Ore 12:30 Trasferimento a Staiti

Ore 13:00 Buffet Tipico Staitese (all’aperto)

Ore 14:00 Visita al Museo dei Santi Italo Greci, Chiesa Santa Maria della Vittoria e giro panoramico del borgo.

Ore 15:30 Trasferimento a Santa Maria di Tridetti – visita al complesso architettonico

Ore 17:00 Cerimonia solenne in ricordo dei Martiri Armeni con accensione braciere della memoria

Ore 17:30 Fine saluti e rientro

 

SCHEDA TECNICA

Comuni interessati: Brancaleone, Bruzzano Zeffirio, Staiti.
Escursione di tipo: T (Turistica)
Difficoltà: nessuna
Acqua: Rifornirsi da casa (per la prima parte del tour)
Adatta ai bambini: SI (purchè accompagnati e sotto la responsabilità di un genitore)

 

CONSIGLIATO:

Abbigliamento a strati e adatto al periodo climatico, scarpe comode (anche sneakers), cappellino, occhiali da sole, k-way, acqua almeno 1,5lt, eventuale spuntino di mezza giornata, macchina fotografica o smartphone.

 

QUOTA DI PARTECIPAZIONE:

10€ (a persona) + 15€ per il buffet  (a base di prodotti tipici del luogo; Pittelle, Salumi e formaggi, Maccheroni al sugo, acqua)

PRENOTAZIONI:

Telefonando o inviando un messaggio WhatsApp al numero: 3470844564 scrivendo il proprio (NOME E COGNOME), entro e non oltre il 22 Aprile.

 

ISCRIZIONI A NUMERO CHIUSO: MAX 30 persone

 

N.B.
L’escursione non prevede alcuna polizza assicurativa per eventuali infortuni. Ognuno partecipa volontariamente esonerando da ogni responsabilità civile o penale l’organizzazione.

La stele di Mitra a Melito Porto Salvo, un patrimonio da salvare

Oggi vi vogliamo raccontare di un tesoro davvero poco conosciuto della nostra Calabria, ma molto affascinante e misterioso, infatti, un semplice masso con sopra alcuni segni ormai consumati dal tempo, nasconde segreti incredibili. Stiamo parlando della Stele di Mitra, scoperta da Sebastiano Stranges e dal compianto Luigi Saccà, un monumento megalitico situato nel comune di Melito di Porto Salvo che si ritiene risalga al periodo neolitico. È una grande lastra di pietra rettangolare di circa 3 metri di altezza e 2 metri di larghezza, su cui sono scolpiti una serie di simboli presenti nel culto di Mitra, tra cui il Dio che uccide un toro, un serpente e un cane.

Ma perché proprio questi animali?

Il mito racconta che Mitra affronta un giorno il Dio Sole e lo sconfigge. Il Sole allora stringe con lui un patto di alleanza donandogli la corona raggiata. In un’altra sua eroica impresa, Mitra cattura il Toro e lo conduce in una caverna. Ma il Toro fugge e il Sole, memore del patto, gli invia un corvo quale suo messaggero con il consiglio di ucciderlo. Grazie all’aiuto di un cane, Mitra, con in capo un berretto frigio, raggiunge il Toro, lo afferra per le froge e gli pianta un coltello nel fianco uccidendolo (tauroctonia). Allora dal corpo del toro nascono tutte le piante benefiche per l’uomo e in particolare dal midollo nasce il grano e dal sangue la vite.

Ma Ahriman, che nel culto mitriatico rappresenterebbe il Dio del Male, invia un serpente e uno scorpione per contrastare questa profusione di vita. Lo scorpione cerca di ferire i testicoli del toro mentre il serpente ne beve il sangue, ma invano. Alla fine il Toro ascende alla Luna dando così origine a tutte le specie animali. Così, Mitra e il Sole suggellano la vittoria con un pasto che rimarrà nel culto sotto il nome di agape. Purtroppo la pietra è da millenni esposta alle intemperie e probabilmente il corvo e lo scorpione sono scomparsi come anche il sole e luna presenti di solito nella rappresentazione del dio. Sebastiano Stranges ci ha tenuto a comunicarci che in alto a sinistra per chi osserva, anche se ormai poco visibile, è presente il demone del male che osserva la scena.

 

MITRAISMO CULTO MISTERICO PERSIANO E ANATOLICO DEL 14 SEC. a. C.

È tutto basato sulla precessione degli equinozi che è il risultato dello spostamento dell’asse attorno al quale la Terra compie la sua rotazione, perpendicolare all’eclittica, come accade a una trottola, ritornando nella posizione originale ogni 25772 anni. Nel corso di circa duemila anni la costellazione in cui il sole si trova nell’equinozio di primavera cambia entrando in un’altra “era astrologica” che prende il nome dalla nuova costellazione, con un moto retrogrado rispetto alla successione dello zodiaco come lo conosciamo (Toro, Ariete, Pesci, Acquario, ecc.). Questo movimento processionale, che nella cosmologia geocentrica degli antichi veniva da questi attribuito alle stelle, richiedeva una divinità sovra-cosmica responsabile di esso e uccidendo il Toro celeste, Mitra ribadisce il suo potere sull’intero cosmo e consente al segno successivo, l’Ariete, di diventare “Casa del Sole” all’equinozio di primavera, evento astronomico che accadde due millenni prima dell’avvento di Cristo (la nascita di Gesù è l’evento che rappresenta il passaggio dall’età dell’Ariete a quella dei Pesci).

La morte del toro genera la vita e la fecondità dell’universo, il quale essendo pure il segno di Venere, mostra come l’astro con la sua energia, rigenera la natura. Lo storico delle religioni David Ulansey osservò che tutti i personaggi che compaiono nel mito corrispondono a costellazioni: la tauroctonia la si ritrova raffigurata nel cielo lungo l’equatore celeste al momento in cui gli equinozi erano in Toro (costellazione equinoziale di primavera) e Scorpione (costellazione equinoziale d’autunno).

 

 

In successione si trovano il Toro, il Cane Minore, l’Idra (serpente) la Coppa (entra nel mito mitriaco successivamente nella regione Reno-Danubiana, poiché originariamente si hanno solo figure animali), il Corvo, lo Scorpione. Chiaro che i formatori del mito hanno fatto collimare la struttura celeste con la tauroctonia. Sopra il Toro c’è la costellazione del Perseo, che pienamente si adatta a Mitra, col berretto frigio, e l’atteggiamento vincente sul Toro.

 

Foto: Sebastiano Stranges, Gian Franco Iaria

Testi: Associazione Mistery Hunters

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