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Le Vie dell’Acqua; 20 itinerari fra la bellezza ed il fascino di una Calabria meravigliosa

Quando si parla di Calabria, subito vengono in mente i suoi 800km di costa, mare cristallino, spiagge che non hanno nulla da invidiare a note mete caraibiche, buon cibo, sano e biologico e tanto altro.

Ma la Calabria è un universo immenso, fatto di massicci alti fino a 2.000mt, borghi caratteristici, fiumi e fiumare, gole, cascate e laghi artificiali che rendono il nostro entroterra un luogo ideale per trascorrere le proprie vacanze, vivere esperienze uniche ed irripetibili.

L’idea di portare alla scoperta delle più suggestive e meravigliose cascate lungo i corsi d’acqua Calabresi, si inserisce nel quadro di una promozione di tutte quelle risorse turistiche in grado di soddisfare qualsiasi tipo di vacanza, dai percorsi più semplici a quelli per i più esperti. Guidati da professionisti che nella loro mission hanno a cuore questa terra e la montagna. Ed in Calabria di montagna ce ne davvero tanta…!

Abbiamo selezionato per questa guida solo una serie di percorsi, che abbiamo battezzato “Le Vie dell’Acqua”, un itinerario naturalistico e culturale che ci invita a riscoprire una Calabria dalle mille meraviglie …e dove trovarle!

Non in ordine di bellezza o importanza, non in relazione alle province, questo itinerario è solo una piccola anticipazione di tutte quelle meraviglie che esistono e insistono nella nostra bella regione.

 

Abbiamo selezionato 20 fra le cascate, gole, canyon e percorsi naturalistici più suggestivi della Calabria, con ulteriori 11 fra laghi e invasi più caratteristici della nostra regione.

ROCCAFORTE DEL GRECO (RC); CASCATE MAESANO (SCHICCIU DA SPANA)

Situate a circa 1.200 metri di altitudine e con un’altezza totale di circa 60 metri, maestose da far rimanere a bocca aperta, le cascate del Maesano sono tra le mete più affascinanti e magiche per molti turisti e appassionati della montagna, simbolo delle escursioni in Aspromonte. Sono formate da tre ben salti (di circa 20 metri l’uno) e alla base di ognuno di essi vi è una pozza d’acqua cristallina color smeraldo nel quale ci si può immergere e fare un bagno. L’acqua delle cascate in estate raggiunge appena i 12/13 gradi di temperatura. Di sicuro un bagno in queste acque risulta davvero tonificante per la muscolatura del corpo sopratutto dopo il lungo cammino di oltre un ora e mezza per raggiungerle. Il percorso per arrivare alle cascata passa dalla confluenza del torrente Menta con la Fiumara Amendolea ed è incredibilmente suggestivo, ricco di panorami mozzafiato. Si attraversavo crinali ricchi di faggete e pinete, alberi di mandorlo e vegetazione con orchidee sanbucine (gialle e viola), orchidee papilionate, euforbie e ginestre, fino a raggiungere la cascata, che compare quasi all’improvviso nella valle e ripaga la fatica del percorso.

(FONTI: www.quicosenza.it) 

 

 

 

SAMO (RC); CASCATE FORGIARELLE

Uno dei luoghi più interni di tutto l’Aspromonte. Siamo nel cuore selvaggio del Parco, lontani da tutto e da tutti. Le Cascate Forgiarelle sono una destinazione particolare, immersa in una zona di riserva integrale (zona A). Già raggiungere l’inizio del trekking ci fa capire che ci stiamo addentrando nella montagna, per poi partire a piedi in un viaggio tra querce secolari, torrenti, caselli forestali di fortuna e soprattutto natura incontaminata. Siamo nel cuore delle foreste demaniali aspromontane, protette dall’ex Corpo Forestale dello Stato (oggi Carabinieri Forestali) già dagli anni ‘70. L’itinerario lambisce quasi anche la zona che ospita un sito UNESCO riconosciuto di grande importanza, ovvero la faggeta di Valle Infernale. Sempre in zona, ma in una località segreta, vegeta Demetra, che con i suoi stimati quasi 1000 anni è la quercia datata più antica del pianeta, che l’Aspromonte ancora oggi custodisce. Il percorso ad anello è di media difficoltà, ma la vista delle cascate ripaga sicuramente la fatica. Si può accedere da Canovai, facendo richiesta ai Carabinieri Forestali oppure a piedi da diversi sentieri.

(FONTI: GUIDE UFFICIALI PARCO ASPROMONTE)

 

 

 

 

BIVONGI (RC); CASCATE DEL MARMARICO:

Le Cascate del Marmarico si trovano all’interno del Parco Regionale delle Serre e infatti, anche se fanno parte del comune di Bivongi ed è da qui che la maggior parte dei turisti le raggiungono, noi serresi siamo abituati a partire da Ferdinandea e raggiungere le Cascate del Marmarico a piedi, in un lungo percorso di trekking che dura l’intera giornata.Il fiume Stilaro affronta il vallone Folea con una serie di salti d’acqua e si precipita a valle formando la spettacolari cascate del Marmarico. La cascata, alta ben 114 metri, è formata da tre salti in successione, e termina in un laghetto dove in estate è possibile fare il bagno nelle acque tanto limpide quanto gelide.Il nome Marmarico deriva dalla parola dialettale “marmaricu” che vuol dire lento e pesante; è infatti questa la sensazione che lasciano queste acqua che sembrano quasi immobili nonostante il grande salto.

(FONTIE: www.vieniviadiqui.it)

 

 

 

 

 

 

SAN GIOVANNI DI GERACE (RC); PERCORSO NATURALISTICO LA SCIALATA

Il percorso naturalistico della “Scialata” (o del Torrente Levadìo) è un sentiero escursionistico montano situato nel territorio del Comune di San Giovanni di Gerace (RC).  Costeggiando a ritroso, in risalita, il tracciato del Torrente Levadìo, il sentiero conduce gli escursionisti fino alla sorgente di acqua oligominerale di Cannavarè, nei pressi dell’area pic-nic denominata “Scialata” . La Fiumara Levadìo, in tutto il suo percorso dalle sorgenti a valle, fino alla confluenza nel fiume Torbido, si caratterizza per il suo scorrere selvaggio e prepotente, attraversando fitti boschi e verdi radure alberate, creando salti e cascate tra enormi massi granitici. Nei tratti più a valle, la Fiumara lambisce distese di campi un tempo coltivati, in contrade disseminate di vecchi mulini ad acqua ormai in disuso. Il percorso della Scialata offre agli escursionisti la possibilità di costeggiare un bel tratto di questa affascinante fiumara calabrese, ammirandola nella sua prepotente discesa verso valle nel cuore di una natura verde e rigogliosa. Si tratta di uno dei percorsi naturali  più suggestivi tra quelli esistenti nella provincia di Reggio Calabria, accessibile anche agli escursionisti meno esperti e consigliato a tutti gli amanti della natura, del trekking, della fotografia naturalistica e delle passeggiate all’aria aperta. Le bellissime cascate offrono agli amanti dell’avventura l’opportunità di trovare un piacevole refrigerio nelle fresche acque della fiumara. Alberi secolari e cielo azzurro fanno da sfondo a quella che si può ben definire un’esperienza unica.

