Tag: storie

Il giorno dell’Ascensione Usi, Riti, Credenze in Calabria

Qualche ora prima del canto del gallo, alla sola luce di “’a stiddha d’a matina” le contadine son partite di buonora, camminando lentamente, nella strada che oltrepassa il calvario. Chi ha un paniere incrociato al braccio, chi una falce o un bastone per “annettare” la via, intanto tra una chiacchiera e l’altra, hanno raggiunto una scarpata ripida e pietrosa, un po’ fuori paese, alla quale tornano abitualmente , ogni anno, prima del sorgere del sole del giorno solenne della Ascesa al cielo di Nostro Signore. Tanto cammino, per perpetuare un ancestrale rito, che hanno visto fare alle mamme e alle nonne, e che loro con dedizione continuano, un po’ per buon auspicio, un po’ per superstizione, ma soprattutto in ricordo di quando “cotrareddhe” impazienti aspettavano il giorno della Ascensione per andare al mattino presto dalla mano della mamma assieme alle altre comari e vicine di casa alla ricerca della “fortunella.”

U jornu d’a ‘scensiona” quaranta giorni dopo Pasqua, si ricorda la definitiva salita al cielo di Gesù Risorto e rappresenta simbolicamente l’Esaltazione di Gesù Cristo risorto.

La notte tra “‘a vijilia e ‘u jornu da Scenziona” è una delle tante notte magiche dell’immaginario popolare calabrese, nella quale si possono ottenere presagi, e le piante, come avviene per il 24 giugno, hanno proprietà magiche, benefiche e ben auguranti. Nel giorno dell’Ascensione, infatti, era tradizione recarsi prestissimo, prima dell’alba, per trovare e raccogliere i rametti verdeggianti di alcune piante grasse, comunemente dette “erba dell’ascensione”, “erbicella” “santa erva” oltre che “erba della fortuna”, o semplicemente “’a fortunella”. Solitamente si tratta di piante grasse appartenenti alla famiglia delle Sedum cepacee.

A Catanzaro, la credenza vuole che andasse raccolta in luoghi da dove non si vedeva il mare.

Le donne che portavano avanti questa tradizione tramandano oralmente anche delle formulette magiche e invocazioni da recitare per buon augurio al momento del ritrovamento:

– Bona trovata Santa Erba, quandu Jesu jia ppe terra.  Ti guardau e ti benedissa, ricordati sant’erva chi ti dissa?

Dopo il segno di croce, a ringraziamento del ritrovamento e a concessione di poterla raccogliere, qualcuno continua a recitare:

Eu ti scippu santa erva, quandu Jesu jìa ppe terra, ti guardau e ti benedissa,arricordati cchi ti dissa.

A questo punto “erbiceddha da fortuna” veniva raccolta accuratamente, cercando di sfilarla con tutta la radice, e facendo attenzione nella scelta e raccolta di rametti più lunghi e vividi. Successivamente, veniva riposta in setacci o panieri, per facilitarne il trasporto. I primi raggi del sole festivo esorcizzavano le forze del male che agivano di notte ed illuminavano l’altare della Chiesa invitando ad assistere alla prima messa domenicale. Il sole vivo ricordava, infatti, Gesù Risorto ed asceso al cielo in tutto il suo splendore. Non si era degni di vedere quella luce e perciò l’erba era considerata santa perché, attraverso di essa si poteva volgere lo sguardo a Dio. Prima di portarla in casa o di donarla si preparava a un mazzetto, poi una scrollatina a mezz’aria per liberare l’erba santa dal terriccio, dagli insetti o da altre impurità. C’era chi prima di portarla a casa era solito farla benedire in chiesa alla Messa solenne della Domenica di Ascensione. Poi una volta portata presso le abitazioni, era addobbata con un nastrino rosso o bianco. Legata a una cordicella, veniva appesa in un luogo per lo più in penombra della casa, solitamente al capezzale del letto, al quadro della sacra famiglia o proprio vicino al crocifisso.

Qualcuno disponeva in più punti della casa, anche dove c’erano anziani o bambini.

L’erba della Ascensione era una messaggera, si utilizzava principalmente per ottenere dei presagi. Il rametto della piantina veniva infatti posizionato in testa in giù, e se dopo un po’ di giorni tendeva a salire o fioriva era ben augurante altrimenti se fosse rimasto “a testasutta” o  appassito del tutto avrebbe preannunciato guai in vista, sfortuna, e situazioni avverse. Bisognava aspettare sette, venti, o quaranta giorni a seconda della credenza dei vari paesi, per osservare attraverso il posizionamento che nei giorni ha assunto la “fortunella” per interpretare il presagio.

