Nel panorama della letteratura greca antica, la figura di Nosside (in greco antico Νοσσίς) rappresenta un unicum di straordinaria potenza espressiva. Vissuta tra il IV e il III secolo a.C., in una Locri Epizefiri caratterizzata da un ordinamento sociale che riservava alle donne spazi di libertà e prestigio insoliti per il mondo ellenico, Nosside si autodefinisce erede di Saffo, traghettando l’erotismo e la devozione femminile nel cuore della Magna Grecia.
È importante fare una piccola ma necessaria precisazione filologica; ci capita di sentir dire “la Dea Nosside” ebbene non è una dea, bensì una delle più grandi poetesse dell’antichità greca. L’equivoco sulla sua natura divina nasce spesso dalla sua identificazione totale con il mondo di Afrodite, che lei canta con tale intensità da essere stata soprannominata appunto la “Saffo di Locri”
Il contesto: La Locri “matrilineare”
Per comprendere Nosside, bisogna comprendere Locri. Come sottolineato dallo storico Polibio (Storie, XII, 5) la società locrese attribuiva grande importanza alla nobiltà di stirpe per via materna. In questo humus culturale, Nosside non è una figura isolata, ma parte di una élite femminile colta e orgogliosa. Polibio, riporta esplicitamente che a Locri la nobiltà e il rango sociale non venivano trasmessi dal padre, ma dalla madre.
“Tutte le nobiltà di stirpe presso di loro derivano dalle donne, non dagli uomini.” (Polibio)
Secondo il racconto delle origini (spesso venato di leggenda), Locri sarebbe stata fondata da servi che erano fuggiti con le donne nobili delle loro casate greche. Di conseguenza, l’unico modo per mantenere il prestigio del lignaggio era tracciarlo attraverso la linea femminile (matrilinearità). Anche se la veridicità di questo mito è dibattuta, il dato sociale rimane: l’identità aristocratica era una prerogativa femminile.
La prova più tangibile di questa centralità sono i Pinakes locresi, tavolette di terracotta votive (V secolo a.C.) rinvenute nel santuario di Persefone in contrada Mannella.
Queste tavolette mostrano scene di vita femminile straordinariamente dettagliate: donne che aprono scrigni, che si adornano, che partecipano a riti di passaggio. La cura e la frequenza di queste rappresentazioni suggeriscono che l’universo femminile fosse il fulcro della narrazione religiosa e dell’identità collettiva della città.
L’eredità di Saffo
In questo contesto scrive Nosside. Ella, non nasconde il suo debito verso la poetessa di Lesbo; al contrario, lo rivendica come un titolo nobiliare. Un legame che si articola su tre livelli:
L’investitura poetica:
Nell’epigramma XI (AP 7.718), Nosside si autodefinisce “cara alle Muse” tanto quanto Saffo. Chiedendo al viandante di annunciare a Mitilene (patria di Saffo) la sua esistenza, stabilisce un ponte geografico e temporale: la poesia femminile non è morta a Lesbo, ma rifiorisce a Locri.
Il primato di Afrodite: Come Saffo, Nosside pone l’Amore (Eros) e Afrodite al centro del cosmo.
Se per Saffo l’amore è una forza che “scuote l’anima come il vento sulle querce”, per Nosside è il criterio di verità: chi non ama non può conoscere la bellezza (le “rose” di Afrodite).
Il “Tiaso” locrese:
Sebbene a Locri non vi sia prova di un tiaso strutturato come quello di Lesbo, gli epigrammi di Nosside descrivono una comunità di donne (Sabaetis, Melinna, Polianthi) legata da vincoli di amicizia, bellezza e culto, che ricalca l’intimità del circolo saffico.
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Nosside è quindi consapevole della sua statura letteraria tanto che nel suo epigramma-testamento (AP VII, 718), invita il viandante che si reca a Mitilene (patria di Saffo) a ricordare che anche la terra dei Locri ha generato una musa a lei pari.”Straniero, se navigando ti spingi verso Mitilene dai bei cori, per cogliervi il fiore delle grazie di Saffo, sappi che io le fui cara, e che la terra locrese mi generò. Il mio nome è Nosside. Va’.”