(FONTI: Comune di San Giovanni di Gerace)

 

 

 

CIVITA (CS); LE GOLE DEL RAGANELLO

Le Gole del Raganello regalano uno scenario tra i più belli, dov’è possibile praticare canyoning e torrentismo. Hanno inizio a quota 750 mt., nei pressi della sorgente Lamia e terminano dopo aver percorso 13 km nelle vicinanze del Ponte del Diavolo. Esse rappresentano di sicuro una delle emergenze ambientali più degne di essere visitate, si sviluppano tra montagne che sembrano mettere in atto giochi di equilibrio tra colori immutabili o varianti secondo la tavolozza che madre natura mantiene integra in questo angolo di Calabria. L’ambiente offre uno scenario bellissimo, specie nella parte bassa dove si osserva sia l’azione corrosiva delle acque, che ha inciso stupendi capolavori nella pietra, sia l’azione erosiva che ha creato strapiombi e verticalità. Numerosi sono gli ostacoli da superare, macigni di pietra scivolosi incastrati fra le acque gelide cascatelle e piccoli laghetti, piccole pareti da scavalcare e passaggi più larghi si alternano strettoie quasi buie, rischiarate da una sottile lama di luce, che penetra dall’alto, mentre di tanto in tanto grossi massi incastrati e tronchi d’albero movimentano lo scenario, creando degli scorci di orrida bellezza. L’ambiente è spettacolare soprattutto la forra del Raganello che richiama nelle sue Gole basse, il ricordo delle bolge dantesche, ma nello stesso tempo offre l’habitat ideale per i grandi rapaci e per piante tipiche ed uniche,così come offre per un verso una galleria di sculture naturali. Le Gole sono tecnicamente divise in tre tratti: Gole alte meglio conosciute come Gole di Barile, Gole basse o Pietraponte-Santa Venere-Civita, e i bacini del Raganello.

(FONTI: Comune di Civita)

BRANCALEONE (RC); CASCATA ALTALìA 

Il torrente Ziglia  conosciuta con il nome di Torrente Altalìa si origina a circa 8 km tra i comuni di Brancaleone e Staiti, convoglia le acque fluviali delle colline intorno all’altopiano di Campolico e riscende a valle tagliando le colline di Monte della Guardia e Monte Fucine (dove sorge la piccolissima frazione di Pressocito di Brancaleone) questo torrente riscende zigzagando a valle per strette gole dalla conformazione rocciosa davvero particolare creando dei salti meravigliosi ed incredibili, che nei periodi piovosi e fino alla fine della primavera creano delle cascate davvero affascinanti. Tutto questo ad una manciata di km dal centro di Brancaleone. Da località chiamata Frischìa si risale il greto della piccola fiumara che zigzagando nelle sue gole giunge fino ad un antico Mulino. Da questo punto in poi il percorso si fa sempre più impegnativo caratterizzato da una vegetazione di macchia mediterranea molto insidiosa, si superano alcune rocce dalle forme più variegate, e di li a breve si giunge sotto questa meravigliosa cascata che con i suoi 28 mt d’altezza regalerà la sensazione di trovarci in un qualsiasi luogo del cuore dell’Aspromonte.

Possiamo in definitiva considerarlo un itinerario medio/facile, completo e divertente, un mix fatto di storia, archeologia industriale e natura, caratterizzato da scenari mutevoli ma nel contempo surreali. L’aspetto più triste è che questa cascata si ammira soltanto dopo periodi molto piovosi, quindi è consigliabile sempre massima prudenza.

(FONTI: Kalabria Experience e Pro Loco di Brancaleone)

CATANZARO;  RISERVA NATURALE DELLE VALLI CUPE

La Riserva naturale delle Valli Cupe si trova nel cuore della Presila catanzarese, che coincide all’incirca con il settore sud-orientale del massiccio silano e della Sila rappresenta le ultime propaggini, che si prolungano nella corona collinare degradante verso la stretta fascia costiera che si affaccia al mare Ionio, proprio al centro dell’ampio golfo di Squillace. La particolare esposizione, unita alla vicinanza del mare, determina la presenza di numerosi microclimi, con alto grado di differenziazione su scala locale,  e di una vegetazione particolarmente ricca e variegata. Nella parte interessata da condizioni climatiche più marcatamente mediterranee, l’ambiente fisico della Presila si caratterizza per la presenza di pendici molto scoscese, gole e forre profonde, dove i vari corsi d’acqua, formando una serie di salti e cascate, creano degli habitat unici proprio in conseguenza dei particolarissimi microclimi che le condizioni ambientali concorrono ad instaurare. La fascia territoriale presa in esame rientra, dal punto di vista fitoclimatico, nella zona del Lauretum (dalla sottozona fredda alla sottozona calda)  dove la fase climax è rappresentata dalla lecceta e dall’oleo-lentisceto, con le loro varianti , nella zona del Castanetum e nella zona del Fagetum. La ricchezza di specie, indice di elevata biodiversità, rappresenta una formidabile risorsa ambientale e rende l’area particolarmente interessante dal punto di vista naturalistico. Un centinaio di spettacolari cascate alte fino 100 m è immerso in una cornice di vegetazione lussureggiante di tipo subtropicale, dove è possibile vivere l’esperienza unica di un bagno in acque limpide e incontaminate, alimentate da torrenti che scendono impetuosi attraverso le pendici montuose fino a raggiungere le acque cristalline del mar Ionio. La Cascata dell’Inferno è una delle più suggestive della Riserva: si trova infatti incastonata in una stretta gola con una pozza molto profonda. Di particolare valore naturalistico sono poi la Cascata delle Rupe, spettacolare salto d’acqua inciso in roccia granitica, arricchita dalla presenza di due felci tropicali molto rare (la Felcetta lanosa e la Pteride di Creta) e le Gole del Crocchio, nel tratto montano dell’antico fiume Arocha, dove tra l’altro è possibile ammirare la Felce regale, preziosa e rara pianta di antichissima origine e di grande valore botanico. Anche la cascata del Campanaro, di facile accesso, consente ai meno avvezzi all’escursionismo di immergersi in uno scenario naturale bellissimo e di forte impatto visivo. Nei dintorni della Riserva, soprattutto all’interno del Parco nazionale della Sila,  si trovano numerose altre cascate di notevole interesse, tra cui la Cascata delle Ninfe, del Tronco, della Pietra, dell’Anemone, del Frassino, del Faggio, dei Lamponi, del Lupo, dell’Aquila, delle Grotte e del Paradiso. Quest’ultima, con i suoi 100 metri, è una delle più alte di tutta la zona. Le profonde Gole del Crocchio sono scavate fra suggestive pendici rocciose sovrastate da un ricco manto boschivo. Il corso selvaggio del fiume Crocchio forma spettacolari salti d’acqua, intervallati da profonde e larghe pozze — conosciute con il termine dialettale di vulli dove, almeno in estate, chi ama l’ebbrezza del contatto con le acque limpide e pure dei torrenti montani, può fare un rinfrescante e salutare bagno. Sulle sponde del fiume è presente una ricca vegetazione ripariale con ontano, salice e qualche alloro, accompagnata da una lussureggiante presenza della rarissima Felce regale (Osmunda regalis), che contorna grossi massi e lastre di pietra granitica.

( FONTI: www.riservanaturalevallicupe.it)

ZAGARISE (CZ);  CASCATA DEL CAMPANARO

Della Riserva Naturale delle Valli Cupe fa parte, anche la Cascata del Campanaro,  immersa in una cornice molto suggestiva, dovuta al particolare colore della roccia su cui l’acqua scorre, tra felci e liane che donano al posto un aspetto simile alla foresta equatoriale. Si raggiunge percorrendo un sentiero che si inoltra in un bosco di lecci. Il breve sentiero che porta alle Cascate del fiume Campanaro, si trova sulla strada tra i comuni di Sersale e Zagarise. Prima di giungere alla cascata, lungo il sentiero, è possibile ammirare un pagliaro, tipica costruzione contadina, i resti di un ponte costruito nel secolo scorso e bombardato durante la seconda Guerra Mondiale (poi ricostruito da maestranze locali), una piccola cascata a più salti che termina in una graziosa pozza naturale e numerose specie di piante come quella dell’aspirina (salice) e l’albero della manna. Oltre alla principale cascata troviamo tre sorgenti e un “vullu” cioè una pozza d’acqua. Un antico documento del Ministero della Guerra conferma che in questo posto, all’epoca del brigantaggio, fu catturata una “mano” (cioè cinque) di pericolosissimi briganti.