Oltre all’erba dell’ascensione, nella stessa giornata c’era chi raccoglieva e preparava dei mazzetti con fiori di sambuco (‘u maju) e  di ginestra spinosa (a spina santa).

Una volta preparati i mazzetti con “‘u maju, a spina santa e anche l’erva da fhurtuna” venivano portati in chiesa per la benedizione e poi posizionati e appesi dietro la porta di casa per buon augurio e a protezione dell’abitazione. A Cropani, nella giornata dell’Ascensione, si perpetuava un atto di devozione molto originale. Dopo essersi confessati, ci si ritrovava in paese per la recita del Santo Rosario, rigorosamente con lo sguardo rivolto verso il mare:

Bruttu nemicu, pera de ccà /  ‘un venire nè mo’ e nè mai / mancu all’ura da morte mia / ca iu dicu centu voti

Jesù, Jesù, Jesù ( per cento volte).

 Chi bella jurnata ch’ è chissa /  sagghe ‘ncelu Gesù Cristu /  l’aduramu e lu salutamu  / la grazza ca volimu ci la cercamu  / ci la cercamu vulentieri / ppè li sui sacri misteri.

 E vui tutti celesti siti / tutti li sette l’apariti / tutti li sette l’ addumati / davanti l’Eternu Patre.

A Chiaravalle si tramanda un racconto che cerca di spiegare le doti divinatorie di questa piantina grassa:  Gesù, nel salire al cielo, benedisse questa erba perchè, contrariamente a tutte le altre che volgono la loro cima in basso, questa la rivolse in alto, verso il suo creatore. Da allora crebbe spontanea e rimase, quasi sempreverde, emettendo una miriade di fiorellini piccolissimi e bianchi, tendenti al giallino e vagamente profumati.  Potevano raccoglierla tutti, anche i bambini, ma chi voleva compiere questo atto di devozione doveva comunque essere delegato dal capo famiglia, o da una persona anziana. L’incaricato si levava all’alba e nell’uscire di casa, volgeva gli occhi al cielo dicendo: ”Sì fhice juornu piaciendu a Dio. A nuddhu salutu cchiù prima e’ Tia  Stiddha e’cielu  Curuna e’  Campu , Gloria a Patrhe fhjgghju e Spiritu Santu!”

Tale rito come tanti altri sono stati abbandonati e dimenticati, come i fuochi propiziatori della vigilia dell’Ascensione.

In occasione della festa della Ascesa al Cielo di Ns Signore, in alcuni centri della provincia di Reggio Calabria avveniva la distribuzione del latte prodotto in questa solennità, che un tempo era donato dagli allevatori pastori e “massari” ai poveri e, in genere, o a chiunque ne avesse fatto richiesta.

Tale gesto pare che trovasse la sua origine da una leggenda, in base a cui un pastore nel giorno dell’Ascensione avendo rifiutato di regalare del latte ad una donna povera, che lo aveva richiesto, quando si mise a lavorarlo si accorse che esso non “quagghjava”, come punizione divina per il suo rifiuto e vide così sfumare nel nulla tutta la produzione del latte di quel giorno.  Da quel momento in poi, per consentire una produzione regolare per l’intero anno, il latte che veniva prodotto il giorno dell’Ascensione, come gesto propiziatorio, non doveva più essere lavorato e neppure coagulato, bensì donato interamente ai poveri! Il latte diveniva così un alimento rituale per la festa dell’Ascensione, molto probabilmente perchè simbolo di purezza e veniva assunto come ingrediente basilare di diversi piatti tipici, come le minestre, le paste, (i tagliolini) ,che venivano cucinate nel latte, anzichè nell’acqua, sia in versione salata, che  dolce!

 

Di Andrea Bressi

I Catamisi e Catamisicchj ed altre leggende della tradizione contadina

Di tutte le leggende e superstizioni legate al mondo contadino, l’Italia intera ha da narrare molte storie, abbiamo raccolto queste antiche leggende in questo articolo redatto grazie al nostro partenariato con la Pro Loco di Brancaleone dov’è attivo il Servizio Civile Universale. Con un’ottica protesa verso la sperimentazione su campo di tali suggestioni che ancora oggi, non smettono di affascinarci.