Nosside e i pensatori greci: Tra Pitagorismo e Platonismo
Vivere a Locri Epizefiri tra il IV e il III secolo a.C. significava essere immersi in una delle culle del pensiero filosofico occidentale.
La Magna Grecia era la roccaforte del pensiero pitagorico.
A differenza di Atene, la scuola pitagorica ammetteva le donne (si pensi a Teano). L’indipendenza intellettuale di Nosside e la sua consapevolezza di “autrice” riflettono questo clima culturale che riconosceva alla donna una dignità razionale e spirituale.
L’attenzione di Nosside per la “somiglianza” (l’epigramma sulla figlia che somiglia alla madre) richiama l’interesse pitagorico per le proporzioni e l’ordine naturale delle cose. Mentre i pensatori “centrali” della Grecia continentale (come Aristotele) tendevano a relegare la donna nel silenzio domestico, Nosside si inserisce in una corrente di pensiero magnogreca più aperta.
L’eco di Platone e la “Bellezza”
Sebbene Nosside sia una poetessa e non una filosofa sistematica, la sua opera dialoga con la concezione platonica dell’immagine e del bello. Nei suoi epigrammi sui ritratti -la mimesi (imitazione) – Nosside loda la capacità dell’arte di catturare l’anima (psyche) oltre che il corpo. Questo si inserisce nel dibattito greco sulla mimesis: l’arte non è solo copia, ma rivelazione della verità interiore. Inoltre, Nosside sembra tradurre in versi l’idea del Simposio platonico: l’amore per la bellezza terrena (i ritratti, i fiori, i corpi) è l’unica via per accedere alla gioia suprema.
Eronda e la critica
Alcuni critici vedono nei Mimiambi di Eronda (contemporaneo di Nosside) una parodia della “libertà” delle donne locresi. Nosside risponde con l’orgoglio della sua stirpe matrilineare, citando costantemente madri e figlie (Teofili, Cleoca), quasi a voler costruire una genealogia alternativa a quella maschile tipica della filosofia e della storia greca classica.
La poetica: L’epigramma e l’universo femminile
Concludiamo con gli spesso citati epigrammi di Nosside. In totale sono 12 e li troviamo nell’Antologia Palatina. La sua produzione si distacca dall’epica maschile per rifugiarsi nel ghenos (la stirpe) delle donne.
I suoi temi principali sono:
L’eros: Inteso come forza vitale suprema, superiore persino alla dolcezza del miele.
L’arte e il ritratto: Celebre è l’epigramma per il ritratto della figlia Sabaetis, dove l’arte serve a tramandare la bellezza e l’identità femminile attraverso le generazioni. La devozione: Il rapporto con le divinità (Afrodite, Artemide, Era) è confidenziale, quasi domestico.
Di seguito riporterò tutti e 12 gli epigrammi giunti a noi attraverso l’Antologia Palatina (e uno tramite l’Antologia di Planude).
Questi epigrammi sono quasi tutti inclusi nella Ghirlanda di Meleagro (una raccolta del I secolo a.C. poi confluita nell’Antologia Palatina). Questi testi rappresentano una delle testimonianze più vivide della voce femminile nel mondo magno-greco del III secolo a.C.
Lo stile di Nosside si distingue per il dorico locale e per l’attenzione ossessiva al mondo delle donne: madri, figlie, amiche e cortigiane, tutte unite sotto l’egida di Afrodite e della bellezza.
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Le traduzioni qui riportate cercano di mantenere l’eleganza e la forza dei testi originali.
- Il manifesto dell’amore (AP 5.170)
Questo è forse il suo componimento più celebre, considerato il “manifesto” della sua poetica erotica.
“Nulla è più dolce dell’amore; ogni altra felicità è seconda; dalla bocca sputo anche il miele. Così dice Nosside: chi non è amato da Cipride, non sa quali rose siano i suoi fiori.”
- L’offerta ad Artemide (AP 6.273)
Un’offerta per propiziare un parto sicuro.
“Artemide, che abiti a Delo e l’amabile Ortagia, deponi l’arco intonso nel grembo delle Cariti, lava il corpo nelle acque del fiume Inopo, e vieni alla casa di Alceti per liberarla dalle dure doglie del parto.”
III. Lo scudo dedicato (AP 6.132)
Un epigramma votivo che celebra una vittoria militare dei Locresi.
