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Domenica delle Palme a Bova – Chòra Tù Vùa

Domenica 24 Marzo Kalabria Experience in Collaborazione con  Associazione Ferrovie in Calabria e Calabria Condivisa con il patrocinio morale di Fondazione Ferrovie dello Stato e Comune di Bova, propone un viaggio nella tradizione millenaria del rito della Domenica delle Palme di Bova,  uno dei “Borghi Più Belli d’Italia”, in occasione di uno degli eventi più caratteristici e tradizionali dell’Area Grecanica. La processione delle Palme di Bova è una tradizione antica e unica nel suo genere nel territorio dell’Area Grecanica e affonda le sue radici in tempi remoti. Queste figure femminili sono anche conosciute con il termine di “Persephoni” o  comunemente “Maddamme”, figure antropomorfe addirittura ricollegabili ad antichi rituali dedicati alla Dea Persephone e alla madre Demetra, ma che a Bova, assumono un significato strettamente religioso e altamente spirituale.

 

DESCRIZIONE:

Il programma prevede il raduno presso Bova marina (Stadio Comunale ore 09:00) dopo la registrazione dei partecipanti, ci si muoverà verso Bova, con arrivo al borgo e alla Chiesa di Santa Caterina dove attenderemo l’arrivo del corteo delle palme, Conosceremo la storia della famosa “Locomotiva di Bova”, posta al centro di uno slargo, procederemo verso Piazza Roma, ci muoveremo poi in processione fino alla Concattedrale di Santa Maria dell’Isodìa (chi vorrà potrà assistere alla funzione religiosa o alternativamente partecipare alla visita dei ruderi del castello di Bova e la Grotta degli Innamorati).

Al termine della funzione religiosa in cattedrale o visita all’area del castello di Bova e la grotta degli innamorati, si procederà seguendo la processione verso Piazza Roma per l’ultimo rito tradizionale ovvero “lo smembramento delle Pupazze”. (Il pranzo sarà libero a cura dei partecipanti tra i ristorantini del borgo).

Dopo la pausa pranzo, ci raduneremo in Piazza Roma per percorrere e visitare il “sentiero della civiltà contadina” e in ultimo, visiteremo il Museo della Lingua Greco-Calabra “Gerhard Rohlfs”.

 

PROGRAMMA

Ore 09:00 Raduno dei partecipanti bivio per Bova (Stadio Comunale Bova Marina)
Ore 10.00 Visita alla “Locomotiva” e trasferimento a piedi presso il piazzale della Chiesa di Santa Caterina con Benedizione delle Palme e processione fino alla concattedrale dell’Isodia.
Ore 10.30 Funzione religiosa in Cattedrale o in alternativa si propone la visita alla grotta degli innamorati nell’area del Castello Normanno (a pochi passi)
Ore 11.30 Processione verso Piazza Roma, per assistere al tradizionale smembramento delle palme, consegna “steddhi” benedette e degustazioni ‘ngute e musulupe
Ore 12:30 Pranzo libero (si può optare per pranzare in uno dei locali del borgo)
Ore 14:30 Ritrovo piazza Roma – visita del “Sentiero della Civiltà Contadina”
Ore 15:30 Visita al “Museo Gerhard Rohlfs” (ingresso 2€)
Ore 16:30 Fine e rientro.

 

Per chi vorrà optare per il viaggio in treno, con partenza da Catanzaro Lido e fermate nelle stazioni della Locride fino a Brancaleone, potrà prenotare il servizio sulla piattaforma
www.railbook.it  (VIAGGIO CON TRENO DELLA MAGNAGRAECIA)

SCHEDA INFORMATIVA

LUOGO: Comune di Bova
ESCURSIONE: T (Turistica)
DIFFICOLTA’: Facile/per tutti
ADATTA AI BAMBINI: Si (se accompagnati da un adulto)
NUM. PARTECIPANTI: Min. 10 e Max 20

 

SI CONSIGLIA:

Abbigliamento adatto al periodo climatico, scarpe comode, cappellino, k-way, impermeabile, macchina fotografica o smartphone.

 

QUOTA DI PARTECIPAZIONE:

10,00€ a persona + 2,00€ per ingresso al Museo della Lingua Greco-Calabra “Gerhard Rohlfs”

 

PER ADERIRE ALL’INIZIATIVA:

Prenotarsi entro e non oltre il 21 Marzo inviando messaggio WhatsApp al numero 347 0844564 con il proprio nominativo

 

N.B.

  • In caso di condizioni meteo avverse o il non raggiungimento del numero minimo di partecipanti, la giornata sarà annullata e riproposta in altra occasione (sarà cura dell’organizzazione avvertire gli iscritti)
  • L’escursione non prevede alcuna polizza assicurativa per eventuali infortuni. Ognuno partecipa volontariamente esonerando da ogni responsabilità civile o penale l’organizzazione.
Brancaleone vetus

Giornata Nazionale del Paesaggio- Archeotrekking a Brancaleone Vetus (RC)

Per la Giornata Nazionale del Paesaggio 2024 in collaborazione con l’Associazione Calabria Condivisa, la Pro Loco di Brancaleone e FAI Giovani Delegazione Locride-Piana, propone per Domenica 17 Marzo un Archeotrekking alla scoperta della “Città rupestre di Brancaleone Vetus”, l’iniziativa legata al contest fotografico (link) per la realizzazione di un pannello pubblicitario che verrà poi installato presso il borgo antico di Brancaleone, e numerose altre iniziative che la Pro Loco di Brancaleone sta promuovendo, come la realizzazione di un video-spot pubblicitario da far circolare in rete, e dei gadget solidali (calamite). All’iniziativa possono partecipare tutti, Fotografi professionisti, video amatori, foto amatori, semplici appassionati di escursionismo culturale.

