Kalabria Experience

il futuro nelle nostre radici

Calabria misteriosa; i racconti del focolare…

Che la Calabria fosse piena di miti, leggende e misteri è cosa ormai assodata! La fantasia dell’uomo ha sempre cercato di trovare delle spiegazioni logiche a strani fenomeni che insistono su luoghi, castelli, borghi e foreste dell’intero territorio, così come in ogni parte d’Italia non è difficile trovare storie di spiriti, fantasmi e strane creature.

Oggi ci focalizzeremo sui misteri che si tramandano per generazioni nella nostra regione e che sembrano in qualche modo, condurci in atmosfere e tempi lontani, in un passato che ancora esiste e vuole esistere nel nostro immaginario.

Sono gli anziani che ci consentono di fare un passo indietro nel tempo alla scoperta di storie e vicende che vuoi o non vuoi, rimangono ancora incarnate dentro quelle mura precarie che hanno attraversato secoli di vita e vicissitudini dai contorni indefiniti e dai significati simbolici profondi.

Tra le leggende che ancora oggi si tramandano di generazione in generazione nella nostra Regio emerge quel forte senso di appartenenza ad un passato le cui leggende erano parte integrante della vita quotidiana, che aveva una concezione sicuramente più simbolica che altro.

PROVINCIA DI REGGIO CALABRIA

REGGIO CALABRIA: La Fata Morgana

Sulle rive dello Stretto, dal “chilometro più bello di Italia”, come definì il lungomare di Reggio Calabria D’Annunzio, si può osservare la Fata Morgana, un fenomeno ottico simile a un miraggio che si può vedere dalla costa calabra quando aria e mare sono immobili. La costa siciliana, vista da quella calabrese, sembra distare pochi metri. Si possono distinguere molto bene le case, le auto e addirittura le persone che camminano nelle strade di Messina. Il tutto avviene quando sulla superficie del mare, minuscole goccioline di acqua rarefatta, fanno da lente di ingrandimento. Si racconta che al tempo della conquista normanna di tutto il Sud, avendo gli Altavilla compiuto l’unificazione di tutta la parte meridionale della penisola, Ruggero di Altavilla, meditasse sulla conquista della Sicilia. Fu così che la Fata Morgana lo tentò, facendogli avvicinare la costa siciliana a pochi metri. Ruggero, però, non accettò l’aiuto della fata, non volendo prendere l’isola con l’inganno. E così, senza l’aiuto del sortilegio, impiegò ben 30 anni per completarne la conquista. Un’altra leggenda racconta di un capo barbaro, che, arrivato a Reggio, bramasse di prendere l’isola siciliana. Una bella donna gli si presentò e gli fece toccare con mano l’isola. Convinto di poter passare lo Stretto con una breve nuotata, il condottiero barbaro scese da cavallo e si tuffò in mare. subito la fata ruppe l’incantesimo e il capo barbaro affogò miseramente in mare. In realtà, consisterebbe in un fenomeno visivo che si verifica in particolari condizioni atmosferiche. Un’illusione ottica dovuta ad un’inversione di temperatura negli strati bassi dell’atmosfera, quelli che sono a contatto con il mare, soprattutto nelle prime ore del mattino, quando il cielo è più terso, a causa della diversa densità dell’aria; dalla sponda è possibile vedere le immagini dell’altra costa riflesse e persino moltiplicate dal mare, trasformato in un immenso specchio.

Pentedattilo (RC) La stage degli Alberti

In provincia di Reggio Calabria, incastonato tra le montagne del versante jonico dell’Aspromonte, sorge Pentedattilo, il nome stesso del piccolo borgo prende il nome da una conformazione di roccia sulla quale si innalza simile ad una mano gigante (dal greco penta daktilos, ovvero cinque dita). Edward Lear, celebre artista e scrittore e viaggiatore inglese, nel suo “diario di un viaggio a piedi” parla della bellezza del luogo e delle sue meravigliose rocce, maestose e selvagge. Ecco come appariva al visitatore il piccolo borgo verso la metà dell’800. <<selvagge sommità di pietra spuntano nell’aria, aride e chiaramente definite in forma (come dice il nome) le case di Pentedattilo sono incuneate all’interno delle spaccature e dei crepacci di questa spaventosa piramide selvaggia, le abitazioni alla sua superficie consistono in poco più che un piccolo villaggio>>. Durante il periodo greco-romano il piccolo borgo era tutt’altro che un “paese fantasma” rappresentando un fiorente centro economico per tutta l’area circostante. l’epoca bizantina per Pentedattilo ha rappresentato l’inizio di un declino causato dai continui saccheggi da parte dei saraceni. A seguito della conquista dei normanni per volere del Re Ruggiero d’Altavilla il paese divenne uno dei possedimenti della famiglia Abenavoli. Nel 1783 ci fu il terremoto, che devastò gran parte del territorio reggino, di cui alcuni abitanti usarono alcune macerie del castello per poter rinforzare le abitazioni. Il terremoto ed alcune scosse di quell’anno contribuirono all’allontanamento degli abitanti stessi. negli anno ’90 Pentedattilo incominciò ad essere popolato grazie all’aiuto di alcuni volontari che avviarono un lento percorso di recupero cosicchè ha portato il borgo ad essere un centro artistico e culturale di notevole valore. Il barone di Montebello, Bernardo Abenavoli e la famiglia degli Alberti sono i protagonisti della famigerata “strage degli Alberti “ da cui derivano le storie e leggende che avvolgono ancora oggi Pentedattilo. I protagonisti di questa storia sono due giovani innamorati di due famiglie, di cui non scorre buon sangue. Si racconta che tra la famiglia Alberti, marchesi di Pentedattilo, e la famiglia Abenavoli marchesi di Montebello Ionico, vi era una rivalità per questioni legate ai confini comuni. nel 1680, il Vicerè di Napoli desiderava che nelle zone regnasse pace, ma la tensione tra le due famiglie andava scemando. Il capostipide della famiglia Abenavoli, Bernardino, aveva intenzione di prendere come moglie la figlia della famiglia Alberti, Antonietta, di cui si era innamorato e di cui aveva il suo amore corrisposto. Il Marchese Domenico Alberti aveva promesso la mano della propria figlia a Bernardino Abenavoli solamente quando essa avesse raggiunto l’età per il matrimonio. Alla morte del Marchese Domenico, poco prima della morte, del padre gli succedette al figlio Lorenzo di sposare la figlia del Vicerè di Napoli Caterina Cortez. Fu in occasione del matrimonio il Vicerè di Napoli accompagnato dalla moglie, con la futura sposa e il fratello Don Petrillo Cortez che Don Petrillo trattenutosi per il matrimonio a causa della sua malattia ebbe modo di conoscere Antonietta e di innamorarsene, chiese quindi Lorenzo di poter sposare Antonietta e il Marchese Alberti consentì le nozze, non tenendo in considerazione la promessa del padre al barone Bernardino. Il Barone, venuto a conoscenza del matrimonio tra Don Petrillo e Antonietta, si vendicò contro la famiglia Alberti. La notte di pasqua il 16 aprile 1686, grazie al tradimento di Giuseppe Scrufari, servo infedele della famiglia Alberti, riuscì a introdursi nel castello arrivando alla camera di Lorenzo e lo uccisero, addirittura i suoi uomini andarono in altre stanze uccidendo un bambino di soli nove anni nonchè fratello di Antonietta. Da questa sanguinosa strage vennero risparmiati Caterina Cortez, Antonietta Alberti, la madre Donna Giovanna e don Petrillo Cortez. Quest’ultimo fu preso come garanzia contro eventuali ritorsioni da parte del Vicerè di Napoli. Dopo la strage, Bernardino portò Antonietta al castello a Montebello e la sposò il 19 aprile 1686. ll Barone di Montebello grazie a vari espedienti, riuscì a fuggire con Antonietta, e dopo averla rinchiusa in un convento a Reggio Calabria, scappò prima dai cugini a Brancaleone e poi salpò per Malta dove trascorse qualche periodo per poi dirigersi a Vienna dove si arruolò nell’esercito Austriaco. Bernardino trovò la morte in battaglia nell’agosto del1692 mentre Antonietta, cui matrimonio venne sciolto dalla sacra rota in quanto contratto per effetto di violenza, finì i suoi ultimi istanti di vita rinchiusa in un convento addolorata e triste perchè si era resa conto che era stata lei la causa per la fine della sua famiglia.
Si dice che nelle notti tempestose, dalle guglie del monte dove insisteva il complesso del castello, si odono delle urla, e una mano insanguinata ancora sia visibile tra le rocce che sovrastano l’area del castello.

Brancaleone (RC) i saraceni dell’antico castello di Capistrello

A Brancaleone esiste un antico maniero chiamato Capistrello (posto sull’altra sponda del torrente Altalìa che separa le colline di Pressocito e Brancaleone. Si racconta infatti, che in questo luogo i Saraceni convivessero pacificamente con gli indigeni locali e che questo castello che fosse collegato da un ponte sospeso che lo collegava all’ antica “Sperlinga” (ovvero Brancaleone), questo ponte veniva costruito di giorno e distrutto di notte per paura che i saraceni saccheggiassero Brancaleone. Una notte di tanti secoli fa, questi saraceni si recarono in paese per compiere razzìa, credendo fosse Pasqua, ma avendo sbagliato settimana e non trovando nulla da saccheggiare tornando indietro a Capistrello urlando sconsolati alle loro donne questa frase: “scucinè scucinè ca non è pasca, ma è iornu i frasca”  che tradotto starebbe a significare “non cucinate, che oggi non è Pasqua me giorno delle Palme”.

Bova (RC) L’impronta della Regina ed il tesoro del castello

Nell’antico borgo di Bova esiste un castello Normanno scavato sulla roccia le fonti descrivono di un imponente castello fondato in epoca normanna e potenziato nel 1494 dagli Aragonesi. Il castello era costruito su una roccia e gli ambienti ancora esistenti era fatti su tre livelli di cui al piano inferiore c’era un grande “salone” al quale si accedeva attraverso un lungo corridoio al piano superiore due stanze e ancora più in alto vi era una cappella rettangolare e coperta con volta a botte e affrescata, di cui ancora oggi rimangono le tracce. Intorno al castello sono nate diverse leggende, si narra infatti che tra le rovine del maniero, si trova l’orma del piede di una donna che la leggenda vuole sia appartenuto alla Contessa Matilde di Canossa, e che se l’orma di una fanciulla corrispondesse alla stessa, questi avrebbe scoperto di discendere da questa nobile stirpe. Un’altra leggenda parla dell’orma della Regina e diceva se il piede di una fanciulla avesse combaciato perfettamente a quello della Regina la roccia si sarebbe aperta, facendogli scoprire un tesoro, protetto da un grande serpente, di cui su una di queste rocce che caratterizzano l’area del castello è rimasta una traccia incisa.

San Giorgio Morgeto (RC): Il Re Morgete, la Scala Beffarda e le Jovisse

Fiore all ’occhiello della provincia di Reggio Calabria, il borgo medievale di San Giorgio Morgeto resta tra i più caratteristici dell’entroterra calabrese, distintivo di una cultura, una storia da scoprire e da vivere; il profumo di tradizione e bellezza che si diffonde tra le vie antiche, i palazzi e i monumenti, la fierezza negli occhi della gente del posto, innamorata di questo piccolo paradiso culturale, sono ragione di orgoglio non solo per la provincia reggina, ma per l’intera regione. Maestoso e imponente, sulla cima del colle di San Giorgio Morgeto, regna sul paese e le valle sottostanti il Castello Normanno di Re Morgete, finestra su un panorama mozzafiato sulla piana del Tauro, con una vista che dal Monte Sant’Elia spazia fino a Capo Vaticano e che, nelle giornate più favorevoli, consente di intravedere in lontananza anche le isole Eolie. I ruderi di quella che era una possente fortificazione, sono stati e tutt’oggi sono sfondo di inquietanti e sconvolgenti leggende che gli anziani del luogo raccontano; una in particolare narra di come il Re Morgete, che in seguito alla sua morte veniva adorato come Dio, apparisse dal luogo della sua sepoltura ogni giorno, allo scoccare della mezzanotte, esclusivamente al popolo di Morgeto per predire eventi futuri. Una diversa versione narra che il Dio, dispensatore di oracoli, manifestasse le sue visioni da interpretare tra le mura del castello, al lume di fiaccole o della luna piena.