“Gli scudi gettati dai nemici, che i Brettii dai rapidi colpi hanno spogliato dalle loro spalle, pendono ora nei templi degli dèi, celebrando il valore dei Locresi, né rimpiangono le braccia dei vili che hanno abbandonato.”
- L’offerta a Era (AP 6.265)
In questo testo Nosside menziona sua madre, Teofili, sottolineando la stirpe femminile.
“Era venerata, che spesso scendendo dal cielo visiti il tempio di Lacinio fragrante di incenso, accogli questa veste di bisso che, insieme alla nobile figlia Nosside, la figlia di Cleoca, Teofili, ha tessuto per te.”
- Il ritratto di Taumareta (AP 6.353)
Un esempio della maestria di Nosside nel genere dell’ekphrasis (descrizione di opere d’arte).
“Questa immagine riproduce le fattezze di Taumareta: com’è ben raffigurato il suo orgoglio e la bellezza del suo volto gentile! Anche la cagnolina che le sta a guardia della casa squasserebbe la coda, credendo di vedere la sua padrona.”
- Il ritratto di Callo (AP 9.605)
“In questo quadro Callo è dipinta al naturale. Vedi come l’immagine è piena di dolcezza: sembra che ci guardi. È un bene che lei abbia dedicato questo dono ad Afrodite; con tanta grazia, non può che essere amata.”
VII. Il ritratto di Sabaetis (AP 6.354)
“Riconosceresti questa Sabaetis anche da lontano, guardando la sua forma e la sua maestà. Guarda: la pittura ne svela l’intelligenza e la dolcezza. Sii felice, donna benedetta.”
VIII. La dedica di Policaris (AP 6.275)
“Cipride, Policaris ti ha dedicato questa rete finemente intrecciata, che ha usato per ornare i suoi capelli, grata per il desiderio che le hai concesso.”
- Per il commediografo Rintone (AP 7.414)
Nosside dedica un epigramma a Rintone, inventore della “filarotragedia” (parodia mitologica).
“Passa oltre con una risata e un’amabile parola per me: io sono Rintone di Siracusa, una piccola musa dei tragici, ma con la mia parodia ho colto un’edera tutta mia.”
- La statua di Afrodite (AP 9.332)
“Andiamo al tempio per vedere la statua di Afrodite, finemente lavorata in oro. È stata dedicata da Polianthi, che con i proventi della sua bellezza ha eretto questo simulacro alla dea.”
- Per la tomba di una donna (AP 7.718 – L’Addio)
Questo è l’epigramma in cui Nosside si paragona esplicitamente a Saffo.
“Straniero, se navigando ti spingi verso Mitilene dai bei cori, per cogliervi il fiore delle grazie di Saffo, sappi che io le fui cara, e che la terra locrese mi generò. Il mio nome è Nosside. Va’.”
XII. Il ritratto di Melinna (AP 6.355)
“Ecco Melinna in persona: vedi come il suo volto gentile sembra guardarci. Com’è simile alla madre in tutto! È bello quando i figli somigliano in ogni cosa ai genitori.”
A cura di Carlo Callà
Fonti:
Antologia Palatina
Polibio, Storie
Bibliografia
Lidia Gigante, Nosside, Napoli, 1971.
Giuseppe Conte (a cura di), Lirici Greci, Gea Schirò, 2011.
Marcello Gigante, Civiltà delle forme letterarie nell’antica Calabria, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1996.
Filippo Maria Pontani, I lirici greci, Torino, Einaudi, 1969.
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- Gigante, Poeti italici nei secoli III e II a.C., Napoli, 1963.
- Gentili, Poesia e pubblico nella Grecia antica, Editori Laterza, 2006.
- Guidorizzi, Il mondo letterario greco, Einaudi, 2000.
Bibliografia Critica
- Zuntz, Persephone: Three Essays on Religion and Thought in Magna Graecia, Oxford, 1971.
- Mele, Il commercio greco arcaico: Eris e Nike, Napoli, 1979.
- Gigante, Civiltà delle forme letterarie nell’antica Calabria, Napoli, 1996.
- Costabile, Istituzioni e forme costituzionali nelle città della Magna Grecia, 1980.






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