Il percorso prevede un itinerario ad anello dell’intera collina su cui sorge il borgo di Brancaleone Vetus all’insegna della scoperta, della storia, della geologia e dell’archeologia di uno dei luoghi più mistici del territorio reggino. Un viaggio oltre il tempo, un percorso enigmatico che esplorerà il borgo e la collina di Brancaleone Vetus, alla scoperta di grotte, panorami mozzafiato e una natura davvero particolare, ricco di erbe e fiori dei più caratteristici.

Brancaleone Vetus il cui antico nome era “Sperlonga” oggi disabitata, è un antico borgo le cui origini risalgono al VI-VII sec a.C. ma è stata accertata la presenza umana sin dal neolitico. Situato su di un promontorio di arenaria per esigenze difensive, le costruzioni a picco sulla roccia sembrano affacciarsi direttamente sul vuoto. Grazie a degli interventi di valorizzazione e conservazione effettuati dalla Sovrintendenza dei Beni Archeologici e Culturali della Calabria è un sito considerato Parco Archeologico Urbano, nel suo insieme include la presenza di antiche grotte o chiese-grotte che furono abitate da monaci orientali provenienti in fasi successive da Armenia, Cappadocia, Siria, Grecia. Fra tutte la chiesa grotta conosciuta sotto il titolo di “Albero della Vita” , esempio unico nel suo genere per caratteristiche uguali alla chiese grotte dell’Armenia e della Cappadocia.

Brancaleone Vetus  oggi è uno dei siti più visitati del territorio Calabrese grazie alla creazione di percorsi ed itinerari all’interno del tessuto urbanistico del luogo con punti di interesse e percorsi che abbracciano ogni aspetto culturale e scientifico.

 

L’itinerario:

Il cammino partirà dalla frazione Razzà (ai piedi della collina) e percorrerà la strada panoramica che in 2 km e circa 40min di camino raggiungerà il borgo, un percorso emozionale che risalirà la collina e offrirà una vista panoramica davvero unica sulla vallata. Giunti presso il borgo visiteremo il sito della Grotta della Madonna del Riposo, per poi proseguire lungo il sentiero che in breve ci porterà tra ruderi, vicoli e affacci panoramici a 360gradi sulle vallate circostanti.

Andremo poi alla scoperta della chiesa- grotta “dell’Albero della Vita”, qui conosceremo la storia degli Armeni venuti in Calabria che edificarono questo ipogeo. Il percorso proseguirà attraverso vicoli e scorci del borgo e giungerà presso il sito dell’Antica Chiesa Protopapale dell’Annunziata caratterizzata da un punto panoramico sull’Aspromonte e le tombe cripta,  poco distante, il sito archeologico di piazza del Ponte dove la presenza di silos granai ci farà ammirare la bellezza del panorama circostante. Giunti in “Piazza Convento” visiteremo la chiesa dell’Annunziata che custodisce al suo interno ciò che resta del prezioso altare marmoreo rinascimentale nonchè alcuni frammenti ritrovati del medesimo altare ed una ricca collazione di icone in stile bizantino, foto d’epoca e documentazione con pannelli di approfondimento storico-scientifico dell’area del parco archeologico urbano di Brancaleone Vetus.

Faremo pausa pranzo presso con una degustazione di prodotti tipici del luogo e ripartiremo per il rientro attraverso un altro percorso ricco di vedute straordinarie sul torrente Altalìa e ammireremo anche uno dei palmenti di età arcaica presenti nell’area di Brancaleone. Giunti in località San Gregorio, attraverseremo  un boschetto di Roverelle che ci condurrà alla scoperta di antichissime, fra queste una in particolare presenta tre croci graffite di matrice Armena.

Riscenderemo la collina seguendo la strada dissestata ed ammirando il borgo (lato ponente)con la luce pomeridiana, giunti sulla strada Provinciale per Staiti attraversando campi un tempo coltivati a Gelsomino e uliveti secolari ben visibili di località Raso. Il percorso completerà l’anello arrivando alle auto nel tardo pomeriggio.

SCHEDA TECNICA

Escursione di tipo: E/T (Escursionistica/Turistica)
Difficoltà: Medio/Facile
Lunghezza percorso: 8,5km
Dislivello: 280mt in salita, 280mt in discesa
Presenza d’acqua: No (punto ristoro Pro Loco giunti alla meta)

ATTREZZATURA CONSIGLIATA:

Abbigliamento comodo e adatto al periodo, Scarpe da trekking, Cappellino, occhiali da sole, K-way, bastoncini da trekk (facoltativi), scorta d’acqua (almeno 2 lt), barrette energetiche (facoltativo), smartphone, macchina fotografica o drone (facoltativo).

 

QUOTA DI PARTECIPAZIONE:

10 (a sostegno del progetto #RenaissanceBrancaleoneVetus)

Per partecipare al contest “Paesaggi di Calabria”  si richiede di scaricare QUESTO DOCUMENTO e presentarlo all’organizzazione il giorno dell’escursione presso il luogo dell’appuntamento.

Prenotazione obbligatoria entro e non oltre il 14 Marzo 2024 telefonando o inviando un messaggio WhatsApp al numero 3470844564 (fornendo il proprio nominativo)

 

*IN CASO DI CONDIZIONI METEO AVVERSE L’ESCURSIONE VERRA’ ANNULLATA O MODIFICATA NEL SUO INSIEME, GARANTENDO LA MASSIMA SICUREZZA ED INCOLUMITA’ DEI PARTECIPANTI.