Non molto distante dalla chiesa dell’Assunta, si giunge in una delle particolarità urbanistiche medievali di San Giorgio Morgeto; Conosciuta con il nome “Scala Beffarda” essa è un particolare esempio di scalinata sfalsata e davvero singolare. Per la sua caratteristica unica nel suo genere, numerose leggende aleggiano attorno a questa scalinata che spesso sembra di percepire attraverso gli spifferi d’aria che tra gli stretti vicoli narrano storie e leggende incredibili.

Altra suggestiva leggenda riguarda le “Jovisse” (leggiadre figlie di Giove), che potevano vedersi aggirare tra i boschi intorno alla fortezza o per le stanze dell’antico maniero, mandando in confusione chiunque li avesse incontrate.

San Luca (RC) La leggenda della Principessa Atì

La leggenda del castello di Atì nasce sulle sponde orientali del mar Ionio, nella zona di San Luca (Pietra Castello. Qui, infatti, si notano distintamente le rovine di quello che fu l’antico castello di Atì. Questa fu fatto costruire da un Conte della città di Potamìa, distrutta da un violento terremoto nel ‘300, che aveva un carattere davvero scontroso ed arrogante. A causa dei suoi atteggiamenti, il conte si era fatto tanti nemici nella sua città. L’ennesimo litigio con un concittadino, però, finì male e quest’ultimo rimase ucciso. Per sfuggire alla vendetta dei parenti della vittima, così, il conte si costruì questo grande castello, dove si trasferì con la bellissima figlia Atì, che al contrario del padre aveva un carattere mite e amichevole ed un suo paggio, che dilettava i suoi padroni con le sue poesie e la musica del suo liuto. Il castello, costruito in un luogo praticamente inaccessibile, era dotato di un grande mulino a vento e di una cisterna per l’acqua piovana, permettendo ai suoi abitanti di rimanervi rinchiusi senza il pericolo di rimanere sprovvisti di cibo. Fra le mura del castello il conte smise di preoccuparsi dei suoi nemici, che pure di tanto in tanto giungevano nei pressi del ponte levatoio, costantemente chiuso, per urlargli cattive parole e per lanciare sassi e frecce contro le impenetrabili pareti della fortificazione. Il paggio e la dolce Alì, invece, anche a causa dell’isolamento dalla vita esterna, passavano molto tempo insieme e finirono per innamorarsi. I due cominciarono a vedersi in segreto, poiché lo spocchioso conte mai avrebbe concesso la mano della nobile figlia al modesto servo. I nemici del conte, tuttavia, erano sempre in agguato fuori dalle mura e per caso sentirono i canti innamorati che il paggio dedicava ad Atì. Così, dopo vari tentativi, riuscirono a far arrivare un messaggio al paggio in cui gli promettevano di eliminare il conte, che avrebbe sempre osteggiato il suo amore per Atì, se il ragazzo avesse fatto trovare loro il ponte levatoio abbassato. Il ragazzo, sdegnato, non ci pensò minimamente a tradire il suo padrone. Ma i giorni passavano e nel suo cuore cresceva l’insofferenza per un amore che doveva rimanere celato. Così un giorno compose una ballata religiosa che aveva come tema il tradimento di Giuda. I nemici del conte, incuriositi, accorsero alle mura e ricevettero un messaggio del giovane. Durante la notte del successivo venerdì, infatti, avrebbe cantato un verso che recitava le seguenti parole: «E disse Cristo agli Apostoli suoi, quando volete entrare sta solo a voi». Dopo aver recitato quelle parole, il paggio avrebbe abbassato il ponte, permettendo ai nemici del conte di entrare nel castello. Arrivati al venerdì successivo, il ragazzo così fece, finendo però nella trappola degli invasori che, oltre al conte, rapirono anche lui. Ma quando costoro andarono a cercare Atì, tuttavia, trovarono solo la sua stanza vuota. Sulla sua scrivania notarono una candela che illuminava il Vangelo, che era aperto alla pagina in cui san Matteo racconta il tradimento di Giuda. Delusi e arrabbiati, decisero di gettare il conte e il paggio giù dal dirupo per poi incendiare il castello. Della giovane Atì, invece, non si seppe più nulla. Molti pastori della zona, però, sono sicuri di aver intravisto nelle notti, una giovane e bellissima donna avvolta da un velo tra le rocce della scogliera. Dal fondo del burrone, invece, sorgerebbero ancora le grida dei fantasmi del conte e del paggio, che pagarono con la vita gli sbagli commessi in vita.

Samo (RC) Il brigante “Nino Martino” detto il “Cacciadiavoli”

Vissuto nel ‘500, se ne contendono i natali e le gesta sia la provincia di Reggio che quella di Cosenza (anche se le ragioni di Reggio sono storicamente maggiormente fondate). Nino Martino fu talmente celebre che intorno alla sua figura fiorirono storie, ballate e racconti, come ad esempio una celebre ballata in dialetto silano. Brigante buono e generoso, leale e coraggioso, colui il quale vendicò i torti della gente e divenne a causa di ciò “santo”: per questo era ovviamente lo spauracchio dei nobili calabresi. Dopo anni passati fra le montagne, stanco di quella vita di pericoli e sangue, decise di tornare nel paese natìo, anche per poter riabbracciare la madre, da anni abbandonata ed odiata da tutti perché madre di un brigante. Un giorno, però, sentì la predica di un frate, e, raccolti i suoi compagni, li esortò a deporre le armi e si ritirò in un luogo solitario fra le montagne, suscitando dapprima l’incredulità e successivamente il dubbio dei suoi compagni (che erano per altro consci del fatto che non sarebbero potuti entrare nel paese senza l’aiuto delle armi), i quali lo raggiunsero e lo denunciarono ai nobili che gli si lanciarono addosso crivellandolo a morte; coprirono poi il suo corpo con dei sassi e lo abbandonarono. La notizia della morte di Nino corse molto velocemente e giunse sino alle orecchie della madre che, profondamente affranta, andò con i nobili a recuperare sui monti il cadavere del figlio. Rimosse con le sue mani il mucchio di sassi e, come per incanto, trovò il corpo del suo figliolo ancora intatto, bello e roseo, come se fosse addormentato: le ferite sembravano petali di fiori, il suo volto calmo e rassegnato in un’espressione di pace eterna. Il corpo fu poi condotto presso la casa della madre che non ebbe però il coraggio di seppellirlo e lo depose così sotto la grande botte della sua cantina, per poterlo vedere sempre. Dopo dei mesi che il cadavere era stato posto lì, un giorno, la povera donna, non riuscì a spostare la botte e ne rimase profondamente sorpresa, poiché quell’anno non aveva fatto vino; in seguito l’aprì e notò che da essa zampillava invece un ottimo vino, che subito distribuì a chiunque lo richiedesse; notò poi che tale botte si riempiva costantemente, quasi fosse una fontana. Era tuttavia amareggiata, perché non poteva più vedere il volto del figlio, nascosto dietro la botte. Fece dunque chiamare un bottaio per far togliere il tappo della botte e capire quanto vino contenesse: uno spettacolo meraviglioso si presentò agli occhi del bottaio e della vecchia madre: in fondo alla botte era disteso, fresco e intatto, come se dormisse, il corpo di Nino Martino e da una delle sue ferite vicino al cuore era nata una pianta di vite che egli alimentava col suo sangue. Portava sui tralci una miriade di grappoli sempre maturi che si rinnovavano tutte le volte che la donna spillava il vino. Fu a causa di ciò che a Nino Martino venne in seguito dato l’appellativo di “Santo”, il santo dell’abbondanza, invocato dalla gente quando si calpestano i grappoli dell’uva, perché, attraverso il suo sangue, faccia avere abbondanza del prezioso liquido.

 

Palmi (RC) La leggenda di Donna Cànfora

Donna Cànfora gentildonna ricchissima, adorna delle più gentili virtù e di suprema bellezza. Amica fortuna l’aveva colma di beni: le sue vigne versavano ogni anno vino a flutti nelle ampie bigonce; su’ suoi campi sterminati biondeggiava sempre abbondante la messe; e lana e latte e burro le mandavano i prati della montagna, che nutriva per lei numerose mandrie di buoi e di capre. Di tanta ricchezza Donna Cànfora, tra le cui virtù fioriva grande la carità, teneva per sé il necessario e dispensava ai poveri il superfluo. Sicché dalla sua casa, benedetta da Dio, salivano le benedizioni dei miseri sfamati, delle fanciulle povere strappate da lei al disonore, dagl’infermi, ai quali mandava il vino più generoso delle sue cantine e la tela più fine delle sue casse. La fama di tanta carità volò per quella contrada e per altre ancora, e con essa la fama della bellezza di Donna Cànfora. Giacché, alta, dal profilo purissimo, dalle forme flessuose, circonfusa da un’intensa vita spirituale, piena di grazia e dignità, pareva ella uscita dallo scalpello di Prassitele. Si estese, dunque, così la fama, che schiere di poveri pellegrini picchiavano alla sua porta, mentre invano lanciavano su di lei frecce di amore legioni di cavalieri da lontani paesi a bella posta venuti. Non già che Donna Cànfora avesse cuore deserto di affetti, ché anzi era stata moglie amorosa, e la vita del marito aveva resa felice e con le grazie del corpo e più con la soavità dell’anima. Rimasta vedova, ella, giovanissima ancora, consacrò la fiorente bellezza alla memoria dell’infelice consorte. E a molti, i quali invaghiti di lei o delle sue ricchezze, la chiedevano in isposa, ella rispondeva, ragionando essere uno il marito dato alla donna da Dio, e a quell’uomo doversi ogni donna mantenere unita in ispirito; giacché, se i corpi muoiono e si disuniscono, non così gli spiriti, che sono immortali, e l’uno quindi non si distacca mai dall’altro. Sparsasi dovunque la nuova di così bella fedeltà, crebbe in tutti gli animi l’ammirazione già grande per donna tanto virtuosa; e dalle madri Donna Cànfora era additata per esempio alle figliuole e dai mariti alle mogli. Un giorno la cameriera di Donna Cànfora rincasò con una bella notizia. Era giunta dall’oriente una nave carica di seriche stoffe, di grosse gemme, di piume candide come la spuma del mare, di pelli, di tappeti rarissimi, di maioliche stupendamente dipinte. Tutti, patrizi e plebei correvan giù alla marina, per ammirare tanta dovizia di cose belle, esposte sulla corsìa della nave, alle murate, agli alberi, a prora, a poppa, dovunque, fra mille vivi colori.
– Son meraviglie, – diceva la cameriera a Donna Cànfora, la quale aveva abbandonato l’arcolaio per ascoltarla, – meraviglie che si vedono una volta sola nella vita. Andiamo, signora; troverete laggiù le vostre amiche, ché tutte sono accorse. Su, voglio vestirvi subito subito, venite…
Ma Donna Cànfora era assai triste quel giorno; aveva brutti presentimenti.
-Stamane, – disse – l’arcolaio cigolava troppo. Che ne dici? Non è un avviso del Signore?
Ma che dite?? L’arcolaio è unto da pochi giorni. E’ mai possibile che cigoli? E poi che avviso! Di che?
– Non so… – riprese a dire Donna Cànfora – mi batte il cuore; e più volte mi è paro di vedere qui, dinanzi a me, lui, il povero mio marito. Che sarà mai? Certo non bene…Io sento…come se dovessi morire.

Prima di uscire Donna Cànfora volle visitare tutta la casa; poi pregò inginocchiata la Madonna; sull’uscio si rivolse per dare alla pace, che abbandonava, un ultimo sguardo e finalmente si avviò sospirando. Sulla riva del mare, infatti, gran folla. La quale, appena Donna Cànfora comparve, si divise in due ali, per farvela passare in mezzo come un’amata regina. Il capitano della nave le andò incontro con viso sorridente, e le disse: La fama della vostra virtù, o madonna, giunse fino ai lidi più lontani dell’Arabia e della Persia, e la vostra visita, da noi aspettata, c’è premio, del quale non sappiamo come ringraziarvi. Donna Cànfora, cui il cuore palpitava sempre più forte, ringraziò e si lasciò guidare fin sulla tolda. Le magnificenze narrate dalla cameriera, rimasta sulla riva tra la folla, eran vere; ed ella andava ammirandole ad una ad una, accompagnata dal gentile capitano. A un tratto i sostegni si rompono, e la nave scivola sul mare: i remi son pronti, i rematori al loro posto, e la nave fila diritta come una freccia. Dalla riva s’alzano grida furibonde, imprecazioni disperate, e cento giovani gagliardi si slanciano nelle onde, per raggiungere a nuoto i finti mercanti, gli esecrati corsari. La patria si allontanava, circonfusa in un pulviscolo dorato, e il tumulto della spiaggia più non si udiva. Donna Cànfora pareva serena: un’aria di dignitosa rassegnazione era sparsa sul suo viso pallido. Chiese in grazia di esser lasciata libera un istante, per dare l’ultimo saluto alla terra natale; e diritta sulla poppa, gli occhi profondi e lucenti, guardava le curve delle montagne baciate dagli ultimi raggi del sole presso al tramonto. La brezza vespertina folleggiava con la candida veste, coi riccioli neri cadenti sulla fronte severa. Donna Cànfora guardò, guardò a lungo. Poi, sollevati gli occhi al cielo, come per chiedere perdono al Signore, si lanciò fra le onde. Il capitano della nave non ebbe il tempo di gridare e di accorrere, che già ella, abbracciata dal nuovo sposo, il mare, scomparve senza un lamento, senza un singulto.

Motticella di Bruzzano Zeffirio (RC) La leggenda della Rocca di San Fantino

Ci troviamo a Motticella piccola frazione di Bruzzano Zeffirio, dove vi abitano poco più che una manciata di abitanti per lo più anziani che si dedicano ancora con tanta passione e determinazione alla pastorizia e all’agricoltura. Il borgo sull’orlo del torrente Bampalona o Torno è dominato dal maestoso il Monte Scapparone (1058 mt s.l.m.). Proprio nelle vicinanze del paese, alle pendici del monte Fasoleria nel comune di Ferruzzano, vi è una località chiamata San Fantino.
La località è caratterizzata da un monolite di arenaria che si erge come un dito in uno scenario davvero unico al mondo, non distante dai resti medievali di chiese bizantine e antiche chiesette che costellano il territorio di Bruzzano Zeffirio. Si racconta che in località  “Junchi” tra i paesi di Motticella e Ferruzzano, nelle vicinanze della  “rocca di san fantino” vivesse un frate eremita di nome Phentino o Phantino, esperto nelle pratiche mediche delle piante medicinali e agricole, tanto che le genti del luogo spesso ricorrevano a lui per consigli relativi alle semine, potature, innesti ed tanto altro. A Mottticella viveva una bellissima ragazza di nobile famiglia, come in tutte le storie di paese pare che questa ragazza avesse un amante segreto per il quale il padre non fosse d’accordo alla relazione. un giorno la ragazza si accorse di essere in attesa di un figlio, certa che il padre non sarebbe stato contento decise di tenere nascosta la gravidanza. Un giorno si recò presso questo frate eremita a chiedere consigli, insieme convennero che poco prima del parto la ragazza si sarebbe recata presso il piccolo asceterio con la scusa che sarebbe andata a trovare alcuni perenti in un paese lontano da Motticella. e così accadde, la ragazza partorì un bel bambino, rimase con il frate per più di un mese finche’ il bambino non cominciò a nutrirsi di latte di capra. di tanto in tanto la donna si recava di nascosto sul luogo a trovare il bambino che cresceva sempre più  bello. un giorno il bambino si ammalò, forse di bronchite, ed il frate non riuscì a curarlo con le sue erbe tanto che di li a poco il bambino morì. A questo punto il frate disperato per l’accaduto si recò in cima alla rocca, pose il corpicino senza vita del bambino sulla cima e si mise a pregare pregare e pregare tanto con tutta la sua forza e tutta la sua fede, sperando in un miracolo divino. pregando e pregando si addormentò, e durante il sonno corvi e cornacchie mangiarono il corpicino del povero bimbo. Il frate al suo risveglio fece la macabra scoperta. Dopo alcuni giorni la ragazza si recò nuovamente a trovare il figlio, ma giunta da frate venne a conoscenza dell’orribile fine e in preda al dolore si avventò sul frate percuotendolo con forza fino a mordergli il naso. la donna ritornò a casa piangendo disperata, tanto che per il dolore diventò matta. infatti la famiglia della donna fu costretta a rinchiuderla in una stanza della casa senza finestre ) in pratica una cella, dove la ragazza vi rimase fino alla sua morte. Il frate invece, a causa dell’infezione del morso sul naso di li a poco morì anche lui. Sembra proprio che la rocca, nasconda un tesoro, e che pare fosse stato nascosto proprio da fra Phantino. Pare anche che che fosse un serpente (o un demone) a proteggerlo. La leggenda vuole che, per poter entrare in possesso di questo tesoro bisogna recarsi sulla rocca in una notte di luna piena con un neonato per sacrificarlo al serpente, uccidendo il bimbo e cucinarlo in una pentola mai usata prima, a questo punto, il serpente dovrebbe aprire la rocca lasciando accesso a questo tesoro, contenuto in un pentolone di rame colmo di monete d’oro e diamanti e rubini.

Roghudi (RC) Le Anarade ed il Drago

Tra le tante leggende che vengono tramandate dagli anziani di Roghudi ve n’è una che racconta la storia di particolari donne con i piedi a forma di mulo, che risiedevano di fronte al loro borgo, nella contrada “Ghalipò” e chiamate Anarade. Le Anarade, riposavano durante il giorno e di notte, a cavalcioni di un ramo di sambuco, andavano alla ricerca di uomini per accoppiarsi. Erano infatti solite modificare la loro voce, assumendo per esempio quella di un congiunto delle loro vittime. Cercavano di attirare le donne roghudesi che si recavano alla fiumara per lavare i panni, con l’intento di ucciderle e avere così i loro uomini. Gli abitanti del paese decisero allora, di chiudere il paese con tre cancelli sistemati in tre differente entrate, per proteggersi dalle Anarade, i cancelli sono tutt’oggi esistenti e sono quelli di Pizzipiruni, Plachi e Agriddhea. Non molto distante da Roghudi, sorge la frazione di Ghorio di Roghudi, anche questa completamente abbandonata. La caratteristica di questa frazione è rappresentata da un particolare masso da una forma particolare , nota come a Rocca tu Draku, il cui significato risale al termine ellenistico Draku che vuol dire occhio. Secondo le leggende di Roghudi, infatti, si tratterebbe della testa di un drago che sul colle custodiva un tesoro inestimabile. vicino la pietra della testa del drago è presente un’altra roccia particolare a forma di groppe. Secondo le credenze popolari si trattava delle sette caldaie o caddareddhi che permettevano al drago di nutrirsi. Il tesoro custodito dal drago, secondo le leggende di Roghudi, veniva assegnato soltanto a un combattente coraggioso, capace di superare una prova. Il cavaliere per poter ottenere il tesoro del drago doveva sacrificare tre esseri viventi maschio: un neonato, un capretto e un gatto nero. Nessuno ebbe mai il coraggio di sfidare il furioso drago fin quando un giorno venne alla luce un bambino con delle malformazioni, che venne affidato a due uomini affinché se ne sbarazzassero. Cosi i due uomini, pensando alla vecchia leggenda, decisero di prepararsi alla prova di coraggio per il sacrificio e ottenere il tesoro del drago. L’altare era pronto e il gatto e il capretto erano già stati sacrificati. Nel momento in cui stavano per uccidere il bambino, una violenta e improvvisa tormenta di vento scaraventò i due uomini contro le caldaie del drago, uccidendo uno dei due. In seguito nessuno osò sfidare il drago mentre l’uomo sopravvissuto visse in tormenta del diavolo fino alla fine dei suoi giorni.

PROVINCIA DI COSENZA:

Cosenza: U crucifissicchiu di Cosenza

Nella zona Arenella, a Cosenza, lungo il fiume Crati, si trova una chiesetta detta “U Crucifissicchiu”: il piccolo crocifisso, dove si venera un’impronta di una croce su una pietra posta sull’altare. Un giorno, una donna raccolse dal letto del fiume una pietra e se la portò a casa per i suoi domestici. La notte le venne in sogno Gesù e le disse di riportare la pietra nel luogo in cui era stata raccolta e di erigere una chiesetta in quel punto. Al mattino, la donna si accorse che sulla pietra era presente l’impronta di un crocifisso, segno che non era presente al momento della raccolta. La notizia fece il giro di Cosenza e si iniziò la costruzione della chiesa, dove sopra l’altare fu posta la pietra del crocifisso. Dal giorno della consacrazione della chiesa, mai, straripando, il fiume allagava la chiesa, limitandosi solo a lambire il piccolo edificio. Solo in un’occasione, una grande piena entrò nella chiesa, ma al calare delle acque, i fedeli trovarono accesa la lampada situata vicino al crocifisso, e nonostante la patina del fango segnasse che la piena era arrivata fino al soffitto, la lampada ardeva ancora e il crocifisso era pulito.

 

San Sisto dei Valdesi (CS): la leggenda di Marco Berardi

La storia di Marco Berardi è considerata da sempre molto affascinante. Risuonò attraverso i boschi della Sila, tramandata da padre in figlio, cantata da poeti e menestrelli, giungendo fino ai giorni nostri. “Giovane popolano, ma dall’ingegno eletto e di cuore caldo di amore patrio, e non amò in vita che la libertà, l’indipendenza, la grandezza vera della Calabria; non odiò che gli Spagnuoli, i Baroni, gl’Inquisitori. Inoltre, “Marco aprì il suo cuore ad una giovane valdese di San Sisto, figlia di Valdesi forse residenti nella località “Guardia” o nei suoi pressi” , e come vedremo poi, “ Fu proprio l’amore per questa fanciulla a spingerlo a essere consigliere e guida di questi Valdesi della contrada “Guardia” che, per primi si ribellarono alle imposizioni dell’Inquisizione e che uccisero, persuasi e diretti da Marco Berardi, il Governatore di Montalto il “Barone de Castagnedo”. La rivolta di questo gruppo di Valdesi determinò la reazione della regia Corte e della Santa Inquisizione, che culminò con la cosiddetta “Crociata del Querceto” e l’eccidio dei Valdesi di San Sisto. Marco Berardi viene rappresentato nella storiografia come un uomo forte e coraggioso, difensore dei deboli. Egli era diventato un brigante non per avidità, ma per sete di giustizia. Dopo l’assassinio del Barone de Castagnedo, Marco Berardi fu fatto prigioniero, torturato e condannato ad essere arso al rogo. Con modalità ancora non note, Berardi riuscì ad evadere dalla prigionia ed a fuggire nei boschi con l’aiuto di alcuni abitanti di San Sisto e si diede alla macchia per i boschi della Sila dove radunò un esercito sempre più numeroso. Nel 1562 assunto il nome di Re Marcone riuscì a liberare tutti i paesi della presila dal dominio Spagnolo. Egli sognava di fondare una Repubblica Calabrese, con capitale Crotone, libera dal dominio spagnolo e dalla Santa Inquisizione, che avevano oppresso e causato lutti tra la sua gente. Nel 1563 tentò di conquistare la città di Crotone, combattendo contro l’esercito del Marchese di Cerchiara e, nonostante il suo esercito fosse numericamente inferiore, riuscì a sconfiggerlo per tre volte. Fu scomunicato e sulla sua testa fu posta una taglia per fare in modo che venisse abbandonato dai suoi seguaci. La strategia dei suoi nemici risultò vincente, sfuggito al tradimento del suo migliore amico, con un numero di fedelissimi sempre più esiguo, si perde nella leggenda la vicenda della sua morte. Si narra che i corpi di Marco e Giuditta siano stati ritrovati abbracciati in una grotta della Sila ed il corpo del Re della Sila sia stato portato a Cosenza e issato sul campanile della Chiesa di San Francesco di Assisi per fare da monito a quanti volessero provare nuovamente la via della ribellione. Le sue idee però non sono state fermate e la sua leggenda aleggia ancora oggi nei vicoli di San Sisto e sull’altopiano della Sila.
(Fonte: DeaKalabria)

 