 

 

 

MOLOCHIO (RC); CASCATE GALASIA E MUNDU

Galasia

Uno dei percorsi più suggestivi del Parco Nazionale dell’Aspromonte, per la presenza dei torrenti Balvi e Mundo che danno origine e forza alle cascate, principali protagoniste di questo viaggio. In questo contesto si è sviluppata una elevata biodiversità dell’ambiente naturale. Possiamo trovare il Tasso (albero dalla crescita lentissima), corbezzoli e allori di grandi dimensioni e un sottobosco con pungitopo e agrifogli, suoi quali troviamo erica rampicante e liane anche molto grandi. Contribuisce a rendere unico tale ambiente la presenza di Muschi, Licheni e Woodwardia radicans, una varietà di felci preistoriche enormi (fino 2 metri), riconducibili ad almeno 60 milioni di anni fa. La cascata Mundu fa un salto di 50 metri, il suo getto è impetuoso ma non molto largo, è incorniciato da felci e si è scavato lievemente un suo letto nella parete rocciosa.

 

 

 

ROCCAFORTE DEL GRECO (RC); CASCATA CALONERO

La Cascata Calonero sorge nel territorio di Roccaforte del Greco(RC). La zona in cui si trova la a cascata è stata interessata da un disastro che coinvolge l’intero bacino. Già nel 1910 il geografo R. Almagia aveva riconosciuto, sulla base dell’interpretazione della cartografia, in “completo sfacelo” questa località (dove troviamo una delle frane più grandi d’Europa ancora in attività). Durante l’estate il flusso dell’acqua è sensibilmente ridotto, ma d’inverno la cascata ha un getto di tutto rispetto, per una caduta perpendicolare di circa 70 metri. Il posto è di grande suggestione. La cascata in paese viene chiamata “Puzza Randi” (Grande Pozza) ma il suo nome in grecanico è Calònero (“Sogno Svanito”) (FONTI: Gente in Aspromonte)

PAPASIDERO (CS); RISERVA NATURALE DEL FIUME LAO

Nell’antichità il fiume era chiamato Laus (o Laos, Λαός in greco); era uno dei fiumi che segnava il confine tra i lucani e i bruzi. L’altro era il Chratis (Crati) nella parte terminale della foce, ma soprattutto lungo il corso del suo affluente Sybaris (Coscile), che nasce nel massiccio del Pollino, relativamente vicino alle sorgenti del Lao. Sboccava nel Sinus Laus (golfo di Policastro), nel Inferum mare. Pur avendo un regime spiccatamente torrentizio con notevolissime variazioni di portata (specialmente in autunno quando può dar luogo a piene imponenti), il Lao si distingue nettamente dagli altri corsi d’acqua della regione per la copiosità delle sue portate medie, ciò grazie alla notevole permeabilità di gran parte del suo bacino. Proprio per queste sue caratteristiche peculiari ed anche per la purezza delle sue acque e la lunghezza del suo tratto ingolato, il fiume è una meta frequentata dagli appassionati di rafting e canoa. Il Lao inoltre dà il nome alla Riserva naturale Valle del Fiume Lao, nel comune di Papasidero, istituita nel 1987 all’interno del parco nazionale del Pollino.La valle del fiume Lao è uno dei luoghi più incantevoli dove poter praticare il rafting in Calabria. Il fiume Lao è una delle mete preferite per chi ama gli ambienti fluviali. In particolare per i canoisti e per chi pratica rafting, è uno degli appuntamenti da non mancare. Il corso è bello, scorre in una gola selvaggia, c’è sempre acqua. Negli ultimi anni ha preso piede l’attività del Rafting, che permette di discendere il fiume su gommoni particolari detti “raft”, un modo suggestivo e spettacolare per recuperare l’antica via solitaria. (FONTI: www.pollinorafting.it )

 

CAULONIA (RC); FIUME ALLARO – CASCATE SAN NICOLA

Un’importante corso d’acqua calabrese è la fiumara dell’Allàro (Alaru in dialetto locale) che dà il nome a tutta la vallata nella quale scorre. Nasce nel comune di Fabrizia, lambisce Nordodipace, Mongiana e diversi altri paesini, sconfinando tra le province di Reggio Calabria e Vibo Valentia, per sfociare dopo oltre 25 Km sul mare Jonio nei pressi di Caulonia Marina. Particolarmente indicato per fare torrentismo grazie alla sua morfologia, le sue caratteristiche gole e le piccole cascate ma anche come percorso di itinerari escursionistici. Sulla riva della fiumara, nel territorio di San Nicola, una frazione di Caulonia, è presente l’ eremo di Sant’Ilarione (splendida struttura che sorge in posizione singolarissima su di uno sperone di roccia che si insinua in un’ansa della fiumara) punto di partenza del sentiero che permette di risalire l’alveo del torrente regalando stupore e meraviglia, avvolto completamente dalla natura nella serenità che solo certi luoghi sanno donare. Subito dopo del Convento troviamo le cascate di San Nicola, con laghetto annesso, formate da una briglia, attrattiva di molti visitatori nel periodo estivo. Aggirando la briglia la pista sterrata continua tra oasi naturali e tranquilli laghetti, tra paesaggi nascosti e le melodie delle scroscianti cascate, tra le bianche rocce a picco si incontra il vecchio mulino e delle case abbandonate a ricordo che questa zona un tempo era sfruttata per l’agricoltura. L’alveo continuerà a stringersi andando verso l’alto fino a diventare uno stretto varco tra gole di granito levigato da secoli d’acqua e detriti, al raggiungimento delle sorgenti. Una di queste denominata Gurna Nigra (Pozza Nera) è un’ampia vasca profonda contenente acqua dal colore particolarmente scuro che tante leggende popolari ha creato su questo luogo.  Gli studiosi sono incerti chi sia tra l’Allaro e il Torbido l’antico fiume Sagra teatro ai tempi della Magna Grecia (tra il 560 e il 535 a.C.) di una battaglia fra le città di Locri e Kroton con la vittoria dei primi. Gli eserciti si incontrarono sul fiume, dove i Locresi, confortati dall’apparizione dei Dioscuri (Castore e Polluce nella mitologia greca), si lanciarono in battaglia distruggendo i Crotoniati. L’Allaro potrebbe essere anche l’antico fiume Elleporo, da cui deriverebbe anche il suo attuale nome e da come afferma Cluverio che si trova nelle vicinanze di Castro Vitere (Castelvetere prima del 1863, odierna Caulonia). (FONTE: www.ascenzairiggiu.com)

 

AFRICO (RC);  CASCATE PALMARELLO

Nel cuore del Parco Nazionale dell’Aspromonte, a 1300 metri di altitudine,  rientrante nel comune di Africo, si può ammirare la cascata Palmarello. E’ forse la meno conosciuta tra le cascate aspromontane a causa delle difficoltà nel percorrere il ripido e scosceso crinale che consente di raggiungerla ma non per questo meno spettacolare delle altre. E’ generata dal torrente Aposcipo, il suo salto unico di circa 70/80 metri è il più alto del parco osservabile da un terrazzo naturale tra la fitta vegetazione di roveri e pini larici. Particolarmente spettacolare ammirare gli spruzzi creati dall’ acqua nei periodi di piena.

 

 

 

MAMMOLA (RC); LO SCHIOPPO DEL SALINO

Il territorio montano di Mammola, vasto circa novemila ettari, ricade all’interno del Parco Nazionale dell’Aspromonte e nella catena delle Serre. Sono migliaia i turisti appassionati del trekking e della montagna che giungono da ogni parte durante tutto l’anno. Il torrente “Salino”, affluente del fiume Torbido, nasce dal monte Limina nel Parco Nazionale dell’Aspromonte. Si può risalire il torrente scegliendo il percorso più opportuno camminando sul bordo dell’alveo o in mezzo all’acqua, con agili salti sui massi esistenti. Il luogo è veramente incantevole con foreste dalla rigogliosa vegetazione ricca di lecci, ornielli ed erica. Il sottobosco è ricco di erica e di vari tipi di felce, tra le quali la “Woodwardia radicans”, specie rarissima che si trova in Aspromonte, solo in alcune zone umide o nelle vicinanze di cascate. Lungo il torrente “Salino”, caratterizzato dalla presenza di grandi massi granitici, crescono ontani maestosi che ombreggiano le limpide acque. Qui vengono a dissetarsi animali selvatici che scendono dalle montagne e talvolta si possono intravedere le trote e il granchio di acqua dolce. Risalendo s’incontra una radura dove un tempo gli scalpellini lavoravano la pietra granitica per fare gradini e portali per le case e macine per mulini e frantoi. Il torrente ha formato cascatelle, pozze e piccole anse dove un tempo le donne lavavano i panni. Nell’acqua inoltre, venivano messe a macerare il lino e la ginestra che le abili mani delle tessitrici mammolesi trasformavano in pregiati manufatti. Ancora oggi a Mammola alcune donne usano gli antichi telai per creare splendidi tappeti e copriletti con tinte e disegni di origine greca e bizantina. Dopo l’ultima ansa del torrente appare la splendida cascata detta “Schioppo di Salino” che, scorrendo tra gole di roccia ferrosa precipita con due salti dall’alto dei suoi 50 metri. Risalendosi dal lato destro la piccola cascata si arriva al laghetto dove, nelle calde giornate estive, si può anche fare il bagno.