 

 

 

Domenica 12 Novembre Escursione alla scoperta dei borghi di Palizzi e Pietrapennata (RC)

Domenica 12 Novembre il progetto Poleis andrà alla scoperta dei borghi di Palizzi e Pietrapennata (RC), luoghi suggestivi e caratteristici dell’area grecanica immersi in un contesto storico-naturalistico che ha dell’incredibile. Un luogo magico definito dal viaggiatore e pittore Inglese Edward Lear nel suo “Diario di un viaggio a piedi” <<Nessun posto più selvaggio né più straordinario di Palizzi può attirare l’occhio di un artista …>>!

Questa tappa si inserisce nel ricco programma “Stìn Ighìa” organizzata dalle Associazioni; Poliscin e Pro Loco di Palizzi 

DESCRIZIONE:

La giornata avrà inizio con la visita al piccolo borgo di Pietrapennata dove andremo ad ammirare la straordinaria statua Gaginiana della Madonna della Lica custodita presso la chiesa parrocchiale dello Spirito Santo, dopo la visita a questa straordinaria opera d’arte rinascimentale, faremo un breve percorso tra i vicoli caratteristici del borgo alla scoperta degli angoli più belli di questa borgata. Scenderemo poi verso Palizzi per visitare questo piccolo borgo medievale ancora abitato e dominato dal suo antico castello arroccato in cima ad un grande masso roccioso. Visiteremo la Chiesa di Sant’Anna, i Palazzi più antichi, le piazzette del borgo i famosi Catoji, il Ponte allo Schiccio con l’antico mulino. Palizzi com’è risaputo, gode di uno dei primati più importanti del territorio grazie alla sua intensa cultura vitivinicola che ha ottenuto il marchio IGT. Qui, l’ospitalità della gente rispecchia quelle caratteristiche peculiari della cultura magnogreca. Palizzi mantiene ancora intatte le caratteristiche medievali del suo centro abitato e sarà un’esperienza unica tuffarsi negli antichi vicoli del borgo.

PROGRAMMA:

Ore 09:00 Raduno  partecipanti (presso piazza di Palizzi Marina) QUI COORDINATE  GOOGLE MAPS
Ore 09:15 Partenza con le proprie auto per Pietrapennata
Ore 09:45 Arrivo a Pietrapennata visita borgo
Ore 10:45 Partenza con le auto proprie verso il borgo di Palizzi
Ore 11:00 Arrivo a Palizzi e visita al centro urbano con i suoi vicoli caratteristici, i suoi palazzi, le vedute panoramiche, Catoji, la Chiesa di Sant’Anna, il Ponte allo Schiccio e l’antico Mulino.
Ore 13:00 Pranzo a base di piatti tipici Palizzesi
Ore 15:00 Partenza per il rientro

SCHEDA TECNICA:

Itinerario T (Turistico Culturale)
Difficoltà: Facile
Adatto ai bambini: SI (se accompagnati da un adulto)

 

Quota di Partecipazione da versare al momento dell’incontro;

10€ Quota di partecipazione escursione
15€ Quota pranzo tipico (con posti a sedere)

 

PRENOTAZIONE:

Obbligatoria entro e non oltre il 10 Novembre con un messaggio WhatsApp al numero: 3470844564 comunicando (nome e cognome) del partecipante.

 

ABBIGLIAMENTO CONSIGLIATO:

Indumenti adatti al periodo (a strati), cappellino, scarpe da ginnastica, macchina fotografica.

 

NOTE ORGANIZZATIVE:

  • I bambini sotto i 12 anni hanno diritto ad uno sconto del 50% delle singole quote)
  • Eventuali allergie alimentari, dovranno essere comunicate alla prenotazione
  • Il programma potrà subire delle modifiche e/o integrazioni che saranno comunicate al gruppo durante il corso della giornata

 

Domenica 24 Settembre alla scoperta dei borghi di Caulonia e Gioiosa Ionica

Settembre riparte con il progetto #Poleis, alla scoperta di due borghi della Locride davvero belli e interessanti.

Domenica 24 Settembre Kalabria Experience propone questa bellissima passeggiata fotografica e culturale alla scoperta delle bellezze architettoniche ed urbanistiche di Caulonia e Gioiosa Ionica.

Due percorsi davvero eccezionali, che attraverso i vicoli medievali e la storia di questi luoghi ci catapulterà indietro nel tempo. L’idea di questa passeggiata, ripropone l’idea che abbiamo di promuovere il territorio attraverso gli occhi dei fruitori, che mediante foto, video realizzati con i consueti dispositivi (smartphone o fotocamere) riusciranno ad invadere il web, per raccontare gli straordinari scorci di questi territori e borghi.

PROGRAMMA:

Ore 09:00 Incontro con i Partecipanti a Caulonia Marina, svincolo (rotatoria per Caulonia Superiore) Vedi link google maps https://goo.gl/maps/iczmMiNZn6RfVF1w9
09:30 Partenza con le proprie automobili per il borgo di Caulonia
Ore 09:50 arrivo previsto a Caulonia, parcheggio auto e visita: Palazzo Asciutto Ieraci, Chiesa dell’Assunta, Piazza Mese, Chiesa del Rosario, Affresco Bizantino e chiesa dell’Immacolata
Ore 12:00 Rientro alle auto, e partenza per Gioiosa Ionica
Ore 13:00 Pranzo presso Agriturismo Il Solitario
Ore 15:30 trasferimento al centro storico di Gioiosa, visita: Fontana Ferdinando I°, Santuario di S. Rocco, chiesa del Rosario, Palazzo Amaduri, Palazzo Baroni Macrì, Porta Falsa, Castello Pellicano (in esclusiva aperto per noi dai suoi proprietari).
Ore 17:00 Rientro in Piazza Plebiscito con degustazione del famoso “Pezzo duro Gioiosano”, tipico gelato D.O.P.
Ore 18:00 Fine e Saluti.