Cardinale (CS) La Baronessa Maria Erichetta Scoppa

Nel cuore delle Serre calabresi, a poco più di mille metri d’altezza, c’è un luogo misterioso e spettrale, e la storia legata a questo castello ha qualcosa ai confini fra verità e leggenda si tratta di Maria Enrichetta Scoppa, Baronessa di Badolato, ricca proprietaria terriera realmente esistita a cavallo fra Otto e Novecento. Oggi ciò che resta del Castello della Lacina, è un piccolo e affascinante maniero di origini cinquecentesche ormai in stato di rudere, ubicato in una zona chiamata “Chianu da Jannara”, nel territorio di Cardinale (Catanzaro). Si racconta inoltre che nei pressi del Castello ci fosse una chiesetta, forse sorta su un antico tempio rurale intitolato alla dea greca Hera Lacinia (venerata nel grande santuario di Capo Colonna, a Crotone), il che forse spiegherebbe il toponimo Lacina, ma in realtà del presunto tempio, non c’è alcuna traccia. Da oltre un secolo una leggenda locale ha reso la Baronessa Scoppa protagonista di vicende degne del famigerato Gilles de Rais. La Baronessa “storica”, nata nel 1831 e morta nel 1910, è in realtà nota alle cronache come una donna nubile di fervente religiosità che viveva nel borgo di Sant’Andrea Apostolo dello Jonio (Catanzaro) dove nel 1897 fece costruire il collegio e la chiesa della Congregazione del Santissimo Redentore, supportò diversi seminaristi, elargì doti a fanciulle povere, fece restaurare la chiesa madre e l’acquedotto di Niforio e lasciò il palazzo di famiglia in eredità alle Suore Riparatrici del Sacro Cuore, con l’impegno di fondarvi un Orfanotrofio. Tuttavia la leggenda le attribuisce un lato oscuro che proprio nel Castello della Lacina, indicato come sua residenza estiva, avrebbe trovato efferato sfogo. Si racconta infatti che la nobildonna, sebbene da giovane avesse fatto voto di verginità, andasse segretamente alla continua ricerca di esperienze erotiche e che allo scopo attirasse nel suo castello fra i boschi giovani e prestanti uomini dei dintorni con cui consumava torridi rapporti carnali, i suoi occasionali amanti pare venissero fatti puntualmente sparire nelle sabbie mobili presenti nel territorio circostante, affinché non rimanesse traccia delle inconfessabili abitudini della donna. Infatti pare che nei paraggi vi sarebbero delle zone paludose coperte di giunchi secchi, dette nel dialetto locale vizzichi o uocchie e mare, perché si credeva fossero in comunicazione col Mar Jonio. Si racconta che un tempo nell’area ci fossero colture di grano e che quindi non fosse raro il passaggio di carri trainati da buoi, a taluno dei quali pare sia capitato di finire risucchiato in queste subdole torbiere. Per la cronaca la sua fu dunque una vita da ricca latifondista, oltre che da donna afflitta da una esasperante forma esteriore di devozione religiosa, come tale vissuta fino a quel febbraio 1910 quando spirò a Villa Condò, non prima di aver lasciato i suoi beni alla nipote Enrichetta Di Francia, sposa del marchese Armando Lucifero. Una vita a cui si è ispirato il romanzo “La Lacina e il casino della baronessa” della scrittrice calabrese Rosina Andreacchi.

 

PROVINCIA DI CROTONE:

Le Castella (KR) Annibale e la Madonna sorella di sette.

Moltissime leggende sono legati al grande tempio di Hera Lacinia a Capocolonna, si narra che Tetiche avesse regalato ad Hera il promontorio e il “vago bosco” secondo l’espressione di Timeo; quello di suo figlio Achille in memoria dal quale le donne crotoniati usavano vestire di nero un giorno all’anno, e recatesi al tempio, manifestavano il loro dolore per la morte del grande Achille “alto nove cubiti”. Altro mito legato al tempio del Lacinio è quello di Elena, di cui, si narra, vi fosse una grande immagine dipinta, che il famoso pittore Zeusi aveva realizzato prendendo a modello le fanciulle crotonesi, la cui bellezza era proverbiale, e ritraendo di ciascuno i particolari più belli. La leggenda intorno al tempio di Hera Lacinia sono innumerevoli: per esempio, si narra che se qualcuno incideva il suo nome su una tegola del tempio, l’iscrizione sarebbe durata fino alla morte dell’uomo che l’aveva scritta, che nel vestibolo del tempio vi fosse un altare le cui ceneri nessun vento poteva smuovere e che Annibale vi avesse dedicata un’ara con l’iscrizione delle sue imprese in caratteri punici e greci. Il nome di Annibale è legato a Le Castella, che anticamente si chiamavano Castra Hannibalis, perché, si tramanda, che in questa località il condottiero cartaginese avesse posto i propri accampamenti e che qua fossero accaduti tragici avvenimenti. Pare infatti, che Annibale, avendo ricevuto da Cartagine l’ordine di ritirarsi, preparava l’imbarco delle sue truppe. Avendo con sé un contigente di mercenari italici e non volendo lasciarli liberi, nel timore che potessero passare al nemico, ordinò loro di accompagnarlo in Africa. Gli Italici si rifiutarono e Annibale, condotti sulla riva, li fece massacrare.
Ancora oggi il mito rivive rielaborato nelle leggende legate ai riti mariani. Una leggenda popolare racconta che la Madonna di Crotone è sorella della Madonna Greca di Isola e che, disperse in vari luoghi, vi sono in tutto sette sorelle. Al di ciò che la tradizione tramanda ed i sentimenti, tela leggenda rammenta senz’altro il mito della Pleiadi, delle sette sorelle diventate poi la costellazione che conosciamo.

PROVINCIA DI VIBO VALENTIA

Vibo Valentia; La leggenda di Scrimbia

Scrimbia è una zona della città, nei pressi del Duomo, dove sono stati rinvenuti tantissimi reperti archeologici. Una simpatica leggenda, così narra della Ninfa: “Scrimbia, era una giovane fanciulla ipponiate che non riuscendo a darsi pace per la morte del giovane amante, piangeva ininterrottamente. Gli dei, rattristati e commossi per il continuo suo piangere, la tramutarono in una sorgente di acque fresche ed abbondanti affinché abbeverasse tutta la città”. In suo onore fu costruita una fontana di cui, rimangono solo alcuni pezzi, mal collocati in un arido muro di cemento posto su Via A. De Gasperi . Con la Ninfa Scrimbia si apre il racconto storico scolpito da Giuseppe Niglia nel 1975, sulle porte del Tempo del Duomo della Città. Inoltre, a lei si è ispirato l’artista locale Reginaldo D’Agostino nel realizzare la statua collocata all’interno della vasca che si trova in piazza Martiri d’Ungheria o Piazza Municipio.
Nella seconda versione conosciuta si dice che Scrimbia era una ninfa che scorazzava felice nelle selve attorno ad Hipponion; poi un giorno patì la sventura d’innamorarsi d’un uomo senza essere ricambiata e per lo struggimento cominciò a consumarsi in un pianto senza fine. Gli dei, allora, ne ebbero pietà e siccome era un vero peccato fare andar perse tutte quelle lacrime, la mutarono in una sorgente perenne, quella che una volta scorreva liberamente sulla collina Ipponiate, rendendola ricca di piante sempreverdi, e che poi gli abitanti del centro Magnogreco incanalarono fino ad un fontana, tutt’ora esistente, per sfruttarla come inesauribile risorsa idrica.

I sette martiri di Vibo Valentia

Narrano i cronisti che la mattina dell’8 maggio (altri dicono 8 giugno) del 1508 sette teste umane penzolavano dai merli del castello Normanno di Vibo Valentia e i corpi erano attaccati alle mura. I nomi dei 7 “martiri” (così furono definiti dalla tradizione) sono: Giovanni Recco, Ortensio Recco, G. Battista Capialbi, Domenico Milana, Francesco D’Alessandro, Sante Noplari, Tolomeo Ramolo. Dopo l’eccidio e l’insediamento dei Pignatelli i nobili monteleonesi, in segno di protesta, si trasferirono a Tropea. La leggenda vuole che ogni notte dell’8 giugno fino al giorno in cui i martiri non furono vendicati, scendesse dal castello e percorresse le vie principali della città, un cavallo che lanciava terrificanti nitriti e sprigionava faville dagli zoccoli. Diana Recco, sorella e figlia di due martiri, allora aveva 12 anni essendo nata nel 1498 e dopo il fatto tragico emigrò anche lei con il resto della famiglia a Tropea . Arrivò alla fine il momento della vendetta: donna Caterina Recco, madre di Diana , con la complicità di alcuni nobili monteleonesi trapiantati a Tropea, fece invitare la figlia al seguito di Joannes Baptiste Spinellus, firmatario insieme al Barone Lo Tufo delle “Gratie e privilegi” concessi alla città di Monteleone da Ettore Pignatelli il 13 marzo 1504 cioè 4 anni prima della strage. Durante i festeggiamenti per le nozze di Margherita Lo Tufo, Diana, poco più che ventenne, uccise con il pugnale Giovanni (o Giacomo ) Lo Tufo nel palazzo baronale di Lavello in Lucania. Catturata venne processata e giustiziata.

San Gregorio d’Ippona (VV) La leggenda di Santa Ruba

A circa 2 km dal paese lungo la statale 182 verso Vibo Valentia sorge una chiesetta oggi chiamata Santa Ruba, che secondo una leggenda fu fatta costruire da Ruggero il Normanno per espiare un suo peccato confessato solo al fratello, papa Callisto II. Questa chiesa è costituita da una cupoletta centrale a forma di ombrello “lanciata con grazia sui tamburi cilindrici ornata di lesene e di merlatura” che ricorda l’architettura bizantina. La chiesa è circondata da una leggenda suggestiva. Si dice che essa doveva essere consacrata da Callisto II. Ma durante il suo viaggio verso Monteleone (oggi Vibo Valentia) Ruggero morì. Sua moglie Adelaide, per paura che il papa non avrebbe officiato la consacrazione e di perdere così la propria reputazione gli tenne nascosto, inventando delle scuse, la morte di Ruggero fino a cerimonia avvenuta. Callisto II sconvolto dal dolore la maledì dicendole che colui che gli aveva suggerito l’inganno le avrebbe roso il cervello. Adelaide, per paura, si fece costruire un sepolcro nella chiesa di Santa Ruba, con la pietra più pesante che esistesse. Ma il serpente penetrò lo stesso nel sepolcro rodendole il cervello. Così la leggenda vuole che il fantasma della contessa si aggiri per la chiesa e che durante le notti di tempesta si odano ancora le sue grida isteriche. Secondo un’altra leggenda, si crede che durante la dominazione francese a Monteleone (1806- 1815), i soldati nascosero un tesoro nella chiesa di Santa Ruba. Per ritrovarlo i cittadini di Monteleone e di Piscopio vi entrarono di notte e distrussero il pavimento poiché sognarono che il tesoro si trovasse dietro l’altare della Madonna, ma ad un certo punto furono colpiti da una pioggia di pietre e così fuggirono via. Si gridò al miracolo. Si crede anche che tale tesoro sia nascosto sotto la cupola e che solo tre fratelli riusciranno a recuperarlo ma soltanto uno di essi ne godrà visto che gli altri due moriranno.
Un’altra leggenda dice che la chiesa di Santa Ruba fu costruita da un ricco romano, in voto alla Madonna della Sanità per sfuggire alla pena del taglione. Si crede anche che la chiesa ed i suoi locali furono adibiti al Lazzaretto nel periodo delle epidemie e che Santa Ruba fosse una Santa orientale a cui i monaci Basiliani dedicarono la chiesa e il loro cenobio.

 

Si ringraziano: i volontari del Servizio Civile Universale di Brancaleone: Alessandra Sgrò, Antonino Guglielmini, Leonardo Condemi, tutti gli autori delle immagini, le fonti ed i vari siti per le informazioni utili fornite.

Domenica 30 Ottobre, alla scoperta della leggendaria grotta di Nino Martino

Domenica 30 Ottobre, andremo alla scoperta dell’Aspromonte VERO! Quello pregno di storia, misteri e leggende, in questa escursione emozionale ed affascinante, alla scoperta delle leggende legate al  Nino Martino detto anche il “Cacciadiavoli”;  un brigante, un santo, staremo a vedere…!!!

Gli altopiani di Litri, sono un territorio incredibilmente bello, si trovano nel comune di Samo (RC) a circa 960mt s.l.m., dove natura, fascino e mistero si incontrano e si scontrano con panorami vasti e variegati.

Un luogo affascinante, soprattutto per le tante teorie scientifiche che in questo luogo collocano antichi e primitivi insediamenti umani. Giganti? Dei? Streghe o Santi? Lo scopriremo…

DESCRIZIONE DELL’ESPERIENZA:

Il ritrovo sarà alle 8:30 presso Bar Magnolia (Africo Nuovo) – SS106/ E90 –  registrazione partecipanti. Ci si sposterà in auto verso Samo dopo circa 15 minuti di auto (11,5km). Dal Paese di Samo continueremo il tragitto verso località Runci dopo aver percorso altri 8,4km lungo una strada asfaltata tuttavia con un fondo in buone condizioni. Lasceremo le auto parcheggiate presso l’area pic-nic di Runci, e da qui ci muoveremo a piedi per raggiungere la nostra meta attraverso una strada battuta fra lecci e farnetti, dopo circa 1,8km, giungeremo ai piani di Litri, qui il panorama si aprirà su immense vedute sulla locride e la costa dei gelsomini.