 

SANTO STEFANO IN ASPROMONTE (RC); CASCATE TRE LIMITI

La cascata nella zona detta Tre Limiti, si trova a circa un chilometro e mezzo dalla Diga del Menta, un impianto la cui progettazione e realizzazione si è protratta dagli anni duemila al decennio successivo. Nella zona si ricorda la leggenda del lievito del Pane, all’inizio dei tempi si faceva il pane senza lievito. L’unica persona a conoscere il segreto della lievitazione era la Sibilla dell’Aspromonte, che come tutte le Sibille era donna della Sapienza, sacerdotessa e divinatrice, e aveva tra le sue allieve la Madonna bambina. Si narra che la piccola aveva notato con meraviglia il pane gonfio e fragrante che usciva dal forno della profetessa, molto più buono di quello basso e secco preparato dalla mamma, Sant’Anna. La bimba aveva notato che la Sibilla aggiungeva qualcosa all’acqua e alla farina e un giorno rubò un pezzo dell’impasto, lo appallottolò e lo nascose sotto un’ascella. La futura Vergine corse a casa, diede il lievito a sua madre e le insegnò a usarlo come aveva visto fare alla Sibilla. Grazie alla piccola Maria che rivelò i segreti della lievitazione, della conservazione e dello scambio del fermento, tutti gli umani cominciarono così a mangiare del buon pane che da allora si indico come pane fatto con il lievito “madre”. Da allora inoltre, dice la leggenda, gli umani hanno le ascelle cave. In questa zona è presente un “bosco vetusto”, risalenti a tempi antichissimi, si tratta del misto faggio-abete di Tre Limiti, fra Gambarie e la diga del Menta.

 

SANTA CRISTINA D’ASPROMONTE (RC); CASCATE TERESA E PAOLA

Il torrente “Calive” è uno dei tanti affluenti di destra del secondo grande fiume della Piana qual’è appunto il Petrace; esso nasce alle falde del monte “Misafumera” e con uno dei suoi rami iniziali costeggia i caseggiati dell’ex Sanatorio, posto sui piani di Zervò. Un’escursione di media difficoltà immerso completamente nella natura selvaggia dell’Aspromonte. Tra alberi giganti e natura incontaminata, la “cascata Teresa” e la “cascata Paola”, sono due salti di oltre quindici metri contornati da boschi di leccio che sgorgano in pozze di acqua cristallina. A pochi chilometri di distanza è invece possibile salire sul Cocuzzolo dei diavoli, un promontorio sul quale si arriva con una passeggiata alla portata di tutti. Una volta giunti in loco si potrà godere un panorama incantevole. Nelle vicinanze, inoltre, sarà possibile ammirare i ruderi dell’antica Santa Cristina.

(FONTI: turismoreggiocalabria.it)

 

OPPIDO MAMERTINA (RC);  CASCATE NINARELLO E SCHERNI 

Un itinerario naturalistico, panoramico ad anello, che si snoda sul territorio del Comune di Oppido con un dislivello da 680 a 1057 metri sul livello del mare. Escursione itinerante e selvaggia porterà a godere di due importanti cascate nei pressi di Piminoro. La prima, “U schicciu da cataratta”, è stata scoperta di recente esplorando il torrente Ferrandina, il cui corso d’acqua precipita con un salto di 37 m su una enorme pozza, proseguendo poco più giù con un altro piccolo doppio salto, per poi fluire dolcemente sul greto del torrente. Lungo il sentiero che si snoda  in un fitto bosco di lecci, spettacolari salti d’acqua, le cascate “Ninarello”, ne rappresentano la principale attrattiva, questa prende il nome dall’omonimo torrente, ed è un salto di 53 mt che finisce direttamente sulle rocce sottostanti, quest’ultima è una cascata più difficile da raggiungere. La cascata “Scherni”, invece è incastonata tra faggi secolari in una speciale cornice verde che la delimita.

(FONTI: Gente in Aspromonte)

 

CIMINA’ (RC); CASCATE CACCAMELLE

Le Caccamelle chiamate così perché ricordano i pentoloni in cui i pastori fanno il formaggio, oltre che per l’escursionismo, si prestano anche per attività di torrentismo. Il torrente Nessi che le alimenta ha creato nel corso degli anni una serie di schivoli e cascatelle che confluiscono in questo grande pentolone bianco.Un piccolo angolo di paradiso immerso e nascosto da un fitto bosco di lecci da cui penzolano esemplari di Clematis vitalba, la liana europea. Per raggiungere le cascatelle bisogna attraversare il paese di Ciminà, per salire verso la montagna e dopo poco, sulla strada troveremo il cartello che indica l’inizio del percorso. Il sentiero, attraversa boschi di macchia mediterranea, querce maestose, bagolari spaccasassi, valloni e vecchi ruderi. Circa a metà percorso attraverseremo Mandre Vecchie, località anticamente usate per pascere le greggi e successivamente stallarle negli ovili, detti “terrati’ con il sistema dei terrazzamenti. Proseguendo, prima di imboccare l’ultimo pezzo di sentiero che ci condurrà nella Fiumara Nessi e alle cascate, passeremo da una radura che tipicamente viene detta “Cunaggia”. Una volta giunti alla cascata la bellezza è disarmante, ci potremo rinfrescare nelle acque del torrente.

(FONTI: Club Alpino Italiano Sezione Aspromonte)

 

 

BOVA MARINA (RC);  SCHICCIO DI PERISTEREA

Percorrendo la SS 106 ionica da Reggil Calabria in direzione Taranto si raggiunge la piccola frazione di San Pasquale nei pressi di Bova Marina, in 10 minuti la loc. detta “u cuniculu”, da qui inizia il un percorso sul letto della fiumara San Pasquale, immersi nella natura incontaminata tra intrecci d’acqua e di roccie variegate, proseguendo verso il cuore della fiumara tra le testimonianze di insediamenti greci, romani, ebraici e bizantini, il paesaggio cambia e diventa più suggestivo. Sicuramente la primavera è il momento migliore per contemplare la straordinaria bellezza di questa fiumara, con l’esplosione di colori e di profumi. Lungo il percorso è possibile ammirare i ruderi di un antico mulino ad acqua. Dopo circa 3 km di cammino sul greto della fiumara si raggiunge la cascata “Peristerea” (antico nome greco), dov’è possibile (durante i mesi più caldi) anche fare un bagno nella sua pozza cristallina e freschissima.

(FONTI: Porpatima Trekking)

SAMO (RC); GOLE DELLA FIUMARA LA VERDE

La Fiumara ha origine non lontano da Montalto (1956mt s.l.m) e si nutre grazie ai suoi affluenti: il torrente Ferraina, il S. Gianni, il San Leo, il Pecuraru, lo Spruzzinna ed il Poro, oltre a tutte le sorgenti che durante il cammino si possono scorgere scendere dalla montagna. Tutti questi affluenti che hanno storie ed origini in luoghi dove ancora oggi aleggiano tradizioni, folklore popolare e leggende tutte da scoprire e conoscere.le maestose gole della fiumara La Verde, che si estendono per circa 3,5 km, con le alte pareti ornate da capelvenere (Capillus venus) e da rari esemplari di felci (Woodwardia radicans, Osmunda regalis e Pteris vittata).La fiumara è caratterizzata da un ampio letto ed è sovrastata da Ferruzzano antica e dalla fitta lecceta del Bosco di Rudina. Dal greto della fiumara si raggiunge un ponte, attraversato il quale, sulla destra, ci si ritrova di fronte ad alte pareti rocciose, i canyon aspromontani. L’ampio letto della fiumara, dopo circa 800 m, va restringendosi e le pareti che lo delimitano si avvicinano fino quasi a sovrapporsi e a serrare la fiumara in stretti meandri. Lungo il percorso si succedono uliveti, leccete e zone con fitta vegetazione arbustiva, fino a giungere al primo strapiombo di Monte Palecastro, al quale seguiranno da un alto quelli di Giulia e di Ladro, dall’altro le nudi pareti di Serro Schiavone, Monte Schiavo ed Arioso. Alla fine delle gole, la fiumara riprende tutta la sua maestosa ampiezza.