COSTO ESPERIENZA

Quota di Partecipazione: 15€ a persona (minori di 12 anni riduzione del 50% della quota)

Quota Pranzo 20€ a base di un antipasto casereccio, un primo e bevanda inclusa (comunicare eventuali allergie o intolleranze alimentari in tempo utile)

CONSIGLIATO:

Scarpe comode, abbigliamento a strati e adatto al periodo climatico, occhiali da sole, cappellino, borraccia d’acqua personale, smartphone o fotocamera.

PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA:

Entro e non oltre il 21 Settembre inviando un messaggio WhatsApp o telefonando al numero 3470844564 (con il proprio nome e cognome) ed eventuale adesione al pranzo.

NOTE ORGANIZZATIVE:

  • Il programma è a titolo semplificativa, tuttavia è possibile che durante la giornata possono verificarsi eventuali variabili agli orari indicati.
  • L’organizzazione si esonera da ogni tipo di responsabilità, derivante da infortuni o smarrimento di oggetti durante l’attività di visita.
  • Le visite guidate saranno condotte da Guide professioniste ed esperti del territorio, pertanto, il partecipante è pregato di seguire le istruzioni degli organizzatori, senza iniziative estemporanee.

 

Domenica 2 Luglio Il progetto Poleis alla scoperta dei Tesori della Valle dello Stilaro

Domenica 2 Luglio maggio il progetto Poleis – Kalabria Experience propone uno straordinario itinerario alla scoperta della “Vallata dello Stilaro” sulle orme dei padri Bizantini.

Un itinerario trai più affascinanti della Calabria ionica, che ricalca il percorso dei monaci greco-bizantini che in questo territorio hanno lasciato profonde tracce del loro passaggio, attraverso le testimonianze monumentali e spirituali presenti nell’intera vallata.

Un tour completo, affascinante e gradevole, adatto anche alle famiglie che prevede un’intera giornata a spasso fra i borghi di Stilo, Pazzano e Bivongi che permetterà di conoscere le bellezze storico-monumentali del territorio, come la Cattolica di Stilo, il Santuario della Madonna di Monte Stella ed il monastero Bizantino di San Giovanni Theristis a Bivongi.

 

PROGRAMMA:

Ore 09:30 Incontro dei partecipanti a Monasterace marina (Piazza Stazione ) LINK APPUNTAMENTO
Ore 09:45 Partenza per Bivongi e visita guidata l’Abbazia di San Giovanni Theristis
Ore 11:30 Trasferimento a Monte Stella – Visita all’eremo di Santa Maria della Stella
Ore 12:30 Pausa pranzo (a sacco) presso area attrezzata di Monte Stella
Ore 15:00 Partenza per trasferimento a Stilo – visita guidata alla Cattolica di Stilo
Ore 17:30 Fine e saluti.

(Gli spostamenti tra un luogo e l’altro, avverranno con mezzo proprio)

 

QUOTA DI PARTECIPAZIONE:

  • 20€ a testa (che include visite guidate e ingressi: Cattolica di Stilo e Eremo di Monte Stella)
  • 15€ Quota giovani sotto i 18 anni (che include, quota di partecipazione e ingressi)

 

SI CONSIGLIA:

Scarpe comode, indumenti adatti al periodo e alle condizioni climatiche, cappellino, occhiali da sole, crema solare, pranzo a sacco, borraccia d’acqua, eventuali indumenti di ricambio.

 

PER PRENOTARE:

Confermare la propria adesione al programma telefonare al numero: 347-0844564 o in alternativa mandando un messaggio WhatsApp con i nominativi (nome e cognome) entro e non oltre il Martedì 30 Giugno.

 

Sant’Agata del Bianco (RC) La Ri-generazione culturale di un borgo attraverso l’arte e la letteratura

La fondazione di Sant’Agata del Bianco è legata a suggestive leggende medievali. Dalla storia della regina normanna Adelasia, residente a Palermo, che chiamò Sant’Alasia il casato prima che venisse denominato Sant’Agata, fino ad arrivare al terremoto del 1349, quando (secondo Vincenzo Tedesco, storico e arciprete di Sant’Agata dal 1831 al 1877)  “la gente più agiata e colta” si trasferì nel giardino di Campolaco (già luogo “di delizie” del cosiddetto Catapano, un signore bizantino) “lasciando il primitivo nome di Samo e chiamandosi S. Alasia” (sito che forse faceva parte di un imprecisato sub-feudo che apparteneva ai baroni di Pisana). Pare, inoltre, che in questo luogo già esistesse un Castello dei baroni Musco e Ambato (periodo normanno).

La storia di Sant’Agata dalle origini ai giorni nostri;