Proseguiremo lungo un sentiero non ben delineato, ma caratterizzato da grandi massi disposti geometricamente. Scorgeremo un grande cumulo di rocce dove all’interno si nasconde la leggendaria grotta di Nino Martino (narreremo le sue gesta).

Qui il paesaggio è struggente, le leggende che aleggiano in questo luogo altrettanto incredibili, gli studi e le ricerche sull’intera area (anche se non confermate) rivelano un altopiano ricco di millenni di storia, dai popoli pelasgici fino all’età moderna, con la storia fantastica del Brigante e forse “Santo” Nino Martino.

Faremo ritorno al punto di partenza, dove pranzeremo nell’area attrezzata con tavolini sotto gli alberi e vicino alle auto. Terminata la consumazione del pranzo  ripercorreremo la stessa strada dell’andata, fino al castagneto comunale di Samo, per trascorreremo qualche ora alla ricerca di castagne, chissà che non ne troveremo un po…

 

SCHEDA TECNICA:

Escursione di tipo: E/T (Escursionistico / Turistico)
Tipo di escursione: in linea 4km  a/r
Difficoltà: medio/facile
Dislivello complessivo: 117mt
Durata: intera giornata
Vegetazione: bosco media montagna, macchia mediterranea, pascoli
Adatta ai bambini: +12 anni (purchè accompagnati)
Acqua potabile: presente
Pranzo: a sacco

Quota di partecipazione: 10€ (massimo di 25 partecipanti)

SARA’ SUFFICIENTE  INVIARE  UN MESSAGGIO WHATSAPP AL NUMERO 3470844564 fornendo il proprio nominativo (nome e cognome) senza questo passaggio non sarà possibile partecipare.

EQUIPAGGIAMENTO CONSIGLIATO

abbigliamento a strati e adatti alla media montagna (es. maglietta termica, pile, giacca a vento), pantaloni lunghi, scarponcini da trekking (no sneakers o scarpe in gomma liscia), poncho o k-way, borraccia d’acqua (almeno 1, lt), snack (frutta secca, biscotti, etc…), kit personale (posate,bicchiere, ciotola) sconsigliamo plastica usa e getta, cappellino, occhiali da sole, farmaci personali, pranzo al sacco, macchina fotografica o smartphone

NOTA BENE

SI PRECISA CHE L’ESPERIENZA NON PREVEDE ALCUNA FORMA ASSICURATIVA, OGNI PARTECIPANTE, PRENDE VISIONE DEL PROGRAMMA E DELLA SCHEDA TECNICA ED ESONERA L’ORGANIZZAZIONE DA OGNI RESPONSABILITA’ CIVILE E/O PENALE CHE POSSA DERIVARE DALLA PARTECIPAZIONE ALL’ESPERIENZA (INFORTUNI, INCIDENTI, SMARRIMENTO DI OGGETTI O EFFETTI PERSONALI)

Otto itinerari letterari da scoprire nella Calabria Ulteriore

Cos’è il turismo letterario?

La letteratura ed il turismo vanno a braccetto, poiché i luoghi possono disegnare una geografia letteraria attraverso la quale, sfruttando gli strumenti di marketing e promozione, si accresce il settore turistico ed economico di una città. Il turismo letterario è un settore del turismo culturale che molti considerano di nicchia, pur riconoscendo che, storicamente, la letteratura è stata una delle prime forme d’incentivazione al viaggio. Il turismo letterario è «travel induced by, or associated with, works of literature, authors and the places featured within literature» (Croy, 2012) vale a dire che esso si rivolge ad utenti la cui immaginazione turistica è stata stimolata da esperienze riconducibili alla letteratura (ma non solo!). Tale turismo si sviluppa, cioè, intorno a luoghi descritti in famose opere letterarie, oppure rilevanti nella vita degli autori di quelle opere. Un tipico itinerario letterario può riprodurre gli spostamenti di un famoso personaggio in un romanzo, può comportare la visita dell’abitazione o della tomba di uno scrittore (la casa di D’Annunzio cioè il Vittoriale d’Italia a Gardone Riviera, quella di Leopardi a Recanati), o ancora può essere legato ad un festival letterario (e dunque alla visita della città dove si svolge, come nel caso di Mantova con il festival della Letteratura) o, infine, a luoghi che ospitano importanti fondi librari o famose biblioteche (si pensi alla Bodleian Library a Oxford) e fiere del libro (come quelle di Torino o Francoforte) e molto altro.

Ma dove nasce?

­­Le origini del turismo letterario ante litteram partono dal 1300 circa con Giovanni Boccaccio, quando in “Trattatello in laude di Dante” ammonisce Firenze per aver ripudiato e mandato in esilio il Sommo poeta annullandone ogni legame quando invece la città ed i suoi cittadini avrebbero dovuto proteggerlo e glorificarlo (in effetti bisogna sapere che la Casa di Dante a Firenze è un vero caso speciale rispetto alla classificazione basata sull’autenticità delle Case Museo detta per autenticità riconosciuta per autorità, poiché il comune solo nel 1895 incaricò una commissione di trovare quella che poteva essere la casa di Dante ma poi se ne individuò e acquistò una che per autorità divenne la Casa-Museo di Dante Alighieri).

Il grande sviluppo del turismo letterario si registra soprattutto nel 1800 quando si assistette alla diffusione e anche alla conclusione, sul finire del secolo, del fenomeno del Grand Tour. La  visita dei luoghi letterari si sposava con gli ideali del pensiero romantico e con tale pratica, le cui tappe italiane rappresentavano i momenti più formativi per lo spirito e per l’intelletto (Venezia era conosciuta come la città decadente, a Roma si studiava l’arte e l’architettura antica, la Sicilia era la destinazione finale, non sempre raggiunta ma, per Goethe, imprescindibile per comprendere bene l’Italia) che dovevano essere celebrati con nostalgia nel ricordo di un passato aureo vissuto dagli autori classici studiati.

 

I luoghi letterari non sempre sono geograficamente riconoscibili o accuratamente segnalati poiché essi possono avere accolto per un singolo momento di passaggio o di breve soggiorno l’autore o il poeta (si tratterebbe dei casi di cafè, hotel, strade). Per esprimere l’inteso e profondo rapporto tra letteratura e promozione del territorio, è possibile far riferimento a cinque strumenti che hanno assunto una crescente importanza negli ultimi trent’anni: le guide letterarie, le case museo e case degli scrittori, i parchi letterari, i festival e le riviste letterarie. Ultimamente si parla anche di percorsi di turismo letterario quali vie, strade, tappe in diverse località della stessa regione o sparse che creano un percorso legato ad un unico tema come nel caso delle Vie di Dante, un percorso tra Toscana ed Emilia Romagna  o la Strada degli Scrittori, la SS 640 dedicata a Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia, Andrea Camilleri, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, per citarne alcuni…

Il Contesto territoriale;

La Calabria vanta numerosi scrittori e filantropi che hanno lasciato una grande eredità culturale al nostro tempo. Luoghi, aneddoti ed opere composte in questa terra che diede i natali ai grandi filosofi dell’epoca Magnogreca, che rappresentano vere e proprie “pietre miliari” della nostra fiorente cultura, legata non solo al patrimonio materiale ma anche al patrimonio storico-naturalistico e paesaggistico che rappresenta e può senz’altro rappresentare un volano di sviluppo in grado di muovere il turismo nei luoghi che ancora raccontano, che parlano, che narrano vita e autori degni di rilievo. Bisogna però distinguere due tipologie di autori; quelli nativi di Calabria, e chi, pur non essendo originario di questa terra si è distinto per opere di grande rilevanza letteraria.

Nello specifico, in questo percorso-itinerario andremo a riscoprire, luoghi, borghi e peculiarità in lungo e in largo per la nostra provincia reggina, dallo ionio fino alle cime dell’Aspromonte, passando per altre località ricche di interesse. Lo scopo è quello di riscoprire anche i personaggi locali in una sorta di narrazione che si intreccia con uomini, donne e personaggi della storia e della cultura locale, attraverso itinerari narrativi che completano l’esperienza di un viaggio tra le righe del tempo, tra i vari borghi che caratterizzano il territorio.

 

Saverio Strati: Sant’Agata del Bianco (RC)

Saverio Strati è uno scrittore italiano nato a Sant’Agata del Bianco (RC) il 16 agosto 1924 e morto a Scandicci (FI) il 9 aprile 2014 a Scandicci. Dopo gli studi primari inizia a lavorare con il padre come muratore e diventa capo-mastro. Grazie alla sua passione per la lettura, nel corso degli anni legge tante opere della cultura popolare come “Quo Vadis” di Henryk Sienkiewicz o “I miserabili” di Victor Hugo. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, decide di riprende gli studi. Con l’aiuto finanziario di uno zio che abitava negli Stati Uniti, inizia a ricevere lezioni private da parte di alcuni professori della Scuola Media Galluppi di Catanzaro e comincia a leggere anche grandi scrittori come Croce, Tolstoj, Dostoevskij o Verga. Nel 1949 ottiene il titolo di liceo classico e si iscrive in Medicina presso l’Università di Messina (Sicilia) per soddisfare i desideri dei genitori; tuttavia, dopo un breve periodo di tempo, si trasferisce alla Facoltà di Lettere. Decisivo per il suo destino di scrittore è l’incontro con il critico letterario Giacomo Debenedetti che in quel momento insegnava a Messina e del quale diventa uno degli allievi prediletti. Nel 1953, Debenedetti legge il libro di racconti “La Marchesina” e ne sollecita la pubblicazione presso Alberto Mondadori a Milano. Durante questo periodo Strati inizia a scrivere il suo primo romanzo “La Teda”. Nel giugno del 1953 incontra Corrado Alvaro a Caraffa del Bianco e poi si trasferisce a Firenze per preparare la sua tesi di dottorato su riviste di letteratura dei primi due decenni del ventesimo secolo. Intanto, i racconti di Strati vengono pubblicati sulle riviste “Il Ponte”, “Paragone” e sul quotidiano “Il Nuovo Corriere”. Subito dopo aver completato “La Teda” inizia a scrivere il suo romanzo più poetico, “Tibi e Tascia”, edito sempre da Mondadori nel 1959. Nel 1958 Strati sposa una ragazza svizzera e si trasferisce in questo paese dove vive fino al 1964 (periodo durante il quale scrive diversi romanzi e numerosi racconti). Nel 1972 vince il Premio Napoli e nel 1977 il PREMIO CAMPIELLO con il romanzo Il Selvaggio di Santa Venere. I libri di Strati vengono stampati in tutto il mondo. Ma dopo il bellissimo romanzo “L’uomo in fondo al pozzo” (1989), la casa editrice Mondadori, inspiegabilmente, decide di non pubblicare più le sue opere. Il suo paese, Sant’Agata del Bianco, con le sue storie, la sua umanità ed i suoi personaggi, resterà per tutta la vita fonte di ispirazione inesauribile.

(Fonti: Comune di Sant’Agata del Bianco)

ITINERARIO 1: Sant’Agata del Bianco  e Caraffa del Bianco (RC)

L’itinerario giunge nel piccolo paesino di Sant’Agata del Bianco in un itinerario storico letterario ed artistico che attraverso straordinari murales raccontano storie di vita ma anche storie di contadini ed artisti che hanno trasformato questo piccolo paesino in un vero e proprio libro illustrato. La caratteristica di questo itinerario sarà anche la possibilità di ammirare e conoscere persone, fatti e misfatti del borgo, con la visita al piccolo “museo delle cose perdute”, palazzi storici, artisti locali, la chiesa dedicata a Sant’Agata a cui gli abitanti sono molto legati. La vicinanza al borgo di Caraffa è notevole, qui in quattro passi si raggiungerà il centro storico, che ci catapulta in uno scenario completamente diverso, fatto di scorci panoramici, casette tipiche e palazzi antichi che ci raccontano di un passato rivoluzionario, come le vicende legate ad uno dei 5 martiri di Gerace Rocco Verduci e non solo…

Cesare Pavese: Brancaleone (RC)

ll 15 maggio del 1935 lo scrittore Cesare Pavese, in seguito ad altri arresti di intellettuali aderenti a “Giustizia e Libertà“, venne sospettato di frequentare il gruppo di intellettuali a contatto con Leone Ginzburg, e venne trovata, tra le sue carte, una lettera di Altiero Spinelli detenuto per motivi politici nel carcere romano. Accusato di antifascismo, Cesare Pavese venne arrestato e incarcerato dapprima alle Nuove di Torino, poi a Regina Coeli a Roma e, in seguito al processo, venne condannato a tre anni di confino a Brancaleone. Cesare Pavese resta a Brancaleone dal 4 agosto 1935 al 15 marzo del 1936. Ancora intatta la casa dove visse Pavese, questa abitazione conserva ancora ti fascino di una stanza d’altri tempi, dove ancora è possibile respirare il profumo del gelsomino ed ascoltare il rumore dei treni che ogni ora attraversano la ferrovia prospiciente al giardino della dimora.

(Fonti: www.prolocobrancaleone.it)

ITINERARIO 2: Brancaleone Marina – Brancaleone Vetus (RC)

L’itinerario parte dalla Stazione Ferroviaria dove lo scrittore arrivò ammanettato, prosegue, lungo il corso Umberto I°, passa dalla Chiesa parrocchiale di San Pietro Apostolo, il Museo del Mare, il Municipio, L’albergo Roma per poi seguire il corso Umberto fino ad arrivare sul lungomare dove ammirare e soffermarsi di fronte allo scoglio lungo, lo scoglio ove lo scrittore amava rifugiarsi per qualche attimo a pensare e guardare il borgo marinaro. Si proseguirà lungo il tratto di lungomare che giunge sino al sottopasso che ricollega l’itinerario sul Corso Umberto, si passerà di fronte all’ex Caserma dei Carabinieri e la Scala Pavesiana dove fare qualche foto ricordo. L’itinerario giunge presso la dimora del confino dove aneddoti, storie e vicissitudini verranno raccontate anche da tanta documentazione esistente all’interno. Il percorso si conclude in piazza Stazione dove sarà possibile visitare e conoscere e visitare il Centro di Recupero delle Tartarughe marine di Brancaleone, per conoscere ed approfondire tutte le realtà del territorio che operano e rendono viva la cittadina. Nel contempo per concludere l’itinerario è possibile concludere con la visita al Borgo abbandonato di Brancaleone Vetus, dove delle straordinarie rocce racconteranno di Pavese, Gianni Carteri e le antiche origini rupestri del luogo, contraddistinto da molti siti di interesse, fra cui: Le grotte-chiese, silos granai scavati nella roccia, vicoletti ed affacci caratteristici, la casa grotta, la Chiesa Matrice e la chiesa nuova dell’Annunziata che ospita al suo interno un centro documentazioni.

 

Corrado Alvaro: San Luca (RC)

Corrado Alvaro nasce il 15 aprile 1895, primogenito dei sei figli di Antonio e di Antonia Giampaolo, a San Luca, un piccolo paese nella provincia di Reggio Calabria, sul versante ionico dell’Aspromonte. Il padre, maestro elementare, è fondatore di una scuola serale per contadini e pastori analfalbeti; la madre proviene da una famiglia della media borghesia. A San Luca trascorre un’infanzia felice, ricevendo la prima istruzione dal padre e da un vecchio maestro del luogo. Nel corso del 1930 pubblica ben tre raccolte di racconti (Gente in Aspromonte, Misteri e avventure, La signora dell’isola) e il romanzo Vent’anni, il più intenso fra quelli italiani imperniati sulla Grande Guerra, che gli valgono il prestigioso (e remunerativo) premio letterario di «La Stampa». L’affettuosa amicizia con Margherita Sarfatti è determinante per stemperare l’inimicizia del regime e per consentirgli una «silenziosa renitenza». Alvaro congiunge il microcosmo calabrese, il paese dell’anima che funge da sostrato a tutto il suo itinerario di scrittore, e la realtà europea, in cui ambiva innestarsi, ma senza cancellare l’identità storico-culturale dei padri. Nella sua opera si raggruma e si esalta l’immagine stessa della Calabria, riproposta nella grandezza della sua storia e nella sua fermentante forza d’irradiazione; e vi confluisce tutta una linea di tradizione culturale e di civiltà, che va dalle radici magnogreche a Gioacchino da Fiore, da Campanella a Padula. Nel gennaio del 1941 torna per l’ultima volta a San Luca, per i funerali del padre; poi, più volte, a Caraffa del Bianco, in visita alla madre e al fratello don Massimo, parroco del paese.

(Fonti: Fondazione Corrado Alvaro)

ITINERARIO 3: San Luca  e Polsi (RC)

L’itinerario inizia con la visita al centro storico di San Luca, dove ancora oggi è possibile ammirare la casa natale di Corrado Alvaro, sostenuta e resa viva grazie all’opera della Fondazione Corrado Alvaro, che consente di visitare gli interni dell’abitazione. Tra i vicoli del borgo, e la vista sulla grande fiumara Buonamico, tra scorci Aspromontani ed il mare che fa sempre da sfondo, si attraversano vita opere e vicissitudini dello scrittore attraverso un viaggio interiore che si inerpicherà per la montagna, fino a giungere a Polsi, dove un antichissimo Santuario legato alla Madonna della Montagna, rievocherà quelle visioni dello scrittore intramontabili. Corrado Alvaro attraverso la sua opera letteraria sarà in grado di trascinare il visitatore all’interno di un percorso che si intreccia con la storia e la spiritualità dell’Aspromonte.

 

Mario La Cava: Bovalino e Casignana  (RC)

Mario La Cava è nato a Bovalino (11 settembre 1908 – 16 novembre 1988) nella Locride, alla sua terra d’origine rimase sempre fedele, svolgendo per un cinquantennio l’attività di intellettuale coerente e leale, stimato dalla gente comune ed apprezzato dagli addetti ai lavori. Possedeva una cultura umanistica, acquisita negli anni di formazione tra Reggio Calabria, Roma e Siena, a contatto con i foyers letterari in voga intorno agli anni Trenta. Ridotto al silenzio dalla censura del regime fascista, trascurato dai mass-media durante la prima Repubblica, La Cava trascorse la sua vita lontano dal mondo industrializzato delle metropoli per meglio meditare sulle ripercussioni sociali e morali che le scelte politiche ed economiche delle varie classi dirigenti hanno avuto sul destino del nostro Mezzogiorno. Di tanto in tanto intraprendeva un viaggio all’estero con lo spirito entusiasta di un osservatore curioso. Prendendo a modello i classici greci l’autore si cala attentamente nella quotidianità contemporanea e ne ricava ritratti e bozzetti dei più avariati tipi di umanità. I temi sociali sono sempre presenti nei romanzi di La Cava, come testimoniano I fatti di Casignana, romanzo improntato sul dramma delle lotte contadine nella Calabria del 1922, in cui il popolo ricopre il ruolo di co-protagonista. L’altro versante della poetica lacaviana è costituito dalla vis comica: intessute di ilarità sono le Opere teatrali, in cui la realtà oscurantista e castrante si deforma per scomporsi in gustose situazioni comiche. La prima opera pubblicata da La Cava, Il matrimonio di Caterina e l’ultimo romanzo edito dallo stesso, Una stagione a Siena, seppur lontani nello stile e nei contenuti, sono accomunati dalla grande passione dell’Autore per il mondo dei giovani con le loro speranze sempre vive e puntualmente travolte da forze sopraffattrici di volontà perverse.

(Fonti: Fondazione Mario La Cava)

ITINERARIO 4: Bovalino e Casignna (RC)

L’itinerario parte da Bovalino dove la casa natale custodisce ancora l’arredamento originario della sua dimora, qui la cava trascorse la sua infanzia. Ci si sposterà verso Casignana, un borgo antichissimo dove oltre ai ruderi dell’antico nucleo storico, ampia spazi paesaggistici ci offrono l’opportunità di cogliere la vastità dei campi coltivati, stessi i quali furono teatro della sanguinosa vicenda legata ai latifondisti del 1922 conosciuti come “i fatti di Casignana”

 

Francesco Perri; Careri e Natile di Careri (RC)

E’ stato scrittore, poeta e giornalista tra i maggiori calabresi ed italiani del Novecento. Nacque il 15 luglio 1885 a Careri (Reggio Calabria), piccolo centro situato su una collina ventosa del territorio ionico tra Capo Bruzzano e Locri.  La famiglia dello scrittore era di modeste condizioni economiche. Nella società del tempo occupava un posto intermedio tra i cosiddetti ‘gnuri’ e il ‘popolino’. Il padre, don Vincenzo, uomo mite e pio, speziale del paese con la modestissima scorta di qualche prodotto galenico, faceva anche l’assistente del medico condotto ed era una delle poche persone che sapeva leggere nel paese. La madre, donna Teresa Sciplini energica e virtuosa era analfabeta. Primo di cinque figli maschi, restò orfano di padre in tenera età, ebbe un’ infanzia e un’adolescenza difficili per le scarse risorse finanziarie della famiglia, ma fu libero e gaio, sempre a contatto con la natura e l’ambiente contadino. La madre riuscì, nonostante le difficoltà, a provvedere alla istruzione del figlio facendolo studiare presso il seminario vescovile di Gerace, unica scuola accessibile all’epoca.  A conclusione della quarta ginnasiale fu costretto a tornare al paese perché contrasse la febbre di Malta. In quegli anni conobbe più da vicino la povera gente prostrata dai bisogni e dalla sofferenza e i contadini insoddisfatti dalla scarsa produttività delle terre. Conservò per tutta la vita la memoria dei contatti quotidiani con la natura, i paesaggi e le notti stellate. Nel 1904 lasciò il paese per poter completare gli studi privatamente e si sosteneva con i proventi da istitutore nell’orfanotrofio provinciale Lanza di Reggio Calabria. Nel 1908 abbandonò Reggio. Aveva 23 anni quando si trasferì in Piemonte a Fossano avendo vinto un concorso nelle Poste Italiane. Lavorando e studiando conseguì la maturità classica nel 1910 e nel 1914 la laurea in Giurisprudenza all’Università di Torino. Nel 1916 si sposò con Francesca Olocco, giovane contadina piemontese. Si iscrisse alla facoltà di filologia moderna presso l’Università di Pavia senza però conseguire la laurea a causa del sopravvenuto conflitto mondiale che da interventista e patriota lo coinvolse. Si arruolò come volontario e con la qualifica di Ufficiale di Artiglieria, prese parte alla prima guerra mondiale. In quegli anni così ricchi di tensioni e contrasti non dimenticò la Calabria.  Nel 1921 recatosi a Careri per visitare i suoi fratelli incontrò ex combattenti impegnati nella lotta per l’assegnazione delle terre demaniali usurpate. Si mise al loro fianco per poterli aiutare nei rapporti con il Prefetto, arbitro della vertenza, ma per questo fu denunciato e condannato. Nel 1945 accettò la direzione del quotidiano ‘Il Tribuno del Popolo’, giornale dei repubblicani di Genova. Nel 1946 il Partito Repubblicano lo nominò direttore del quotidiano ‘La voce Repubblicana’. Tale incarico durò da marzo a luglio di quell’anno. In quell’anno fu anche candidato all’Assemblea Costituente nelle liste del Partito Repubblicano per la circoscrizione della Calabria, ma non venne eletto per pochi voti. Nello stesso anno fu riassunto dall’Amministrazione delle Poste e come Direttore provinciale assegnato a Pavia. Nel 1954 si ritirò dal lavoro e continuò a vivere a Pavia con la famiglia fino alla morte. Durante tutta la sua vita, collaborò e pubblicò articoli su diversi quotidiani e periodici: La Voce Repubblicana, Provincia Pavese, Gazzettino di Venezia, Il Tribuno del Popolo, Anima e Pensiero, Domenica del Corriere, Corriere dei Piccoli, ed altri. Francesco Perri morì a Pavia il 9 dicembre 1974 e per suo desiderio è stato sepolto nel cimitero di Careri.

(Fonti: www.associazioneculturalefrancescoperri.it)

ITINERARIO 5: Careri  e Natile di Careri (RC)

L’itinerario parte da Careri, paese nativo dello scrittore, secondo la leggenda il paese trarrebbe origine dall’antica Pandora, distrutta da un terrificante terremoto nel 1507. Gli abitanti di questo centro, in seguito al sisma, si sarebbero dispersi in varie zone insediandosi soprattutto nell’area che ospita oggi il paese. Fino a quando non fu riconosciuto Comune autonomo, nel 1836, fu feudo conteso da ricchi casati, subendo, dunque, come molti altri centri, il sistema feudale. Venne colpito duramente, riportandone gravi danni, dai sismi del 1783 e del 1908, a cui si aggiunse la catastrofe operata dalle alluvioni del 18 ottobre del 1951 e del 1973. Si raggiungerà Natile di Careri, dove dal piccolo borgo si intraprende un percorso che ci porterà alla scoperta del “monolite più Grane d’Europa”, alla coperta di un Aspromonte misterioso e struggente, magari con la possibilità di incontrare il Lupo Kola del romanzo di Perri.

 

Tommaso Campanella: Stilo e Stignano (RC)

Filosofo di Stilo, Reggio di Calabria nato nel 1568. Entrato adolescente nell’ordine dei domenicani, venne formando la sua cultura filosofica soprattutto con la lettura dei platonici e di Telesio; a Napoli, dove si recò assai presto per contese con i suoi confratelli in Calabria, strinse amicizia con G. B. Della Porta interessandosi a ricerche e pratiche di magia e di astrologia. A Napoli pubblicò la Philosophia sensibus demonstrata (1591) e fu sottoposto a un processo per eresia (1592); successivamente a Padova subì un altro analogo processo e ancora un terzo a Roma (1596), terminato con la condanna e l’abiura; poco dopo un altro processo lo obbligò al ritorno in Calabria. Frattanto aveva scritto fra l’altro De Monarchia christianorum (1593), De regimine Ecclesiae (1593), Discorsi ai Principi d’Italia (1594), Dialogo contro Lutero, Calvinisti e altri eretici (1595). Le linee fondamentali del pensiero di Campanella sono già definite: l’ antiaristotelismo, il panvitalismo, l’idea di una riforma politico-religiosa, il quadro astrologico-magico. Nel 1602 fu condannato al carcere perpetuo. Restò in prigione ventisette anni: in questo periodo  riuscì a lavorare e compose gran parte delle sue opere maggiori: la Monarchia di Spagna (1601), la Città del sole (v.), De sensu rerum (1603), Monarchia Messiae (1605), Antiveneti (1606), Atheismus triumphatus (1607), Philosophia rationalis (1619), Quod reminiscentur (1625). Liberato nel 1626, fu nuovamente rinchiuso nel carcere del Sant’Uffizio, donde fu liberato (1629) per la benevolenza di Urbano VIII (che gli aveva fatto dare il titolo di magister e lo teneva come consigliere in fatto di astrologia).  Il 21 ottobre 1634 il Campanella lasciò Roma e l’Italia: a Parigi, dove ebbe accoglienze amichevoli, poté finalmente iniziare la pubblicazione delle sue opere; ma la morte lo colse nel convento di Saint-Honoré, quando erano stati pubblicati solo cinque volumi. Prima di morire, aveva dettato a G. Naudé una sua autobiografia, De libris propriis et recta ratione studendi syntagma (postuma, 1642). Muore a Parigi nell’anno 1639.

(Fonti: Associazione Innovus APS )

ITINERARIO 6: Stilo, Stignano e Placanica (RC)

L’itinerario parte da Stilo, qui un itinerario storico ed artistico seguirà i monumenti del borgo contraddistinti dalla famosa cattolica di Stilo patrimonio UNESCO, il Duomo, la chiesa di San Giovanni Teristhis, la statua bronzea del filosofo e la fontana dei delfini, il viaggio prosegue verso Stignano paese natio del Filosofo (com’è ben noto per molti anni l’abitazione del noto filosofo è stata oggetto di disputa tra i Comuni di Stilo e Stignano), motivo della contesa il luogo di nascita di Tommaso Campanella, assegnato a Stilo perché a quei tempi Stignano, non possedendo autonomia finanziaria, dipendeva amministrativamente da Stilo. In effetti, nel 1968, un Decreto ministeriale ha confermato che la nascita del grande filosofo è avvenuta a Stignano. In paese, infatti, esiste una piccola casa in pietra indicata come la culla natia del grande filosofo. Litinerario prosegue e si conclude a Placanica dove oltre la bellezza del borgo, le sue chiese ed i suoi panorami, si giunge al Monastero dei Padri Domenicani, dove il filosofo prese i voti.

 

Leonida Repaci: Palmi (RC)

Nacque a Palmi (Reggio Calabria), ultimo di dieci figli, il 5 aprile 1898 da Antonino, imprenditore edile, e da Maria Parisi. A circa un anno rimase orfano del padre ed ebbe un’infanzia poverissima; all’indomani del terremoto calabro-siculo del 1908, insieme a un fratello e a due sorelle fu mandato a Torino presso il fratello Francesco, avvocato. A Torino, completò gli studi liceali e, iscrittosi alla facoltà di giurisprudenza, interruppe i corsi universitari per partecipare alla prima guerra mondiale come tenente nel corpo degli Alpini. Ferito sul Grappa, a Malga Pez, fu congedato con il grado di capitano e con una medaglia al valore. Si laureò nel 1919; nello stesso anno, dal 18 al 27 settembre, perse di febbre spagnola una sorella e due fratelli. La loro scomparsa gli ispirò i versi della silloge Il ribelle e l’Antigone (Palmi 1919) poi riveduti e, con il titolo La Raffica, accorpati ai Poemi della solitudine (Palmi 1920). Influenzato dalle idee politiche del fratello Francesco, abbracciò gli ideali del socialismo, consolidati, nella Torino del primo dopoguerra, grazie alla vicinanza con Piero Gobetti e soprattutto con Antonio Gramsci nella redazione dell’Ordine nuovo, rivista sulla quale Répaci firmava, con lo pseudonimo Gamelin, articoli di intervento e di critica letteraria. Nel 1921si trasferì a Milano dove iniziò la professione forense e assunse la difesa di Federico Ustori (uno degli anarchici accusati della strage conseguente all’attentato dinamitardo al teatro Diana). Abbandonò subito dopo la toga con una netta scelta di campo per la letteratura. Esordì con il romanzo “L’ultimo cireneo” (1923), Répaci fu scrittore torrenziale, per la furia del dire, produsse un abnorme accumulo di elementi narrativi di grande spessore. Ciò è riscontrabile anche nella Storia dei fratelli Rupe, a cui lo scrittore lavorò dal 1932 al 1973 costruendo un vastissimo quadro degli eventi storici nazionali europei e mondiali del Novecento.

(Fonti: Associazione Fogghi di Luna)

ITINERARIO 7: Palmi e la Costa Viola (RC)

Il percorso narrato si sviluppa per 15 km. Partendo da Piazza Primo Maggio, continua verso Villa Mazzini e prevede fra le mete la Caletta di Rovaglioso, le spiagge di Buffari, di Tombaro e della Pietrosa, e poi le grotte archeologiche di Trachina e Perciata, la Casa Oliva e Repaci con vista dalla guardiola. Ed ancora l’affaccio dalla scalette sopra lo Scoglio dell’Ulivo, le cui origini e la tipologia di miloniti,(roccia proveniente dalle viscere della terra e formazione geologica del tutto differente da tutte le altre porzioni di spiaggia) rendono l’esperienza completa sotto tutt i punti di vista, il Parco Archeologico dei Tauriani, con il santuario di San Fantino, Pietrenere, Fortino di Murat e lo Scoglio dell’Isola. ll percorso si sviluppa ed amplia la sua offerta attraverso il “Sentiero Tracciolino”, che parte dal centro storico, passando per la “Casa della Cultura Leonida Repaci” la villa Mazzini con i sui straordinari affacci, che rende questa destinazione unica nel suo genere, grazie ad il suo paesaggio incantevole, la  storia millenaria dei luoghi, le emergenze archeologiche ed mare color viola che si amalgamano in modo straordinario, con la natura incontaminata di questi luoghi. Un cammino letterario sospeso tra cielo e mare come un “balcone” sullo Stretto con panorami  mozzafiato e vista sulle isole Eolie, rese ancora più affascinanti dalla sensazione di poterle toccare con un dito, in un luogo nel quale la montagna dell’Aspromonte si tuffa sul Tirreno.

 

Umberto Zanotti Bianco: Africo e Ferruzzano (RC)

Umberto Zanotti Bianco, conosciuto anche con lo pseudonimo di Giorgio D’Acandia, nacque il 22 gennaio del 1889 a Creta dove il padre Gustavo, diplomatico piemontese, si era trasferito con la moglie, l’inglese Enrichetta Tulin, per motivi di lavoro. Ritornato in Piemonte, Umberto frequentò il collegio «Carlo Alberto» di Moncalieri dei Padri Barnabiti, dove approfondì gli studi sul Cristianesimo e apprese la lezione mazziniana sulla libertà, i diritti e i doveri degli uomini. Nel 1910 condusse con Giovanni Malvezzi un’inchiesta sulle tragiche condizioni di vita della gente dell’Aspromonte, da cui nacque un saggio dal titolo: “L’Aspromonte Occidentale”. Avendo compreso che era necessario affiancare le popolazioni nel difficile momento di ricostruzione e di superamento dello stato di indigenza e di degrado diffuso, fondò, assieme a Pasquale Villari e Leopoldo Franchetti, l’Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno d’Italia (A.N.I.M.I.), con lo scopo di formare insegnanti, alfabetizzare adulti e bambini, costruire asili, scuole elementari, biblioteche, circoli di cultura, cooperative di produzione e di consumo, centri di assistenza. Grazie anche all’aiuto di personalità del calibro di Giuseppe Lombardo Radice, Giuseppe Isnardi e Tommaso Gallarati Scotti, Zanotti Bianco portò avanti una serie di iniziative educative nelle zone più impervie della Calabria, per sconfiggere l’analfabetismo imperante. I suoi interessi includevano anche l’arte e l’archeologia; nel 1920 fondò assieme a Paolo Orsi la «Società Magna Grecia», grazie alla quale condusse una serie di scavi a Sant’Angelo Muxaro e a Sibari. Nel 1944 fu nominato presidente della Croce Rossa Italiana, che organizzò (La Croce Rossa, 1944-47, 1947). Nel 1947 socio corrispondente dei Lincei, nel 1952 divenne senatore a vita. Fu anche presidente dell’associazione Italia nostra, per la tutela del patrimonio artistico e naturale.

ITINERARIO 8: Africo  e  Ferruzzano (RC)

L’itinerario è costituito dalle vicende che legano l’Aspromonte ed i suoi “ormai” paesi fantasma dell’entroterra, si inerpicherà per le ripide montagne dell’Aspromonte fino a raggiungere Africo antico, ammirare la scuola che Zanotti fondò, raggiungerà Ferruzzano Superiore, ormai quasi disabitato per immergersi anche qui nell’atmosfera dei paesi abbandonati, ma nel contempo scrigni di storia e di identità, qui anche la scuola per l’infanzia voluta da Zanotti Bianco ancora è esistente. Le vedute panoramiche, gli scorci e le storie legate al borgo e alle sue origini, incorniceranno il viaggio in un unicum fatto di storia antica e moderna, dell’Italia meridionale degli anni ’40.

(Fonti: www.kalabriaexperience.it)

 

PROGETTO IN COLLABORAZIONE CON:

Servizio Civile Universale – Pro Loco di Brancaleone APS, EPLI Calabria, Promozione Italia ETS.