(FONTI: Kalabria Experience)

 

 

 

 

 

Potremmo anche menzionare numerosi altri siti di interesse naturalistico e fluviale, ma non finiremo più di raccontare e stupire i nostri lettori. Anche i numerosi laghi ed invasi artificiali Calabresi sono in grado di offrire,  affascinanti percorsi naturalistici ed esperienze incredibili che abbiamo preferito elencare qui, lasciando un po di curiosità e soprattutto un invito per andare a visitarli…

  • Lago Arvo (Cosenza) 
  • Lago Ampollino (Cosenza-Crotone-Catanzaro) 
  • Lago Cecita (Cosenza)
  • Lago Ariamacina (Cosenza)
  • Lago Angitola (Vibo Valentia)
  • Lago dell’Esaro (Cosenza)
  • Lago La Penna (Cosenza)
  • Lago di Tarsia (Cosenza)
  • Laghetto Zomaro (Reggio Calabria)
  • Laghetto delle Ginestre (Reggio Calabria)
  • Lago Menta (Reggio Calabria)

Molti di questi itinerari necessitano però di un supporto professionista, pur essendo itinerari affascinanti ed in alcuni casi facili, si consiglia sempre di farsi guidare da professionisti e guide esperte ed abilitate.

SI RINGRAZIANO PER LE IMMAGINI FORNITE:

Antonio Aricò, Massimo Collini, Massimo Tamborra, Carmine Verduci, Nuccio Sebastiano Romeo, Girolamo Fonte, Antonio Cuzzilla, Aspromonte Wild, e tutti gli autori delle descrizioni dei percorsi.

L’ITINERARIO “LE VIE DELL’ACQUA” E’ A CURA DEL SERVIZIO CIVILE UNIVERSALE – PRO LOCO DI BRANCALEONE – Progetto: ITINERARI CULTURALI E SOSTENIBILITA’  SOCIALE NEL MERIDIONE D’ITALIA (Antonino Guglielmini, Alessandra Sgrò).

 

Domenica 30 Ottobre, alla scoperta della leggendaria grotta di Nino Martino

Domenica 30 Ottobre, andremo alla scoperta dell’Aspromonte VERO! Quello pregno di storia, misteri e leggende, in questa escursione emozionale ed affascinante, alla scoperta delle leggende legate al  Nino Martino detto anche il “Cacciadiavoli”;  un brigante, un santo, staremo a vedere…!!!

Gli altopiani di Litri, sono un territorio incredibilmente bello, si trovano nel comune di Samo (RC) a circa 960mt s.l.m., dove natura, fascino e mistero si incontrano e si scontrano con panorami vasti e variegati.

Un luogo affascinante, soprattutto per le tante teorie scientifiche che in questo luogo collocano antichi e primitivi insediamenti umani. Giganti? Dei? Streghe o Santi? Lo scopriremo…

DESCRIZIONE DELL’ESPERIENZA:

Il ritrovo sarà alle 8:30 presso Bar Magnolia (Africo Nuovo) – SS106/ E90 –  registrazione partecipanti. Ci si sposterà in auto verso Samo dopo circa 15 minuti di auto (11,5km). Dal Paese di Samo continueremo il tragitto verso località Runci dopo aver percorso altri 8,4km lungo una strada asfaltata tuttavia con un fondo in buone condizioni. Lasceremo le auto parcheggiate presso l’area pic-nic di Runci, e da qui ci muoveremo a piedi per raggiungere la nostra meta attraverso una strada battuta fra lecci e farnetti, dopo circa 1,8km, giungeremo ai piani di Litri, qui il panorama si aprirà su immense vedute sulla locride e la costa dei gelsomini.

Proseguiremo lungo un sentiero non ben delineato, ma caratterizzato da grandi massi disposti geometricamente. Scorgeremo un grande cumulo di rocce dove all’interno si nasconde la leggendaria grotta di Nino Martino (narreremo le sue gesta).

Qui il paesaggio è struggente, le leggende che aleggiano in questo luogo altrettanto incredibili, gli studi e le ricerche sull’intera area (anche se non confermate) rivelano un altopiano ricco di millenni di storia, dai popoli pelasgici fino all’età moderna, con la storia fantastica del Brigante e forse “Santo” Nino Martino.

Faremo ritorno al punto di partenza, dove pranzeremo nell’area attrezzata con tavolini sotto gli alberi e vicino alle auto. Terminata la consumazione del pranzo  ripercorreremo la stessa strada dell’andata, fino al castagneto comunale di Samo, per trascorreremo qualche ora alla ricerca di castagne, chissà che non ne troveremo un po…

 

SCHEDA TECNICA:

Escursione di tipo: E/T (Escursionistico / Turistico)
Tipo di escursione: in linea 4km  a/r
Difficoltà: medio/facile
Dislivello complessivo: 117mt
Durata: intera giornata
Vegetazione: bosco media montagna, macchia mediterranea, pascoli
Adatta ai bambini: +12 anni (purchè accompagnati)
Acqua potabile: presente
Pranzo: a sacco

Quota di partecipazione: 10€ (massimo di 25 partecipanti)

SARA’ SUFFICIENTE  INVIARE  UN MESSAGGIO WHATSAPP AL NUMERO 3470844564 fornendo il proprio nominativo (nome e cognome) senza questo passaggio non sarà possibile partecipare.

EQUIPAGGIAMENTO CONSIGLIATO

abbigliamento a strati e adatti alla media montagna (es. maglietta termica, pile, giacca a vento), pantaloni lunghi, scarponcini da trekking (no sneakers o scarpe in gomma liscia), poncho o k-way, borraccia d’acqua (almeno 1, lt), snack (frutta secca, biscotti, etc…), kit personale (posate,bicchiere, ciotola) sconsigliamo plastica usa e getta, cappellino, occhiali da sole, farmaci personali, pranzo al sacco, macchina fotografica o smartphone

NOTA BENE

SI PRECISA CHE L’ESPERIENZA NON PREVEDE ALCUNA FORMA ASSICURATIVA, OGNI PARTECIPANTE, PRENDE VISIONE DEL PROGRAMMA E DELLA SCHEDA TECNICA ED ESONERA L’ORGANIZZAZIONE DA OGNI RESPONSABILITA’ CIVILE E/O PENALE CHE POSSA DERIVARE DALLA PARTECIPAZIONE ALL’ESPERIENZA (INFORTUNI, INCIDENTI, SMARRIMENTO DI OGGETTI O EFFETTI PERSONALI)

Domenica 16 Ottobre “La Via dei Borghi a Casignana (RC)

Domenica 16 Ottobre andremo alla scoperta di uno dei luoghi più significativi della provincia di Reggio Calabria. La prima parte della giornata si svolgerà nella parte vecchia del borgo di Casignana dove una passeggiata fotografica ci permetterà di gustare gli scorci più nascosti di questo centro poco conosciuto.

Dopo la pausa pranzo (a sacco) partiremo in auto alla volta delle meraviglie della villa di epoca romana della contrada “Palazzi di Casignana” dove la bellezza dei pavimenti musivi saprà rapirci occhi e l’anima.

 

Programma

10.00 raduno e ritrovo piazzale Cimitero di Africo Nuovo (RC)  LINK GOOGLE 
10.30 partenza per Casignana (borgo)
11:00 passeggiata tra i vicoli del vecchio borgo
13.00 pausa pranzo (a sacco)
14.30 trasferimento con le proprie auto in Loc. Palazzi di Casignana
15:00 visita all’area Archeologica della Villa Romana di Casignana

 

Quota di partecipazione:

20€ a persona (che comprende il biglietto d’accesso alla Villa Romana)numero max partecipanti: 35

Attrezzatura consigliata :

Abbigliamento a strati e adatto al periodo, scarpe comode (chiuse), cappellino, ombrello, borraccia (1,5lt), k-way, pranzo o spuntino (per il pranzo), macchina fotografica o smartphone.

PER INFO E PRENOTAZIONI

Entro e non oltre il 14 Ottobre telefonando al 3470844564 (fornendo i proprio nome e cognome).

Il borgo di Casignana, tra Storia e fascino

Casignana ha origine dall’antica borgata Potamìa, fondata tra il IX e il X secolo dalle popolazioni joniche che, a causa delle invasioni saracene, abbandonarono le proprie terre. Il piccolo centro, costruito su un’alta rupe, era dominato da un imponente castello dal quale si potevano sorvegliare le vie carovaniere che andavano da Pietra Lunga a Pietra Cappa. Nel 1349, però, un violento terremoto distrusse quasi completamente il centro abitato e parte dei cittadini furono costretti a cercare rifugio nelle zone circostanti.

I profughi, dunque, fondarono il paese di Casignano (modificato in Casignana nel XVIII secolo). Successivamente i cittadini rimasti a Potamìa abbandonarono definitivamente le proprie case e diedero origine all’attuale centro di San Luca.

Tra il 1496 e il 1589 Casignana fu casale della baronia di Condojanni (oggi S. Ilario dello Jonio) dalla quale passò in seguito alla famiglia Carafa, come avvenne anche a molti altri paesi vicini, per rimanere in suo possesso fino all’eversione dalla feudalità e il 19 gennaio 1807 fu elevata a Università nel governo di Bianco. Quattro anni più tardi (1811) il paese divenne Comune del circondario di Bianco.

Il centro storico di Casignana sembra essere costituito da due realtà opposte. Da un lato un borgo fantasma dove stradine sterrate si insinuano tra case in pietra ormai diroccate e cadenti; dall’altro il nucleo dell’abitato nuovo.

Palazzo Moscatello;

Si trova nella zona “Chiesa Vecchia o Matrice”, oggi rimane soltanto la struttura in pietra con balconcini in ferro battuto recentemente restaurata e riqualificata. Le finestre del piano superiore hanno cornici lavorate. Le calamità naturali e le epidemie succedutesi nel corso degli anni, in ultimo il terremoto del 1908 costrinsero i Casignanesi ad allontanarsi dal primitivo insediamento urbano e spostarsi più a monte, contribuendo alla nascita del nuovo borgo.

La Chiesa Matrice (San Giovanni Battista);

Nel cuore dell’antico nucleo urbano, fu probabilmente edificata nel XIV sec. l’edificio aveva una pianta di croce greca con cripta (la quale fu demolita, perché pericolante, in seguito al terremoto del 1908). Frammenti di marmo rinvenuti in situ, farebbero ipotizzare l’esistenza o la provenienza da un tempio pagano dedicato alla Dea Venere sul quale venne costruita la chiesa. Oggi è possibile ammirare ciò che rimane dell’altare e della cripta che era adibita a celebrare anche riti sacri.

Dal 1650 al 1820 divenne luogo di sepoltura dei fedeli. Con la Riforma Napoleonica, tale usanza fu poi vietata.

Della piccola chiesa dell’Annunziata, più a monte, non vi e più traccia.

La Chiesa di San Rocco;

L’edificio risale al 1773 oggi ospita la parrocchia di S. Giovanni Battista. Sono poche le notizie sulla struttura originaria. Si trattava probabilmente di una piccola chiesa a navata unica  in cui si venerava un quadro raffigurante San Rocco di Montpellier. La tela fu poi sostituita da una statua lignea del 1756 di scuola Napoletana scolpita in un unico blocco.

L’edificio fu danneggiato dal terremoto del 1783 ed in seguito ricostruita con l’attuale pianta a tre navate nel 1852 grazie alle offerte dei fedeli.

Nuovamente danneggiata dal terremoto del 1908 fu ricostruita e riabilitata al culto solo nel 1914. La chiesa è caratterizzata da una facciata in stile romanico su cui si aprono tre porte d’ingresso divise da due ordini di lesene.

Il portale principale è in legno con ampia cornice in muratura. Si accede alla chiesa attraverso una scalinata. All’interno nell’abside semicircolare, l’altare maggiore è arricchito in marmi policromi sormontato dalla statua della Vergine col bambino, probabilmente del XVII sec. circondata da due ordini di colonne corinzie. In alto la cupola decorata con stucchi di motivi floreali e angeli. Sul soffitto della navata centrale un dipinto raffigurante S. Rocco del 1914.

Nella navata destra un particolare Crocifisso sostenuto da angeli è datato 1925.

Sempre all’interno della chiesa due tele raffiguranti una la deposizione del Cristo e l’altra San Giuseppe, una delle quali viene attribuita ad Antonello da Messina.

Nella Chiesa, insieme a vari arredi sacri, si trovano inoltre frammenti di marmo di epoca medievale dal pregiato valore artistico, oltre ad una pregevole statua lignea di San Giuseppe, un crocefisso ligneo del XVII secolo e una campana del XV secolo.

Il culto di San Rocco di Montpellier

Le notizie sulla sua vita del santo sono molto frammentarie per poter comporre una biografia in piena regola, elaborando una serie di notizie sulla sua vita, sono state proposte alle date tradizionali del 1295-1327, quella che oggi sembra la più consolidata sembra essere il 1345- ‘50, morto a Voghera fra il 1376-‘79 molto giovane a non più di trentadue anni di età. Secondo tutte le biografie i genitori Jean e Libère De La Croix erano una coppia di esemplari virtù cristiane, ricchi e benestanti, ma dediti ad opere di carità. Rattristati dalla mancanza di un figlio, rivolsero continue preghiere alla Vergine Maria dell’antica Chiesa di Notre-Dame des Tables fino ad ottenere la grazia richiesta. Secondo la devozione il neonato, a cui fu dato il nome di Rocco (da Rog o Rotch), nacque con una croce vermiglia impressa sul petto. Intorno ai vent’anni di età perse entrambi i genitori e decise di abbracciare Cristo, vendette tutti i suoi beni, si affiliò al terz’ordine francescano.  Indossato l’abito del pellegrino, fece voto di recarsi a Roma a pregare sulla tomba degli apostoli Pietro e Paolo. Bastone, mantello, cappello, borraccia e conchiglia sono i suoi ornamenti.

Le statue di San Rocco lo rappresentano in veste di pellegrino, con il tabarro, il cappello a tesa larga, un bastone da viaggio a cui erano assicurate conchiglie per raccogliere l’acqua e una zucca vuota per conservarla, la bisaccia a tracolla. Altre statue di San Rocco lo raffigurano mettendo in evidenza le sue doti di guaritore:

egli era anche un ex studente di medicina, e così viene presentato con in mano le lancette che venivano utilizzate per incidere i bubboni della peste. E dal momento che anche lui venne contagiato, a un certo punto, viene presentato anche con i segni del morbo, una ferita sulla coscia che sembra stillare sangue.  Si dice che egli avesse una voglia a forma di croce sul petto, all’altezza del cuore, per questo i ritratti di San Rocco presentano spesso questo particolare decoro sugli abiti del Santo. Sempre nelle raffigurazioni di San Rocco troviamo un angelo e un cane: entrambi confortarono il Santo durante la malattia, il primo promettendogli la guarigione, il secondo portandogli ogni giorno un tozzo di pane perché potesse sostentarsi. Non è possibile ricostruire il percorso prescelto per arrivare dalla Francia nel nostro Paese: forse attraverso le Alpi per poi dirigersi verso l’Emilia e l’Umbria, o lungo la Costa Azzurra per scendere dalla Liguria il litorale tirrenico.

Certo è che nel luglio 1367 era ad Acquapendente, una cittadina in provincia di Viterbo, dove ignorando i consigli della gente in fuga per la peste, il Santo chiese di prestare servizio nel locale ospedale mettendosi al servizio di tutti. Varie tradizioni segnalano la presenza del Santo a Rimini, Forlì, Cesena, Parma, Bologna. Certo è che nel luglio 1371 è a Piacenza presso l’ospedale di Nostra Signora di Betlemme.

Qui proseguì la sua opera di conforto e di assistenza ai malati, finché scoprì di essere stato colpito dalla peste. Di sua iniziativa o forse scacciato dalla gente si allontana dalla città e si rifugia in un bosco in una capanna vicino al fiume Trebbia. Qui un cane simile ad un Épagneul Breton lo trova e lo salva dalla morte per fame, portandogli ogni giorno un tozzo di pane, finché il suo ricco padrone seguendolo scopre il rifugio del Santo. Intanto in tutti i posti dove Rocco era passato e aveva guarito col segno di croce, il suo nome diventava famoso. Tutti raccontano del giovane pellegrino che porta la carità di Cristo e la potenza miracolosa di Dio. Dopo la guarigione San Rocco riprende il viaggio per tornare in patria.

Le ipotesi che riguardano gli ultimi anni della vita del Santo non sono verificabili. La leggenda ritiene che San Rocco sia morto a Montpellier, dove era ritornato.

E’ invece certo che si sia trovato, sulla via del ritorno a casa, implicato nelle complicate vicende politiche del tempo: San Rocco è arrestato come persona sospetta e condotto a Voghera davanti al governatore. Interrogato, per adempiere il voto non volle rivelare il suo nome dicendo solo di essere “un umile servitore di Gesù Cristo”. Gettato in prigione, vi trascorse 5 anni, vivendo questa nuova dura prova come un “purgatorio” per l’espiazione dei peccati. Quando la morte era ormai vicina, chiese al carceriere di condurgli un sacerdote; si verificarono allora alcuni eventi prodigiosi, che indussero i presenti ad avvisare il Governatore. Le voci si sparsero in fretta, ma quando la porta della cella venne riaperta, San Rocco era già morto: era il 16 agosto di un anno compreso tra il 1376 ed il 1379.  San Rocco fu sepolto con tutti gli onori. Sulla sua tomba a Voghera cominciò subito a fiorire il culto al giovane Rocco, pellegrino di Montpellier. Il Concilio di Costanza nel 1414 lo invocò santo per la liberazione dall’epidemia di peste ivi propagatasi durante i lavori conciliari.

Secondo la tradizione San Rocco (patrono di Casignana) avrebbe salvato il paese da una terribile pestilenza. In seguito a questo avvenimento fu fondata la confraternita di San Rocco, attiva ancora oggi. Le prime notizie storiche su questo gruppo religioso risalgono al 1894, anno in cui il vescovo Mangeruva ne approvò lo statuto. Dopo la strage di Casignana del 1922 la confraternita si sciolse ricostituendosi soltanto nel 1945. Oggi conta circa quaranta associati e ha un proprio gonfalone.

La Villa Romana in Loc. Palazzi;

Adagiata lungo l’antico itinerario che collegava Rhegion a Locri Epizefiri si trova la Villa romana di età imperiale (risalente circa al I secolo d.C.), in contrada Palazzi: un’area di circa 8.000 mq composta da circa venti ambienti disposti intorno ad un cortile centrale in cui sono presenti terme, una fontana monumentale, le latrine e un giardino decorato a mosaico. Si tratta di uno dei siti archeologici più importanti dell’Italia meridionale, fra quelli di maggiore interesse di tutta la Calabria e conserva splendidi mosaici di grande valore artistico. Il complesso sorge tra Bianco e Bovalino, lungo la Statale 106 affacciato sulla costa del Gelsomini.

Un luogo che trasuda storia e arte, venuto alla luce quasi per caso nel 1963 durante dei lavori per la costruzione dell’acquedotto. Ma è solo alla fine degli anni ’90 che il sito viene interessato dai primi scavi e interventi di restauro.

La villa, probabilmente di proprietà di un console romano, si arricchisce di due grandi aree termali (orientali e occidentali), impreziosite da mosaici pavimentali di grandissimo pregio, composti da marmi policromi provenienti dalla Grecia e dall’Asia Minore e raffiguranti immagini mitologiche quali le Nereidi, le Quattro stagioni, Bacco. Oltre alla sala “absidata” che è l’ambiente più grande che è stato scoperto, la villa si compone anche della “Sala delle Nereidi”, “Sala di Bacco” e “Sala delle quattro stagioni”. Gli studi e le ricerche condotte negli ultimi anni, consentono di stabilire che il complesso sia stato abitato almeno fino al VII secolo d.C..

Di rilievo, inoltre, specie per il contributo fornito agli studi sul culto dei morti in epoca romana, è l’area della necropoli in cui sono presenti tombe ancora integre.

Le Grotte Preistoriche (Loc. Varta)

Caverne naturali, con vestigia d’insediamenti risalenti all’ultima Età della Pietra (Neolitico) e alla prima Età dei Metalli (Eneolitico). Come la Grotta di San Florio (San Grolio) nella collina sovrastante Casignana in  Loc. Faccioli, dove fino a qualche decennio fa, insisteva una grotta a più livelli, che sembra sia stata abitata da San Florio, originario di Samo, il quale giunse in questi boschi per condurre una vita ascetica nella preghiera ed in penitenza.

Purtroppo tra gli anni ‘50/’60 tale grotta venne distrutta per produrre pietre necessarie alla costruzione di un terrapieno per far passare la strada provinciale che oggi collega Casignana al resto del circondario di Bianco.

Le sorgenti di Casignana:

Casignana fu anche un centro conosciuto per le sue acque minerali medicamentose. Infatti a pochi km dal centro di Casignana in loc. Favate, vi è una sorgente termale ancora oggi in uso per le sue proprietà curative delle sue acque e dei suoi fanghi dalle peculiarità riconosciute anche da alcune strutture termali del territorio.

INFO E CONTATTI: Pro Loco Casignana ETS 

Domenica 21 Agosto; alla scoperta della Valle degli Armeni

Un’escursione breve ma intensa, che ci porterà alla scoperta della famosa degli armeni, ma anche del mondo bizantino, con i suoi monumenti e resti archeologici di superficie. Sarà un viaggio emozionante, ricco di contrasti paesaggistici e culturali, in un entroterra intriso di profumi e spiritualità.

Prima tappa del pomeriggio sarà il Monumento Bizantino di Santa Maria di ridetti (Staiti) con immerso in una silente vallata, ci farà percorrere la storia dal periodo ellenico sino all’età moderna. Oggi l’abazia si presenta in stato di rudere ben conservato, con ancora integre le evidenze architettoniche di questo edificio tra i più unici del territorio dell’area Grecanica.

Ci si sposterà sempre in Auto verso Rocca Armenia di Bruzzano Zeffirio, qui un complesso fortilizio e di una città cinta da mura, ci condurrà nel medioevo, alla scoperta del perchè e del come gli armeni abbiano influenzato questo territorio, crocevia di popolazioni, ma anche baluardo della cultura antica di tutta la Calabria.

Una breve visita ai resti del castello e ad una grande caverna, ci porterà alla scoperta dei panorami di tutta la vallata che si affaccia sul mar ionio, ma una visita all’arco trionfale dei Principi Carafa coronerà questa escursione con scorci su un passato glorioso.
Gran finale con la degustazione di vini locali, per brindare all’estate al calar della sera…

 

–PROGRAMMA–

Ore 17:00 Raduno e registrazioni partecipanti (Piazza Chiesa Parrocchiale Maria S.S. Annunziata (frazione Paese Nuovo) LINK POSIZIONE GOOGLE MAPS
Ore 17:15 Partenza con le proprie auto per Santa Maria di Tridetti (15 minuti in auto)
Ore 17:30 arrivo a Santa Maria di Tridetti -Staiti ( parcheggio automobili)- visita al complesso storico monumentale
Ore 18:30 Partenza per Bruzzano Vetere – Rocca degli Armeni (Parcheggio automobili) passeggiata immersiva fra i ruderi del centro storico antico, castello, arco dei principi.
Ore 19:30 – Brindisi al tramonto
Ore 20:00 Fine e Saluti e partenza per il rientro alle auto.