Nel 1412 è attestata come Sanctæ Agathae e successivamente sarà “Sant’Agata di Precacore”. Nel 1488 si ha notizia di un tale, Andrea di Sant’Agata, abate del monastero di San Nicola di Butramo. Di sicuro, dopo che fu sotto i Ruffo (nel Trecento e fino alla seconda metà del Quattrocento) e dei Centalles (dal 1462), durante la signoria dei Marullo Sant’Agata aveva già il suo nome.Dal 1496 al 1554, difatti, il casato fu infeudato ai Marullo di Condoianni (prima Tommaso e poi Giovanni) e, successivamente, alla famiglia di banchieri genovesi degli Squarciafico (fino al 1572). Nel XVI secolo Sant’Agata visse uno dei momenti più floridi della sua storia, poiché gli industrianti genovesi sfruttavano legnami e resine della montagna Ferraina. Dopo Giulio Cesare Squarciafico, il feudo passò a Francesco Romano (1572 -1592) per ritornare, per un breve periodo, ai Marullo (fino al 1588). Nel 1589 inizia l’era dei Tranfo di Tropea fino al 1743. Dei Tranfo si raccontano, ancora oggi, angherie e soprusi come lo jus di prima notte, anche se pare che un Tranfo abbia aderito alla rivolta di Tommaso Campanella. Da una relazione del 1641, del vescovo di Gerace Lorenzo Tramallo, veniamo a conoscenza che Sant’Agata aveva una chiesto parrocchiale, due chiese non parrocchiali, due chiese dirute di libera collazione, una chiesa di giuspatronato e una chiesa eretta a devozione; vi erano, poi, tre confraternite (del Santissimo Sacramento, del Santissimo Rosario e di San Nicola). Nel 1655, la relazione della visita ad limina del vescovo Vincenzo Vincentino parla di una popolazione di 1485 abitanti (di cui 1055 si comunicavano). Il 3 marzo 1697, nasce a Sant’Agata Antonio Tommaso Barbaro, sacerdote e letterato di fama nazionale che visse prima a Napoli e poi a Venezia. Nel 1742, il parroco Leonardo Alafaci attesta, nel Catasto Onciario di Sant’Agata (volume 6127), la presenza di soli 207 abitanti. Dal 1743 fino all’eversione della feudalità, i signori di Sant’Agata saranno quelli della famiglia (De) Franco (Domenico De Franco acquistò le terre di Precacore e Sant’Agata il 14 gennaio 1743 per 55.200 ducati). Il 13 novembre 1705, nasce a Sant’Agata il pittore ed erudito D. Nicola Franzè, che dipinse per la chiesa di Sant’Agata il quadro di Santa Barbara e Veneranda. Nel 1744, il Tedesco afferma che “respirò in questa terra le prima auree di vita” Francesco Antonio Grillo, figlio di Domenico Grillo e Agata Marrapodi. Letterato e ministro provinciale dell’Ordine dei frati minori, Grillo fu vescovo di Martirano e Cassano (CS). Nel 1765, alcuni abitanti di Precacore e di Sant’Agata si recarono dal notaio Lorenzo Pisani (busta 196, atto del 03/03/1765) per dichiarare che le due Universitas “avevano un territorio autonomo l’una dall’altra diviso dal vallone Santa Vennera o Veneranda, in maniera che ogni Universitas avesse autonomia in materia civile, giurisdizionale e fiscale, oltre che ecclesiastica” (Domenico Romeo, Precacore e Sant’Agata in Calabria Ultra nell’apprezzo del 1741).

Il terremoto del 1783 provocò gravi danni al territorio e alle case dei 436 abitanti di Sant’Agata; la chiesa matrice venne distrutta e la prima scossa del 5 febbraio 1783 registrò il crollo di una trave che fu retta dal braccio della statua della Santa che, così, salvò la vita dei fedeli. Con l’ordinamento amministrativo disposto dal generale francese Championnet nel 1799 Sant’Agata fu compresa nel cantone reggino. All’inizio dell’Ottocento, fu inclusa dapprima tra le università del cosiddetto governo di Ardore e poi tra i comuni del circondario di Bianco. Nel 1806, il capobanda borbonico Giuseppe Monteleone di Serra San Bruno, intento ad infiammare la guerriglia antifrancese in Aspromonte, assassina presso il Convento di C.da Crocefisso il primo sindaco democratico di Sant’Agata del Bianco: Giuseppe Melina (massaro e mastro di seta).

 

 

Nel 1847 il giovane Rocco Verduci (uno dei 5 martiri di Gerace) si riuniva con i suoi seguaci santagatesi (Domenico Pizzinga, Giovanni Borgia, Giuseppe Politanò, Francesco Strati, Domenico De Luca, Ferdinando Medici, Gaetano Vizzari) nel Palazzo Borgia di Sant’Agata per dare avvio alla rivoluzione del distretto di Gerace. Il 6 agosto del 1847 si trovava a Sant’Agata il viaggiatore inglese Edward Lear, il quale fu ospitato dalla famiglia Franco e disegnò un paesaggio santagatese con lo sfondo del palazzo baronale a due piani e della Chiesa di San Nicola (prima semplice cappella, le cui campane portavano la data, in numeri romani, 1503, oggi Chiesa di Sant’Agata V.M.).

 

 

 

 

 

 

 

La Chiesa di Sant'Agata Patrona del paese

La Chiesa di Sant’Agata Patrona del paese

Annesso al Regno d’Italia, al termine del dominio borbonico (laddove si registra a Sant’Agata, il 14 settembre del 1861, la presenza del generale José Borjés), il paese partecipò attivamente alle lotte contadine per l’occupazione delle terre. Dalla fine dell’800 fino alla prima metà del ‘900, le maestranze di muratori e artigiani santagatesi erano rinomate e operavano anche fuori dal comprensorio. Nel 1928 fu unita a Samo, da cui si staccò nel 1946 (con D.L.L. n. 904 del 22 dicembre 1945 che stabiliva il ripristino delle precedenti unità amministrative) recuperando l’autonomia. Nel 1943 Sant’Agata viene considerata centro di cultura sociale avanzato, soprattutto grazie all’inclinazione umanistica di molte figure che vivevano in paese (basti pensare che la biblioteca della famiglia Mesiti conteneva tutte le grandi opere del ‘700, compresa l’Enciclopedia). Nel 1900, la storia di Sant’Agata, dagli anni ’50 agli anni ’70, è mirabilmente narrata dallo scrittore santagatese Saverio Strati (nato a Sant’Agata nel 1924 e vincitore del premio Campiello nel 1977).