Riflessioni; l’alluvione del ’51 che colpì Africo e Casalinuovo

Sull’alluvione che nell’Ottobre del 1951 ha causato la tragica fine di Africo e di Casalnuovo, si sono spesi fiumi di parole, si sono dati giudizi contrastanti, ognuno l’ha giudicata in modo personale. Io cerco di dare il mio parere da storico, oltre che da africese, uno degli ultimi nati nella vecchia Casalnuovo d’Africo.
Indubbiamente, Africo ha avuto una storia difficile, storia di sacrifici e di terremoti, una storia complessa e complicata, una storia di gente povera e laboriosa, fiera e tenace, mai arrendevole, il cui punto nevralgico è rappresentato proprio dall’alluvione del ‘51, vero e proprio spartiacque di due mondi diversi e contrastanti: Africo “prima dell’alluvione”, Africo “dopo l’alluvione”.
La prima parte è rappresentata da secoli di vita fatta di grandi sacrifici e di poche gioie, durante i quali la gente africese percorre in maniera lenta e faticosa il duro percorso verso la modernità, adattandosi e accettando passivamente una vita vissuta ai limiti della sopravvivenza, come fosse stata decisa da un fato di greca memoria, che le abbia precluso ogni sorta di prospettiva di migliore futuro. In effetti, alla vigilia dell’alluvione (“fine anni quaranta”) Africo si dimena in una estrema condizione di povertà, economica, sociale, culturale. Pur dopo l’eclatante e (in parte) fruttuosa indagine-inchiesta del meritorio Umberto Zanotti Bianco che all’epoca, 1928, colpì in maniera eclatante l’opinione pubblica nazionale e mondiale, venuta a conoscenza delle tristi e degradate condizioni in cui versava la popolazione dei due centri, in realtà, ad Africo e a Casalnuovo nulla cambiato, se è vero, come è vero, che nel 1948 un’altra importante inchiesta promossa da “L’Europeo” ripropone la stessa situazione di degrado e di abbandono.
Sono passati vent’anni dalla venuta in Africo e Casalnuovo di Zanotti Bianco, c’è stata la guerra, la caduta di Mussolini e del fascismo, il nuovo assetto istituzionale rappresentato dalla Repubblica, che ha soppiantato la Monarchia.
Ebbene, Africo e Casalnuovo sono ancora fermi agli “anni venti”, come ci dimostra l’inchiesta di Tommaso Besozzi con il reportage fotografico di Tino Petrelli che mostrò al mondo una situazione non dissimile da quella rilevata nel 1928, come se il tempo si fosse lì fermato! Africo continua ad essere uno dei paesi più poveri, anzi, come dice il Besozzi, “il più povero, il più triste, il più infelice della Calabria”.
Ma, come nella Storia spesso accade, sono i grandi eventi straordinari, non previsti né prevedibili, penso alle guerre, ai terremoti, alle rivoluzioni, a ribaltare il destino dei popoli e a cambiare la vita e il percorso degli stessi.
Per i nostri due paesi, affratellati in una secolare condizione di vita misera e degradata, che sembrava immodificabile e perpetua, è l’alluvione l’evento straordinario che li affranca da quel destino che sembrava ineluttabile, ma che io ritengo altamente provvidenziale, favorevole. Da lì nasce e si sviluppa, infatti, un percorso che cambierà completamente, e in positivo, il corso e la qualità della loro vita, perché se da un lato quella traumatica tragedia, umana e ambientale, porta, per tutti, lutti e sacrifici d’ogni genere, dall’altro, e per il popolo di Africo e di Casalnuovo in particolare, rappresenta l’inizio di un percorso che, attraverso varie vicissitudini, li farà pervenire al loro attuale “status” di “paese al passo con i tempi”.
Certo, abbiamo dovuto pagare un prezzo molto alto, abbandonare i luoghi natii, lasciare per sempre l’amato paese dei nostri padri, piangere la morte di ben nove nostri compaesani (tre ad Africo e sei a Casalnuovo), peregrinare per anni come profughi in terra straniera, lottare allo spasimo per mantenere la propria identità di popolo, ma alla fine il risultato è positivo
E, infatti, se prima l’uomo africese (quando parlo di “africese” io intendo l’ “africoto” e il “tignanisi” messi insieme) aspetta con fatale rassegnazione il domani senza possibilità di cambiamento sostanziale con il passato, dopo i tragici fatti del ’51, invece, egli comincia a prendere, socraticamente, coscienza di se stesso e delle sue grandi potenzialità di incidere sul proprio destino, chiedendo e facendo prevalere i suoi diritti.
Sorgono così lotte che uniscono e che fanno in parte integrare questo popolo “venuto dalle montagne” con i paesi limitrofi. Gli anni post-alluvione sono anni difficili, la ricostruzione fisica e morale in marina è lenta, ma col tempo il popolo africese riesce ad emergere dal grigiore in cui era abbandonato e a pervenire ad una condizione socio-economica onorevole, mettendo i suoi figli in condizione di poter raggiungere grandi obiettivi nei più svariati campi della società.
Se, oggi, siamo quello che siamo, lo dobbiamo a quel tragico, traumatico e luttuoso evento, e, per questo, non dobbiamo cadere nella trappola della dimenticanza e dell’oblio. In questo contesto mi duole rilevare che siamo, inavvertitamente, divenuti una comunità “smemorata”, quasi irriconoscente verso quel mondo antico da cui deriviamo. I giovani poco o nulla sanno del passato del nostro popolo, perché abbiamo, tutti quanti noi, colpevolmente, trascurato di trasmettere la nostra memoria storica nella maniera più opportuna e necessaria.
Non basta partecipare, annualmente, ai pellegrinaggi del 18 Ottobre (“Commemorazione Alluvione ’51”) o del 5 maggio (“San Leo”), per comprovare l’amore per il proprio paese o per onorare i propri avi! Sarebbe, invece, più opportuno attivamente adoperarsi per il recupero dei due borghi scomparsi, oggi divenuti ruderi invasi dalla vegetazione o per introdurre lo studio della millenaria storia di Africo e di Casalnuovo nella Scuola Media cittadina, ma, soprattutto, per ristrutturare la odierna odonomastica urbana, “in toto”, oggi, dedicata a persone e personaggi che con l’identità e gli interessi della comunità africese non hanno alcun legame. Quanto sarebbe bello, e più utile, che i giovani d’oggi e le generazioni future, percorrendo le vie del paese o, magari, sostando nelle piazze cittadine, potessero, virtualmente, “incontrare” e “dialogare” con i molteplici protagonisti della millenaria storia africese persone che “si sono spese” per il proprio paese!
Tutti noi conosciamo, a ragione, quanti furono i re di Roma e, tranquillamente, snoccioliamo i loro nomi; ricordiamo, giustamente, con facilità scrittori, poeti e artisti vissuti secoli fa; sappiamo il nome di chi è stato il primo uomo a toccare il suolo sulla Luna o, per restare “in loco”, conosciamo la “Villa Romana” di Casignana o i famosi “Bronzi di Riace”.
Non conosciamo, invece, i nomi dei nostri “nove eroi” (tre di Africo e sei di Casalnuovo), tra i quali spicca quello di una giovane donna di diciotto anni, Annunziata Sculli, tragicamente caduti in quella fatidica alluvione del ’51 e verso i quali manca, ad oggi, quell’opera di consacrazione che la loro triste fine avrebbe meritato. Quanto sarebbe bello intitolare una via, una piazza, una istituzione comunale al sacrificio dei “nove caduti”, con una “Via Vittime dell’Alluvione del ’51” o “Piazza dei Nove caduti nell’Alluvione ’51”. Diventerebbero, essi, immortali!
Sarebbe la maniera più onesta e sacrosanta che il popolo di Africo possa fare per onorare e ricordare il loro santo sacrificio!!! Varrebbe di più e meglio di tante celebrazioni, pur necessarie, ma valide e utili solo a fini formali e rievocativi.

Week End Alberobello e Matera; alla scoperta dei siti UNESCO di Puglia e Basilicata

Il nostro viaggio partirà da Brancaleone Marina (Piazza Stazione) alle ore 06:00 Sabato 22 Ottobre. La nostra prima tappa sarà ad Alberobello dove arriveremo alle ore 12:00 circa nell’ Hotel che ci ospiterà ( check-in e sistemazione camere) alle ore 13:00 pranzo. Nel pomeriggio visiteremo il centro storico di Alberobello, immersi tra le vie caratteristiche dei Trulli Patrimonio UNESCO, qui visiteremo il Trullo Maggiore, le botteghe ed i negozietti tipici. In serata rientreremo in hotel per la cena (serata libera, l’hotel dista a 12 minuti a piedi dal centro storico).

Il giorno 23 alle ore 08:00 sarà prevista la colazione in Hotel, subito dopo aver effettuato il chek-out lasceremo la struttura alberghiera per dirigerci verso Matera, l’intera giornata sarà dedicata alla visita di Matera e dei suoi Sassi, Patrimonio UNESCO. Una prima passeggiata sarà dedicata alla visita del Sasso Barisano, cuore dell’antica città di Matera, che si distende lungo il dirupo di una profonda gravina. I Sassi, la cui origine si perde nella notte dei tempi, sono agglomerati di antiche abitazioni, scavate nel tufo e seguono le irregolarità del terreno, creando un paesaggio di grande suggestione, visiteremo il rione del Sasso Caveoso, considerato il quartiere più antico che maggiormente conserva l’aspetto della città rupestre, qui faremo sosta alla casa-grotta, per conoscere più nel profondo, la storia e la cultura di Matera e dei suoi abitanti.

Dopo Pranzo, che sarà libero a cura dei partecipanti, con la possibilità di poter consumare presso i caratteristici ristorantini del centro storico spazio allo shopping, o altre attività a cura dei partecipanti.

Partiremo per il rientro da Matera alle ore 17:00 per sostare lungo la tratta presso un autogrill (alle 20:30) ed arriveremo a Brancaleone alle ore 01:00 circa

PROGRAMMA 22 OTTOBRE:
Ore 06:00 Partenza da Brancaleone (Piazza Stazione)
Ore 12:00 Arrivo in hotel ad Alberobello (chek-in e sistemazione in camera)
Ore 13:00 Pranzo in hotel
Ore 15:30 Visita al centro storico di Alberobello (trullo maggiore, shopping per i vicoli caratteristici)
Ore 20:30 Cena in hotel (serata libera).

PROGRAMMA 23 OTTOBRE:
Ore 08:00 Colazione in hotel
Ore 09:00 Partenza per Matera
Ore 10:00 Visita al Rione Barisano (Cattedrale di Maria Santissima della Bruna e Sant’Eustachio, Chiesa S. Giovanni Battista, Piazze panoramiche e vedute sull’area del Parco delle Murge), visita al Rione Caveoso (Casa Grotta e varie chiesette rupestri)
Ore 13:00 Pranzo libero (a cura dei partecipanti) e pomeriggio libero per altre attività o visite a cura dei partecipanti.
Ore 17:00 Partenza da Matera per il rientro (cena lungo la strada alla prima sosta utile)
Ore 01:00 Arrivo previsto a Brancaleone Marina.
 
QUOTA DI PARTECIPAZIONE:
160,00€ a persona (min. 35 e max di 50 partecipanti), supplemento in camera singola 25,00€,

*Prenotazioni fino ad esaurimento posti disponibili!

LA QUOTA COMPRENDE:
Viaggio A/R in Pullman Gran Turismo, Trattamento hotel****S pensione completa (pranzo, cena, pernottamento e prima colazione giorno dopo), Guida turistica ad Alberobello e Matera, ingressi ove previsto, assistenza per tutto il viaggio

LA QUOTA NON COMPRENDE:
Tutto quello che non è previsto alla voce: “La quota comprende”

INFORMAZIONI PRIMA DELLA PRENOTAZIONE:
Con acconto di € 50,00 da versare brevi mano presso Max Boutique degli animali o Fioreria del Corso (Corso Umberto I° Brancaleone), in alternativa tramite Bonifico o ricarica PostePay da richiedere all’organizzazione in fase di prenotazione, la prenotazione si riterrà effettuata inviando la fotocopia del versamento e dati anagrafici (nome cognome e data di nascita) all’indirizzo e-mail: [email protected], la rimanente quota sarà versata all’organizzazione al momento della partenza di giorno 22 Ottobre sul Pullman.

*In caso di disdetta da parte del partecipante non potrà essere prevista la restituzione dell’anticipo cauzionale.

COME PRENOTARE:
Tel/ 347-0844564 (Carmine)  oppure al numero 392-4009180 (Alessandra) entro il 18 ottobre versando la caparra di 50

Domenica 16 Ottobre “La Via dei Borghi a Casignana (RC)

Domenica 16 Ottobre andremo alla scoperta di uno dei luoghi più significativi della provincia di Reggio Calabria. La prima parte della giornata si svolgerà nella parte vecchia del borgo di Casignana dove una passeggiata fotografica ci permetterà di gustare gli scorci più nascosti di questo centro poco conosciuto.

Dopo la pausa pranzo (a sacco) partiremo in auto alla volta delle meraviglie della villa di epoca romana della contrada “Palazzi di Casignana” dove la bellezza dei pavimenti musivi saprà rapirci occhi e l’anima.

 

Programma

10.00 raduno e ritrovo piazzale Cimitero di Africo Nuovo (RC)  LINK GOOGLE 
10.30 partenza per Casignana (borgo)
11:00 passeggiata tra i vicoli del vecchio borgo
13.00 pausa pranzo (a sacco)
14.30 trasferimento con le proprie auto in Loc. Palazzi di Casignana
15:00 visita all’area Archeologica della Villa Romana di Casignana

 

Quota di partecipazione:

20€ a persona (che comprende il biglietto d’accesso alla Villa Romana)numero max partecipanti: 35

Attrezzatura consigliata :

Abbigliamento a strati e adatto al periodo, scarpe comode (chiuse), cappellino, ombrello, borraccia (1,5lt), k-way, pranzo o spuntino (per il pranzo), macchina fotografica o smartphone.

PER INFO E PRENOTAZIONI

Entro e non oltre il 14 Ottobre telefonando al 3470844564 (fornendo i proprio nome e cognome).

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