 

–SCHEDA TECNICA–

ESCURSIONE: T (Turistica)
LIVELLO DI DIFFICOLTA’: Facile
PRESENZA D’ACQUA: NO (Bruzzano Vetere)
–EQUIPAGGIAMENTO CONSIGLIATO–

Scarpe comode o chiuse (meglio da ginnastica), Cappellino, occhiali da sole, scorta d’acqua (almeno 1,5lt), crema o spry anti-zanzare (facoltativo)

 

–COME PARTECIPARE–

Prenotazione obbligatoria telefonando al numero 347-0844564 fornendo il proprio nome e cognome (entro e non oltre il 20 Agosto 2022) anche WHATSAPP!

–QUOTA DI PARTECIPAZIONE–

La partecipazione ha un costo simbolico di 10€ (quale contributo volontario per il sostegno delle attività della Pro Loco di Brancaleone) da versare sul luogo dell’appuntamento.

–ISCRIZIONI LIMITATE–

PER UN MINIMO DI 10 PERSONE ED UN MASSIMO DI 30 PERSONE!
*I minori sotto i 18 anni possono partecipare se accompagnati e sotto tutela di un adulto

–NOTE IMPORTANTI–

*Ogni partecipante è tenuto ad equipaggiarsi di mascherine monouso marchio CE, disinfettante/gel mani, a tenere le distanze previste dalle regole anti-contagio (almeno 1,5mt),

*Trattandosi di attività all’aperto, ogni partecipante è pregato di attenersi alle regole anti-covid.

*L’organizzazione si esime sin da ora da ogni responsabilità civile o penale che possa derivare da infortuni durante lo svolgimento dell’escursione, ognuno partecipa volontariamente ASSUMENDOSI LA PROPRIA RESPONSABILITA’.

 

Casalinuovo di Africo (RC)- Tra Cronaca e Storia

Casalnuovo (o Casalinuovo) è una frazione del Comune di Africo in provincia di Reggio Calabria. I suoi abitanti, che anticamente venivano chiamati “Tignanisi”, Il paese, che è stato costruito a 737 metri sul livello del mare, oggi disabitato, è situato su una rupe, nei pressi di Africo, alla destra del torrente Apòscipo. Lo si può raggiungere seguendo lo stesso itinerario per andare ad Africo fino ad un bivio dopo i Campi di Bova (Monte Lestì o Grosso).

Pur seguendo le vicissitudini storiche, sociali e umane di Africo e di Casalnuovo si trovano segni distintivi in resoconti di alcuni storici le cui testimonianze si trovano sia nel libro “Africo” di Corrado Stajano che nel libro “Africo dalle origini ai nostri giorni – Una storia millenaria”  di Bruno Palamara. Le cronache, nel seicento, parlano di un casale di Africo nel territorio di Bova; nel Settecento accennano a un gruppo di monaci orientali che a Casalnuovo di Africo professavano il proprio rito e poi lo abbandonarono si stabilirono dapprima in Sicilia, poi in Calabria. La provincia di Reggio, fin dall’ VIII secolo era caratterizzata dalla massiccia presenza di monasteri basiliani. Questi monaci, come sappiamo vivevano in  isolati sulle montagne dell’Aspromonte, lontano dai centri abitati, erano dediti alla preghiera, agli studi religiosi, alla copiatura e traduzione di manoscritti biblici.
Lo storico Fiore riporta nella sua “Della Calabria illustrata” un documento che ricorda che “Nel concedimento fattone dal Re Roberto a Niccolò Ruffo nell’anno 1328, vedo notati per i suoi villaggi Motta Bruzzano o Motticella, il Salvatore o Casalnuovo e Ferruzzano”.


Secondo A. Oppedisano, nel 1629 il Principe di Roccella costruisce a Casalnuovo la chiesa del SS. Salvatore, eretta prima ad oratorio, poi con la bolla del Vescovo Barisani del 4 dicembre 1798 elevata a chiesa parrocchiale.
Verso la fine del 1700 Casalnuovo, che praticava l’allevamento del baco da seta, contava 600 abitanti. Si ricorda anche che, nel 700, “un gruppo di monaci greci a Casalnuovo e ad Africo professavano il proprio rito che poi abbandonarono”. Le tracce dell’origine greca si conservano tutt’oggi nella parlata, tuttavia corrotta dalla modernità.

Lorenzo Giustiniani nel 1797 così descrive Casalnuovo: “Villagio in Calabria ulteriore in diocesi di Gerace, dalla quale città si è lontano miglia 32 circa. Egli è abitato da circa 600 individui tutti addetti all’agricoltura e alla pastorizia. Dal territorio raccolgono tutti i generi di prima necessità ed hanno similmente l’industria dei bachi da seta. La sua situazione è tra monti di aria mediocre. Si appartiene in feudo alla famiglia Caraffa, de’ principi di Roccella”. Nella parte opposta di Africo, e questa è la tesi di Costantino Romeo “Una squadra di pastori fondò molti secoli fa un altro paesello di nome Tignano, anzi gli anziani dicevano che combatterono contro gli arabi”. Dal nome Tignano nacque, secondo il Romeo, il termine “tignanisi” dato agli abitanti di Casalnuovo, che si conservò fino alla fine degli anni ‘60 del secolo scorso.


I terremoti del 1905 e del 1908 danneggiarono gravemente la chiesa insieme a gran parte del paese. Di seguito la chiesa sarà ricostruita ex novo. Da altre fonti citate dal Palamara si desumono le seguenti altre notizie: “Il suo nome cambiò parecchie volte, passando da Casalnuovo a Casalnuovo d’Africo a Salvatore, a seconda dell’appartenenza al comune capoluogo di Bruzzano prima e Africo poi.

Nel 1815 Casalnuovo si stacca da Bruzzano per essere aggregato definitivamente ad Africo che, con l’accorpamento di Casalnuovo, raggiunge una popolazione di 1726 abitanti. Nel 1830, ci ricorda A. Oppedisano, il Vescovo di Gerace si interessa per far elevare Casalnuovo a comune autonomo smembrandolo da Africo; richiesta che non viene accolta perché… la popolazione della frazione non supera i mille abitanti.


Come Africo, anche Casalnuovo è stato gravemente danneggiato dall’alluvione che avvenne dal 15 al 20 ottobre del 1951, in cui morirono sei persone;  e poi, definitivamente, da quella, meno grave, del 1953. Le persone che hanno vissuto quel periodo, raccontano il susseguirsi delle piogge continue e lente che provocarono frane e trasportando a valle valanghe di detriti, fango e pietre dalle montagne adiacenti.

(FONTI: https://www.giuseppemorabito.it/casalnuovo.html )

 

LA RIFLESSIONE:

Casalinuovo, rappresenta tristemente quella parentesi mai interrotta dei centri interni dell’Asprmonte, abbandonati per necessità, per l’evolversi (o l’involversi dei tempi), per l’inerzia politica d’un tempo, che li ha fatto morire. Ed è utile oggi come oggi, tornare ad osservare, a contemplare quei resti che solitari e fragili rimangono a guardare il viandante che s’interroga su come sia potuto accadere che un popolo abbandoni per sempre le loro case.

Questi interrogativi servono e serviranno ad interrogarsi sul futuro, sulla nostra capacità di ascoltare e capire la storia di un passato non molto lontano, che ci ha attraversato velocemente e che attende una decelerazione sul contesto della conservazione del nostro patrimonio storico e culturale.

E’ sempre affascinante tornare a Casalinuovo, cogliere nel volto dei pastori quel senso di inquietudine e di estraneità al mondo contemporaneo. Bisognerebbe tornare spesso in questi luoghi, per resettare i nostri pensieri, riabituarci alla lentezza e al programmare il nostro futuro che appartiene alla montagna.

© Carmine Verduci

 

 

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