Lo stemma Araldico di Sant’Agata del Bianco

 

Lo stemma del Comune mostra la patrona con le tenaglie, simbolo del suo martirio, e lo scudo è posto (“accollato”) nel petto di una grande aquila al naturale, simbolo della dinastia sveva, poi aragonese, del Regno di Sicilia e riferimento alla posizione su un alto sperone dal quale si domina un ampio tratto della costa jonica, da Capo Spartivento a Punta Stilo. Da notare che anche lo stemma dei De Franco, ultimi feudatari di Sant’Agata, era accollato all’aquila. L’emblema (ufficializzato insieme al gonfalone con D.P.R. 15 maggio 1963) si blasona: “D’azzurro, all’effigie di Sant’Agata, vestita di cremisi, aureolata d’oro, tenente con la sinistra un ramo verde di palma e con la destra una tenaglia. Lo scudo è accollato ad un’aquila al naturale coronata d’oro e sormontata dalla scritta in caratteri di nero maiuscoli: ATA DIVA. Ornamenti esteriori da Comune.” (l’ATA presente nel decreto ufficiale è una probabile contrazione del nome AGATA che viene riportato nello stemma).

 

I personaggi più illustri di Sant’Agata del Bianco

Saverio Strati

Saverio Strati è uno scrittore italiano nato a Sant’Agata del Bianco (RC) il 16 agosto 1924 e morto il 9 aprile 2014 a Scandicci (FI). Dopo gli studi primari inizia a lavorare con il padre come muratore e diventa capo-mastro. Grazie alla sua passione per la lettura, nel corso degli anni legge tante opere della cultura popolare come “Quo Vadis” di Henryk Sienkiewicz o “I miserabili” di Victor Hugo. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, decide di riprende gli studi. Con l’aiuto finanziario di uno zio che abitava negli Stati Uniti, inizia a ricevere lezioni private da parte di alcuni professori della Scuola Media Galluppi di Catanzaro e comincia a leggere anche grandi scrittori come Croce, Tolstoj, Dostoevskij o Verga. Nel 1949 si iscrive in Medicina presso l’Università di Messina (Sicilia) per soddisfare i desideri dei genitori; tuttavia, dopo un breve periodo di tempo, si trasferisce alla Facoltà di Lettere. Decisivo per il suo destino di scrittore è l’incontro con il critico letterario Giacomo Debenedetti che in quel momento insegnava a Messina e del quale diventa uno degli allievi prediletti. Nel 1953, Debenedetti legge il libro di racconti “La Marchesina” e ne sollecita la pubblicazione presso Alberto Mondadori a Milano. Durante questo periodo Strati inizia a scrivere il suo primo romanzo “La Teda”. Nel giugno del 1953 incontra Corrado Alvaro a Caraffa del Bianco e poi si trasferisce a Firenze per preparare la sua tesi di dottorato su riviste di letteratura dei primi due decenni del ventesimo secolo. Intanto, i racconti di Strati vengono pubblicati sulle riviste “Il Ponte”, “Paragone” e sul quotidiano “Il Nuovo Corriere”.  Subito dopo aver completato “La Teda” inizia a scrivere il suo romanzo più poetico, “Tibi e Tascia”, edito sempre da Mondadori nel 1959.  Nel 1958 Strati sposa una ragazza svizzera e si trasferisce in questo paese dove vive fino al 1964 (periodo durante il quale scrive diversi romanzi e numerosi racconti). Nel 1972 vince il Premio Napoli e nel 1977 il PREMIO CAMPIELLO con il romanzo Il Selvaggio di Santa Venere. I libri di Strati vengono stampati in tutto il mondo. Ma dopo il bellissimo romanzo L’uomo in fondo al pozzo (1989), la casa editrice Mondadori, inspiegabilmente, decide di non pubblicare più le sue opere. Inizia un oblio che porta lo scrittore, nel 2009, a scrivere una drammatica lettera a “Il Quotidiano della Calabria” dove denuncia la sua condizione di indigenza. Il Consiglio dei Ministri, nel 17 dicembre 2009, riconosce a Strati i benefici economici della Legge Bacchelli in riconoscimento ai suoi meriti artistici.

 

Domenico Bonfà, in arte Fàbon;

Fàbon è il nome anagrammato del pittore Domenico Bonfà, nato a Sant’Agata del Bianco il 4 febbraio del 1912 e morto a Roma il 27 agosto del 1969. Fàbon era un artista sensibilissimo, votato ad una pittura che ai colori della sua terra univa quelli dell’intero spazio mediterraneo. I suoi paesaggi rivelano, difatti, un’istintiva originalità soprattutto laddove le figure appaiono e scompaiono con aria quasi impenetrabile. Ma prima di essere Fàbon, Domenico Bonfà è il figlio del migliore falegname ed intagliatore della Locride, Vincenzo Bonfà detto Brendolino, un uomo che non teme di confrontarsi con i falegnami di tutta Italia esibendo la maestria dell’antico artigianato santagatese che, sin dall’Ottocento, è rinomato nell’intera provincia di Reggio Calabria. Sulla sua lapide, difatti, si può ancora notare una medaglia vinta a Firenze nel 1923 in occasione dell’Esposizione Permanente d’Arte Industriale. Il giovane Domenico sembra destinato a ereditare il mestiere del padre anche se ha, prima di tutto, una peculiare predisposizione per il disegno. Tratteggia visi e scenari ovunque gli capita: pezzi di compensato, tavolette, cartone, brandelli di lenzuola. Così, nel 1926, il falegname Vincenzo, incoraggiato da tanti suoi compaesani che intravedono il talento del figlio, manda Domenico a Catania per apprendere gli elementi della pittura in una bottega d’arte, alla maniera degli artisti del Rinascimento. Nella città siciliana il giovane rimane sette anni. Rientrato a Sant’Agata sposa una sua parente, Carmela Curulli, appena arrivata dal Canada. Ecco come lo ricorda il poeta santagatese Giuseppe Melina: “La casa di Fàbon è uno spazio d’incontro dove respira il paese intero. Ma il pittore Fàbon non cerca compagni solo in chi si interessa d’arte. E’ amico di contadini e artigiani. Penso le partite a carte. Interminabili. E per un bicchiere di vino spesso si balla. E Fàbon diviene il centro di queste sere. Tutto si muove intorno a lui. E in rapporto a le sue decisioni. L’armonia del suo corpo ci rende ridicoli, quasi. Ma perché ogni gesto, ogni movenza è ritmo puro in quest’uomo. E non solo se balla. Perfino come fuma o conversa con qualcuno”. Nel 1933 arriva il trasferimento a Reggio Calabria, dove il giovane pittore affina la sua ricerca verso la definitiva conquista della forma. Il suo è un continuo migliorarsi. Dal 1938 si sposta per varie città italiane insieme alla moglie. A Bari, proprio nel ‘38, partecipa ad una mostra collettiva del “Paesaggio Albanese”. Ma nel 1942 arriva la chiamata alle armi e Domenico si ritrova in Africa dove, a Tobruch, viene fatto prigioniero. I colori del deserto libico gli rimarranno dentro e caratterizzeranno molte sue opere. Rientrato in Italia inizia l’attività espositiva prima a Catania (1945) e gli anni a seguire a Reggio Calabria (un paesaggio del 1949 è tuttora esposto alla Pinacoteca Civica della città dello Stretto). Nel frattempo un altro pittore, Alberto Bonfà (di Bianco), che ha frequentato l’Accademia delle Belle Arti a Napoli, si fa apprezzare per la luce dei suoi paesaggi. Anche per questo motivo, Domenico pensa di creare dal suo cognome una firma originale che lo faccia distinguere dall’altro Bonfà. Inizia così a contrassegnare i suoi primi lavori con un nome d’arte che non abbandonerà più: Fàbon. L’idea gli è suggerita dal poeta reggino Ciccio Errigo, suo amico. Dopo il 1946 Fàbon comincia nuovamente a viaggiare per l’Italia. Affresca chiese e dipinge quadri di una segreta spiritualità, volti di donne misteriose, paesaggi intensi. Nel settembre del 1955 ad Assisi, dopo aver esposto al Palazzo dell’Arte Sacra in una mostra internazionale, Fàbon riceve il diploma d’onore per “alti meriti artistici”. In seguito allestisce le sue opere anche a Genova, Arezzo, Ravenna, Firenze, Messina nonché in Germania, in Francia, in Svizzera, in Argentina ed al Museum of Fine Arts di Montreal (1957). Quotidiani e riviste si mostrano attenti verso questo “pittore mediterraneo”. Ma è nel gennaio del 1956 che arriva l’effettiva consacrazione, con l’esposizione al Pavone Art Gallery di New York. Gli americani riconoscono che: “nato nei pressi di Reggio Calabria, è un completo artista ed un creatore di un originale stile e di un nuovo sistema. Ha una ispirazione creativa con note malinconiche di musico e di poeta. E’ Domenico Bonfà in arte Fàbon. Messosi in luce nell’ambiente artistico europeo egli è un conquistatore di molti elogi e critiche. Orgoglioso e magnifico nella delusione e nella esaltazione artistica oggi egli viene ad incominciare una nuova era nell’arte del dipinto”. I giudizi della stampa statunitense sono ripresi assiduamente dai giornali italiani. L’arte di Fabòn ha ottenuto i meritati riconoscimenti. A Roma, nello stesso anno, alla Mostra Nazionale d’Arte Contemporanea, viene premiato con la medaglia d’oro. Sono anni intensi, caratterizzati da molti spostamenti e continui ritorni in Calabria. Nel 1958, alla III° Mostra Nazionale estemporanea di Ravenna, il pittore consegue una medaglia, il diploma d’onore ed il premio del presidente del concorso. Anche la mostra personale di Arte Sacra (maggio 1961) tenutasi nel Palazzo dell’Arcivescovado di Reggio Calabria è un successo. Il Ministro Umberto Tupini, dopo aver visionato le opere esposte, avrà parole lusinghiere per l’artista. Nel 1966 Fàbon è nominato accademico della “Accademia Tiberina” di Roma per “notevoli requisiti morali, culturali e scientifici”. Nel 1968, difatti, a 56 anni, l’artista viene colpito da una neoplasia maligna che lo costringerà a curarsi a Roma e che gli risulterà fatale. Qualche mese dopo la sua scomparsa, su “Il Giornale d’Italia” del 16 novembre 1969, Paolo Borruto scriverà: “I giudizi, dunque, consacrati dai critici su tutti gli organi di stampa più importanti, ed in tutto il mondo, concordano nel lodare la spontaneità, il vigore, la raffinatezza del gusto, l’arte, le proporzioni, di questo autentico Artista che l’Italia si onora di annoverare tra i migliori dell’ultimo ‘900. Egli presagì la fine. Ne è testimone la sua ultima tela che raffigura un volto egizio che appunta lo sguardo profondo, attonito, su una mummia collocata in una bara. La morte lo colse ancor giovane il 27 agosto 1969”.

 

Da visitare nel borgo;

La Casa-Museo di Saverio Strati

Si trova al centro della piazzetta “Tibi e Tascia” famoso romanzo autobiografico dello scrittore, che qui ambientò gran parte del racconto di questi due personaggi. La Casa di Strati è stata per lungo tempo chiusa, fu poi ristrutturata e aperta al pubblico, grazie all’interessamento del Comune e dei proprietari. All’interno si possono trovare lo scrittorio, dove immaginiamo ancora lo scrittore, dedito al componimento delle sue opere letterarie, e molte raffigurazioni in pannelli che rievocano la vita e le opere di Strati. Oggi la facciata della casa è caratterizzata da un murale che ritrae Saverio Strati e le sue opere più importanti. Punto e snodo cruciale del borgo, a fianco del Museo delle Cose perdute.

 

Il Museo delle cose Perdute

Essa si trova proprio nella piazzetta descritta da  Saverio Strati nel romanzo “Tibi e Tascia” e all’interno custoditi, come in un’esposizione permanente, oggetti della civiltà contadina di cui nessuno ha più memoria. L’artefice e proprietario è l’artista Antonio Scarfone. Le sue opere futuriste, le sue intuizioni, fanno parte di un modo di essere. Egli non insegue la scena o la notorietà, ha solo deciso di aprire a tutti la porta della sua casetta in pietra, da lui stesso ristrutturata. Il Museo delle cose perdute è, pertanto, il simbolo di un mondo dove tutto era strettamente prezioso e necessario, prima che arrivasse il momento di voltarsi dall’altra parte e di aderire “all’orrendo universo del consumo”, convinti, in questo modo, di aver finalmente vinto.

Palazzo Borgia

Palazzo importante, situato nella Rugarandi, con il suo blasone sul portale. Qui si riunirono Rocco Verduci, uno dei 5 martiri di Gerace, ed i suoi seguaci, per la famosa sommossa che lo condusse al martirio il 2 ottobre 1847.  La scultura esterna contemporanea, che rappresenta la libertà è realizzata in ferro dall’artista Antonio Scarfone.

Palazzo Franzè

Palazzo che apparteneva, nel ‘700, alla famiglia Franzè, famiglia di religiosi, ma anche di artisti, infatti i quadri di un Franzè sono a Gerace nella chiesa di Sant’Anna. La casa venne acquisita agli inizi del ‘900 dalla famiglia Sgabelloni. Pietro Sgabelloni, con il fratello si trasferiscono a Roma e Pietro, grande amico di D’Annunzio, diventa un importante giornalista e vicedirettore de “Il Giornale d’Italia”. La sua casa era un salotto letterario, dove si riunivano tutti gli intellettuali romani. Il nipote è un grandissimo filosofo spritualista, Massimo Scaligero, pseudonimo di Antonio Massimo Sgabelloni, appunto. È uno dei firmatari delle leggi razziali, all’inizio aveva aderito al regime, ma poi non si occupa più di politica, ne prende le distanze. Lo stemma sul Palazzo appartiene quasi sicuramente alla famiglia Franzè ed il portone è stato scolpito da un Franzè.

Il museo degli artisti Sant’Agatesi

E’ la dimora delle opere dei tanti artisti nati in questo borgo: Vincenzo Baldissarro, Domenico Bonfà in arte Fàbon, Alba Dieni, Antonio Zappia, Antonio Scarfone, Stefano Germanò, Maria Minnici e Stefano Patti. Una vera pinacoteca, arricchita da opere straordinarie, che mostrano la parte artistica e creativa dei Sant’Agatesi.

 

I Murales di Sant’Agata

Tutto il borgo, la parte più antica è caratterizzata da una serie di opere murarie, che oggi fanno di sant’Agata uno dei borghi rinati, grazie alla lungimiranza dell’Amministrazione Stranieri che ha inteso perseguire una strada verso la valorizzazione del paese grazie alle numerose opere d’arte che colorano e danno voce a questo paese, ai suoi poeti contadini, ai suoi personaggi illustri. Storie di artisti, di scultori, letterati e della gente comune, dal “Ragazzo illuminato dalla luce della storia”, al murale “nascondino e panchina letteraria”, da quello di Tibi e Tascia ispirato proprio dal libro di Saverio Strati, all’ Opera Linfa Vitale; dal Murale “Cinema” con l’effige di Carlo Rossi, uno dei pionieri del settore, a quello indirizzato a solennizzare Dante Alighieri. E così via passando per “via delle porte pinte”. Opere che oggi sono diventate un vero e proprio percorso culturale accomunato dalla possibilità di “riscoprire” la radice storica ed identitaria di un borgo capace di mescolare la bellezza suggestiva dei suoi tipici vicoli

I palmenti rupestri di Sant’Agata

Tutto il territorio è costellato da numerosi palmenti scavati nella roccia, che l’amministrazione Comunale assieme ai suoi cittadini, hanno saputo valorizzare al meglio, consentendo oggi a visitatori e studiosi di poter ammirare queste antiche vasche di pietra che dal periodo magno-greco e passando all’età Bizantina e utilizzati fino al secolo scorso, rappresentano una vera rarità nel complesso territoriale.

 

 

 

 

“Sant’Agata del Bianco è uno dei borghi della Locride che più rappresenta la rinascita e rigenerazione dei luoghi che ha unito CULTURA E BUONA POLITICA. Tutto questo grazie ad un percorso amministrativo, sotto la guida della giunta comunale guidata da Domenico Stranieri, che ha dato un input molto significativo al paese, che in pochi anni è diventato meta di turismo e di viaggi organizzati anche scolastici. Una vera e propria rinascita che è stata imitata da molti centri storici della Calabria che oggi rappresentano quello stimolo in più per riscoprire una regione autentica, fatta di storia, cultura, persone e personaggi che hanno fatto, faranno e continuano a fare “la storia” di questi luoghi”

 

Si ringraziano i Volontari del Servizio Civile Universale – Pro Loco di Brancaleone APS

PROGETTI:

– Sostenibilità Turistica nell’Eco Regione Mediterranea

– Riqualificazione Sostenibile per una Rigenerazione turistica e sociale dei luoghi

-Percorso creativo dei Beni Storici Industriali

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