Leggende o teorie, molte delle superstizioni che ancora oggi si tramandano, sono nel suo complesso interessanti ed affascinano ancora oggi come un tempo.

Stiamo assistendo ad un ribaltamento delle stagioni, dovuto a fattori climatici che incidono profondamente sulle nostre abitudini e le nostre vite, in questo progetto editoriale abbiamo raccolto queste leggende al fine di sperimentare e farvi sperimentare la meteorologia di una volta, cercando di non sfatare nessun mito, ma di porre l’attenzione sul valore di tali racconti e superstizioni, applicando il metodo dell’analisi dei fatti, raccogliendo informazioni utili al fine della divulgazione culturale, per cui ringraziamo l’autore di tale ricerca!


I Catamisi e i Catamisicchji;

I Catamisi sono una antica usanza che si basava sull’osservazione del tempo nei giorni che precedevano e seguivano il Natale. Questa usanza era molto diffusa tra i contadini appenninici e serviva per trarre gli auspici per l’anno agricolo. I Catamisi sono i dodici giorni che vanno dal 13 al 24 dicembre, mentre i Catamisicchj sono i dodici giorni che vanno dal 25 dicembre al 5 gennaio. Ogni giorno corrisponde a una metà di un mese dell’anno successivo. Se il tempo è bello, significa che il mese sarà favorevole, se invece è brutto, significa che il mese sarà sfavorevole. Il termine Catamisi deriva dal greco e significa “mese giù e sopra Natale”.


L’origine della tradizione;

La leggenda dei Catamisi e dei Catamisicchj nasce dal fatto che il 13 dicembre, giorno di Santa Lucia, prima della riforma gregoriana del calendario, segnava il giorno più corto dell’anno. In questo giorno si traevano gli auspici per il nuovo anno. La tradizione era molto sentita nel mondo agricolo, che dipendeva dalle condizioni del tempo per i raccolti.


La notte del battesimo dei tempi;

Dopo 24 giorni di appunti e osservazioni, il contadino nella notte del 5 gennaio, detta “la notte del battesimo dei tempi”, faceva la veglia e allo scoccare della mezzanotte usciva a scrutare il cielo. In base alla direzione delle nubi e dei venti, poteva prevedere se l’anno sarebbe stato buono o cattivo. Se le nubi seguivano il vento da levante, era un buon segno, se invece seguivano il vento da libeccio, era un cattivo segno. Se seguivano il vento da ponente, non si poteva dire nulla.


La leggenda dei giorni della merla

Un’antica tradizione popolare riguarda i giorni 29, 30 e 31 di Gennaio, detti i “giorni della merla”. Si tratta infatti, di una leggenda che spiega l’origine del freddo intenso di questo periodo e del colore nero delle piume dei merli. Gennaio non sopportò di essere deriso dalla merla e decise di vendicarsi. Andò da Febbraio e gli chiese in prestito tre giorni, per scatenare una bufera di neve senza precedenti. La merla, ignara, uscì a cercare del cibo e fu sorpresa dalla tempesta. Non riuscì a tornare al nido e si rifugiò nel comignolo di un camino. Quando la bufera cessò, la merla uscì, ma le sue penne erano diventate nere per il fumo. Da allora, i giorni della fine di gennaio sono i più freddi dell’anno e i merli hanno le piume nere.


La storia della merla bianca

La leggenda narra che un tempo esisteva una merla dal becco giallo e dalle penne bianche, che era molto ammirata da tutti gli uccelli. Gennaio, il mese più freddo dell’anno, era invidioso della sua bellezza e la tormentava con le sue gelate ogni volta che usciva dal nido. La merla chiese a Gennaio di durare meno, ma lui rifiutò. Allora la merla si preparò una scorta di cibo e rimase al caldo per tutto il mese, sfidando Gennaio.

Dice ancora la leggenda, che se i giorni della merla sono freddi, la primavera sarà bella; se sono caldi, la primavera arriverà in ritardo. Un po’ come la tradizione americana del giorno della marmotta.


MONITORAGGIO METEO  DEI CATAMISI E CATAMISICCHJI

Da queste tabelle “secondo le leggende” è possibile rilevare il meteo previsto per i mesi dell’anno in corso.

 

Di Domenico Martino

(Servizio Civile Universale Pro Loco di Brancaleone)

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén