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Il borgo di Casignana, tra Storia e fascino

Casignana ha origine dall’antica borgata Potamìa, fondata tra il IX e il X secolo dalle popolazioni joniche che, a causa delle invasioni saracene, abbandonarono le proprie terre. Il piccolo centro, costruito su un’alta rupe, era dominato da un imponente castello dal quale si potevano sorvegliare le vie carovaniere che andavano da Pietra Lunga a Pietra Cappa. Nel 1349, però, un violento terremoto distrusse quasi completamente il centro abitato e parte dei cittadini furono costretti a cercare rifugio nelle zone circostanti.

I profughi, dunque, fondarono il paese di Casignano (modificato in Casignana nel XVIII secolo). Successivamente i cittadini rimasti a Potamìa abbandonarono definitivamente le proprie case e diedero origine all’attuale centro di San Luca.

Tra il 1496 e il 1589 Casignana fu casale della baronia di Condojanni (oggi S. Ilario dello Jonio) dalla quale passò in seguito alla famiglia Carafa, come avvenne anche a molti altri paesi vicini, per rimanere in suo possesso fino all’eversione dalla feudalità e il 19 gennaio 1807 fu elevata a Università nel governo di Bianco. Quattro anni più tardi (1811) il paese divenne Comune del circondario di Bianco.

Il centro storico di Casignana sembra essere costituito da due realtà opposte. Da un lato un borgo fantasma dove stradine sterrate si insinuano tra case in pietra ormai diroccate e cadenti; dall’altro il nucleo dell’abitato nuovo.

Palazzo Moscatello;

Si trova nella zona “Chiesa Vecchia o Matrice”, oggi rimane soltanto la struttura in pietra con balconcini in ferro battuto recentemente restaurata e riqualificata. Le finestre del piano superiore hanno cornici lavorate. Le calamità naturali e le epidemie succedutesi nel corso degli anni, in ultimo il terremoto del 1908 costrinsero i Casignanesi ad allontanarsi dal primitivo insediamento urbano e spostarsi più a monte, contribuendo alla nascita del nuovo borgo.

La Chiesa Matrice (San Giovanni Battista);

Nel cuore dell’antico nucleo urbano, fu probabilmente edificata nel XIV sec. l’edificio aveva una pianta di croce greca con cripta (la quale fu demolita, perché pericolante, in seguito al terremoto del 1908). Frammenti di marmo rinvenuti in situ, farebbero ipotizzare l’esistenza o la provenienza da un tempio pagano dedicato alla Dea Venere sul quale venne costruita la chiesa. Oggi è possibile ammirare ciò che rimane dell’altare e della cripta che era adibita a celebrare anche riti sacri.

Dal 1650 al 1820 divenne luogo di sepoltura dei fedeli. Con la Riforma Napoleonica, tale usanza fu poi vietata.

Della piccola chiesa dell’Annunziata, più a monte, non vi e più traccia.

La Chiesa di San Rocco;

L’edificio risale al 1773 oggi ospita la parrocchia di S. Giovanni Battista. Sono poche le notizie sulla struttura originaria. Si trattava probabilmente di una piccola chiesa a navata unica  in cui si venerava un quadro raffigurante San Rocco di Montpellier. La tela fu poi sostituita da una statua lignea del 1756 di scuola Napoletana scolpita in un unico blocco.

L’edificio fu danneggiato dal terremoto del 1783 ed in seguito ricostruita con l’attuale pianta a tre navate nel 1852 grazie alle offerte dei fedeli.

Nuovamente danneggiata dal terremoto del 1908 fu ricostruita e riabilitata al culto solo nel 1914. La chiesa è caratterizzata da una facciata in stile romanico su cui si aprono tre porte d’ingresso divise da due ordini di lesene.

Il portale principale è in legno con ampia cornice in muratura. Si accede alla chiesa attraverso una scalinata. All’interno nell’abside semicircolare, l’altare maggiore è arricchito in marmi policromi sormontato dalla statua della Vergine col bambino, probabilmente del XVII sec. circondata da due ordini di colonne corinzie. In alto la cupola decorata con stucchi di motivi floreali e angeli. Sul soffitto della navata centrale un dipinto raffigurante S. Rocco del 1914.

Nella navata destra un particolare Crocifisso sostenuto da angeli è datato 1925.

Sempre all’interno della chiesa due tele raffiguranti una la deposizione del Cristo e l’altra San Giuseppe, una delle quali viene attribuita ad Antonello da Messina.

Nella Chiesa, insieme a vari arredi sacri, si trovano inoltre frammenti di marmo di epoca medievale dal pregiato valore artistico, oltre ad una pregevole statua lignea di San Giuseppe, un crocefisso ligneo del XVII secolo e una campana del XV secolo.

Il culto di San Rocco di Montpellier

Le notizie sulla sua vita del santo sono molto frammentarie per poter comporre una biografia in piena regola, elaborando una serie di notizie sulla sua vita, sono state proposte alle date tradizionali del 1295-1327, quella che oggi sembra la più consolidata sembra essere il 1345- ‘50, morto a Voghera fra il 1376-‘79 molto giovane a non più di trentadue anni di età. Secondo tutte le biografie i genitori Jean e Libère De La Croix erano una coppia di esemplari virtù cristiane, ricchi e benestanti, ma dediti ad opere di carità. Rattristati dalla mancanza di un figlio, rivolsero continue preghiere alla Vergine Maria dell’antica Chiesa di Notre-Dame des Tables fino ad ottenere la grazia richiesta. Secondo la devozione il neonato, a cui fu dato il nome di Rocco (da Rog o Rotch), nacque con una croce vermiglia impressa sul petto. Intorno ai vent’anni di età perse entrambi i genitori e decise di abbracciare Cristo, vendette tutti i suoi beni, si affiliò al terz’ordine francescano.  Indossato l’abito del pellegrino, fece voto di recarsi a Roma a pregare sulla tomba degli apostoli Pietro e Paolo. Bastone, mantello, cappello, borraccia e conchiglia sono i suoi ornamenti.

Le statue di San Rocco lo rappresentano in veste di pellegrino, con il tabarro, il cappello a tesa larga, un bastone da viaggio a cui erano assicurate conchiglie per raccogliere l’acqua e una zucca vuota per conservarla, la bisaccia a tracolla. Altre statue di San Rocco lo raffigurano mettendo in evidenza le sue doti di guaritore:

egli era anche un ex studente di medicina, e così viene presentato con in mano le lancette che venivano utilizzate per incidere i bubboni della peste. E dal momento che anche lui venne contagiato, a un certo punto, viene presentato anche con i segni del morbo, una ferita sulla coscia che sembra stillare sangue.  Si dice che egli avesse una voglia a forma di croce sul petto, all’altezza del cuore, per questo i ritratti di San Rocco presentano spesso questo particolare decoro sugli abiti del Santo. Sempre nelle raffigurazioni di San Rocco troviamo un angelo e un cane: entrambi confortarono il Santo durante la malattia, il primo promettendogli la guarigione, il secondo portandogli ogni giorno un tozzo di pane perché potesse sostentarsi. Non è possibile ricostruire il percorso prescelto per arrivare dalla Francia nel nostro Paese: forse attraverso le Alpi per poi dirigersi verso l’Emilia e l’Umbria, o lungo la Costa Azzurra per scendere dalla Liguria il litorale tirrenico.

Certo è che nel luglio 1367 era ad Acquapendente, una cittadina in provincia di Viterbo, dove ignorando i consigli della gente in fuga per la peste, il Santo chiese di prestare servizio nel locale ospedale mettendosi al servizio di tutti. Varie tradizioni segnalano la presenza del Santo a Rimini, Forlì, Cesena, Parma, Bologna. Certo è che nel luglio 1371 è a Piacenza presso l’ospedale di Nostra Signora di Betlemme.

Qui proseguì la sua opera di conforto e di assistenza ai malati, finché scoprì di essere stato colpito dalla peste. Di sua iniziativa o forse scacciato dalla gente si allontana dalla città e si rifugia in un bosco in una capanna vicino al fiume Trebbia. Qui un cane simile ad un Épagneul Breton lo trova e lo salva dalla morte per fame, portandogli ogni giorno un tozzo di pane, finché il suo ricco padrone seguendolo scopre il rifugio del Santo. Intanto in tutti i posti dove Rocco era passato e aveva guarito col segno di croce, il suo nome diventava famoso. Tutti raccontano del giovane pellegrino che porta la carità di Cristo e la potenza miracolosa di Dio. Dopo la guarigione San Rocco riprende il viaggio per tornare in patria.

Le ipotesi che riguardano gli ultimi anni della vita del Santo non sono verificabili. La leggenda ritiene che San Rocco sia morto a Montpellier, dove era ritornato.

E’ invece certo che si sia trovato, sulla via del ritorno a casa, implicato nelle complicate vicende politiche del tempo: San Rocco è arrestato come persona sospetta e condotto a Voghera davanti al governatore. Interrogato, per adempiere il voto non volle rivelare il suo nome dicendo solo di essere “un umile servitore di Gesù Cristo”. Gettato in prigione, vi trascorse 5 anni, vivendo questa nuova dura prova come un “purgatorio” per l’espiazione dei peccati. Quando la morte era ormai vicina, chiese al carceriere di condurgli un sacerdote; si verificarono allora alcuni eventi prodigiosi, che indussero i presenti ad avvisare il Governatore. Le voci si sparsero in fretta, ma quando la porta della cella venne riaperta, San Rocco era già morto: era il 16 agosto di un anno compreso tra il 1376 ed il 1379.  San Rocco fu sepolto con tutti gli onori. Sulla sua tomba a Voghera cominciò subito a fiorire il culto al giovane Rocco, pellegrino di Montpellier. Il Concilio di Costanza nel 1414 lo invocò santo per la liberazione dall’epidemia di peste ivi propagatasi durante i lavori conciliari.

Secondo la tradizione San Rocco (patrono di Casignana) avrebbe salvato il paese da una terribile pestilenza. In seguito a questo avvenimento fu fondata la confraternita di San Rocco, attiva ancora oggi. Le prime notizie storiche su questo gruppo religioso risalgono al 1894, anno in cui il vescovo Mangeruva ne approvò lo statuto. Dopo la strage di Casignana del 1922 la confraternita si sciolse ricostituendosi soltanto nel 1945. Oggi conta circa quaranta associati e ha un proprio gonfalone.

La Villa Romana in Loc. Palazzi;

Adagiata lungo l’antico itinerario che collegava Rhegion a Locri Epizefiri si trova la Villa romana di età imperiale (risalente circa al I secolo d.C.), in contrada Palazzi: un’area di circa 8.000 mq composta da circa venti ambienti disposti intorno ad un cortile centrale in cui sono presenti terme, una fontana monumentale, le latrine e un giardino decorato a mosaico. Si tratta di uno dei siti archeologici più importanti dell’Italia meridionale, fra quelli di maggiore interesse di tutta la Calabria e conserva splendidi mosaici di grande valore artistico. Il complesso sorge tra Bianco e Bovalino, lungo la Statale 106 affacciato sulla costa del Gelsomini.

Un luogo che trasuda storia e arte, venuto alla luce quasi per caso nel 1963 durante dei lavori per la costruzione dell’acquedotto. Ma è solo alla fine degli anni ’90 che il sito viene interessato dai primi scavi e interventi di restauro.

La villa, probabilmente di proprietà di un console romano, si arricchisce di due grandi aree termali (orientali e occidentali), impreziosite da mosaici pavimentali di grandissimo pregio, composti da marmi policromi provenienti dalla Grecia e dall’Asia Minore e raffiguranti immagini mitologiche quali le Nereidi, le Quattro stagioni, Bacco. Oltre alla sala “absidata” che è l’ambiente più grande che è stato scoperto, la villa si compone anche della “Sala delle Nereidi”, “Sala di Bacco” e “Sala delle quattro stagioni”. Gli studi e le ricerche condotte negli ultimi anni, consentono di stabilire che il complesso sia stato abitato almeno fino al VII secolo d.C..

Di rilievo, inoltre, specie per il contributo fornito agli studi sul culto dei morti in epoca romana, è l’area della necropoli in cui sono presenti tombe ancora integre.

Le Grotte Preistoriche (Loc. Varta)

Caverne naturali, con vestigia d’insediamenti risalenti all’ultima Età della Pietra (Neolitico) e alla prima Età dei Metalli (Eneolitico). Come la Grotta di San Florio (San Grolio) nella collina sovrastante Casignana in  Loc. Faccioli, dove fino a qualche decennio fa, insisteva una grotta a più livelli, che sembra sia stata abitata da San Florio, originario di Samo, il quale giunse in questi boschi per condurre una vita ascetica nella preghiera ed in penitenza.

Purtroppo tra gli anni ‘50/’60 tale grotta venne distrutta per produrre pietre necessarie alla costruzione di un terrapieno per far passare la strada provinciale che oggi collega Casignana al resto del circondario di Bianco.

Le sorgenti di Casignana:

Casignana fu anche un centro conosciuto per le sue acque minerali medicamentose. Infatti a pochi km dal centro di Casignana in loc. Favate, vi è una sorgente termale ancora oggi in uso per le sue proprietà curative delle sue acque e dei suoi fanghi dalle peculiarità riconosciute anche da alcune strutture termali del territorio.

INFO E CONTATTI: Pro Loco Casignana ETS 

Stagione incendi 2022: nessun alibi è più ammissibile!

Già le prime giornate di giugno ci consegnavano la prima afa della stagione e con gli incendi di questi giorni, le immagini dell’estate scorsa si riaccendono nelle nostre menti. Dobbiamo fare tutto il possibile affinché quanto successo l’anno scorso non accada mai più e dobbiamo farlo partendo da noi, senza mai però dimenticare gli Enti titolati all’intervento sia in termini di prevenzione, che di spegnimento, che di repressione del fenomeno. Quello che oggi siamo costretti a chiederci è: cosa è stato fatto da un anno a questa parte? Domanda che abbiamo posto come Coordinamento Aspromonte (costituitosi il 26 marzo a Roccaforte del Greco, per contribuire alle strategie di prevenzione AIB per la stagione 2022) nell’incontro tenuto in Prefettura già il 21 di aprile c.a., a tutti gli Enti coinvolti.
Il tempo delle ipotesi è scaduto, gli alibi sono stati usati tutti e quindi oggi i “diremo”, “faremo”, “agiremo” non hanno altro significato che ammettere la colpa di chi li pronuncia. Né saranno ammissibili scarichi di responsabilità, perché ognuno dovrà rispondere di ciò che avrebbe potuto fare (anche poco) e non ha fatto. Non era e non è nelle nostre corde puntare il dito o fare polemica, né parlare di cose che non conosciamo e abbiamo scelto una strada condivisa e costruttiva. Tutti noi (sono oltre 35 le sigle componenti il Coordinamento) ci siamo impegnati per fornire le nostre competenze e capacità agli Enti che, ad oggi, non hanno ritenuto di voler prendere in considerazione a quanto ne sappiamo.
Abbiamo elaborato proposte concrete e messo nero su bianco dati, studi, elaborazioni grafiche e tutto quanto ci è sembrato utile ed opportuno fornire agli Enti preposti per prevenire e combattere il fenomeno degli incendi boschivi, che oggi torna a far paura.
A tale scopo abbiamo formulato alcune analisi che abbiamo poi trasformato in vere e proprie proposte inviate il 16 maggio a: Regione Calabria, Prefettura di Reggio Calabria, Ente Parco Nazionale dell’Aspromonte, Città Metropolitana di Reggio Calabria e per conoscenza anche a Reparto Carabinieri Parco Nazionale Aspromonte, Azienda Calabria Verde e Comando Vigili del Fuoco di Reggio Calabria.
Nessun Ente interpellato ha ritenuto, ad oggi, di dover chiedere approfondimenti.

Ecco le nostre proposte.

1️⃣ Mappatura delle vie d’accesso ed attraversamento della montagna:

avere contezza della presenza e manutenzione ed in generale dell’accessibilità della rete viaria e dei sentieri carrabili è fondamentale per un pronto e rapido intervento. Per tale motivo, abbiamo elaborato una sorta di catasto delle vie d’accesso all’area del Parco, composto sia dalla rete viaria vera e propria (asfaltata e non) che da alcuni sentieri da considerarsi carrabili, evidenziati in rosso in una cartografia allegata.
Su questi ultimi abbiamo chiesto di porre particolare attenzione agli enti preposti oltre che di verificarne la percorribilità con mezzi anti incendio.
Su queste vie segnalate riscontriamo già diversi problemi di accessibilità ed abbiamo chiesto, quindi, di stimolare gli enti preposti ad intervenire per il ripristino delle situazioni di criticità. Sul punto abbiamo anche espresso la nostra disponibilità a sostenere eventuali iniziative o collaborazioni fattive per le attività di verifica.

2️⃣La visibilità dei focolai:

individuare un focolaio in tempi rapidi è uno degli obiettivi primari di qualsiasi strategia AIB, sia ai fini dell’intervento di spegnimento che repressivi. Per cui la visibilità del territorio dai punti panoramici resta essenziale ed è per questo che abbiamo svolto un’analisi dello stato dell’arte dei punti di avvistamento stabiliti nel piano AIB dell’Ente Parco Nazionale dell’Aspromonte. Dalla nostra analisi emerge che quasi il 70% del territorio non è visibile dai punti individuati che, seppur valenti e strategici, risultano insufficienti. Inoltre, c’è da aggiungere che una parte del territorio scoperto è comunque a minor rischio, ma nonostante questo riteniamo che sia necessario implementarli.
La nostra proposta è, quindi, aggiungere ulteriori punti di controllo nelle zone indicate secondo un nostro studio allegato, dove si trovano le cartografie relative a:
– mappa dello stato dell’arte con i punti attuali;
– mappa scenario 1, con punti aggiuntivi (chiamati delle associazioni);
– mappa scenario 2, con punti di osservazioni attuali ma muniti di UAVs (drone) posizionato a 60 metri dal suolo in posizione di hovering;
– mappa scenario 3, con punti di osservazioni attuali implementati con punti aggiuntivi (chiamati delle associazioni) e tutti muniti di UAVs posizionato a 60 metri dal suolo in posizione di hovering.

3️⃣ I droni nelle fasi di spegnimento e successiva analisi del danno:

Le soluzioni tecnologiche di cui oggi disponiamo possono essere un validissimo aiuto anche nelle strategie AIB. La nostra proposta è di prendere in considerazione lo studio allegato, relativo all’utilizzo di UAVs anche nelle fasi di spegnimento, in ausilio ai DOS (direttore operazioni di spegnimento). Tale attività, già sperimentata negli anni passati, si è dimostrata molto utile consentendo di:
– segnalare le precise coordinate su cui indirizzare eventuali lanci con precisione, grazie a termocamere;
– supportare le operazioni in quelle zone di difficile accesso, identificando (sempre con termocamere) i fronti dell’incendio e la situazione generale;
– monitorare e confermare le operazioni di bonifica;
– analizzare le aree percorse dal fuoco in una fase successiva.
Crediamo, quindi, che tali strumenti, tra l’altro già presenti, debbano essere integrati nelle operazioni AIB.

4️⃣ Contratti di responsabilità:

Estendere il modello del PNA dei Contratti di responsabilità ai Comuni, mettendo a bilancio regionale o metropolitano delle cifre dedicate alle attività AIB, con premialità a contrario, ovvero meno territorio percorso dal fuoco, più fondi trasferiti.

5️⃣ Modello previsionale:

I dati e la loro sistematizzazione potrebbero essere un ausilio fondamentale in tutte le fasi delle strategie AIB. Quello che proponiamo è di costruire un modello unificante di tutti i dati utili tramite GIS, che contenga nei vari strati informativi:
– aree percorse dal fuoco, compreso lo storico;
– strade e sentieri di accesso per mezzi antincendio;
– toponimi;
– punti avvistamento con analisi visibilità;
– posizione squadre, mezzi ed attrezzature;
– posizione bacini idrici e vasche;
– carta vegetazionale (con vegetazione reale e potenziale);
– mappe dei rischi (ad es. frane);
– mappe del valore naturalistico (flora e fauna)
– percorsi e sentieri;
– rete natura 2000;
– punti d’innesco accertati dei focolai;
– limiti amministrativi;
– i divieti di legge;
– etc.
Tali punti sono meramente esemplificativi ed un modello potrebbe contenere tutto ciò di cui si hanno dati, che possa essere ritenuto utile ed opportuno per l’AIB.
Da parte nostra, riteniamo che sia molto utile in tutte le fasi, in particolare in quella di prevenzione e repressione del fenomeno. Un modello di questo tipo potrebbe aiutare ad elaborare strategie di controllo del territorio, meglio posizionare le squadre addette allo spegnimento ed i punti di osservazione, prevedere attività di monitoraggio e prevenzione nelle aree di maggior pregio e molto altro.
In generale, sarebbe uno strumento di armonizzazione dei dati in possesso dei vari Enti, finalizzato alla programmazione di strategie utili e raffinate per combattere il fenomeno degli incendi boschivi.
Pertanto, ci siamo messi a disposizione per sostenere con le nostre competenze l’eventuale realizzazione di tale strumento.

6️⃣ Attività di sensibilizzazione:

Dobbiamo fare tutto il possibile per promuovere i valori di protezione civile e sensibilizzare la popolazione rispetto ai rischi e danni degli incendi.
Per questo abbiamo proposto di svolgere almeno 3 iniziative pubbliche, a cura della Città metropolitana e dell’Ente Parco con la collaborazione di tutti gli Enti.

7️⃣ Un vademecum per tutti:

Strutturazione e pubblicazione di un vademecum per cittadini ed escursionisti, finalizzato a comunicare i comportamenti corretti da tenere e le corrette modalità di segnalazione di un incendio.
Unitamente alle proposte abbiamo, inoltre, fornito una serie di studi preliminari sugli impatti degli incendi 2021, da noi elaborati, oltre che le mappe dei divieti e dei territori percorsi dal fuoco dal 2008 al 2021.
Non vogliamo, né possiamo, sostituirci alle responsabilità e competenze di altri, ma vogliamo semplicemente che ognuno faccia la propria parte, nel rispetto delle proprie competenze.
Da parte nostra ci siamo resi disponibili nei confronti di qualsiasi ente coinvolto, per approfondire ogni singolo tema con riunioni specifiche e fornendo info più dettagliate. Tutto è stato inviato in via ufficiale, per cui non è possibile sostenere che i cittadini non abbiano tentato di aiutare le istituzioni.
Tutti gli allegati, gli studi, le cartografie ed i vari file sono disponibili per la libera consultazione al seguente link:
Nel frattempo, il territorio continua a bruciare e continueremo a chiedere, fino allo sfinimento: è stato fatto tutto il possibile per evitarlo?

Coordinamento Aspromonte

Cavalli infuocati nelle notti d’estate

Difficile stabilire luogo e origine di una tradizione, Bruno Cimino nel suo volume “Tropea perla del Tirreno” scrive che “per ricordare la cacciata definitiva degli infedeli saraceni dal territorio di Tropea… durante la festa de “i Tri da Cruci” si rappresenta una tra le figure più odiate dal popolo, quella dell’infedele turco quando in groppa ad un cammello girava per la città e per i casali con il compito di riscuotere le tasse. La singolare rievocazione si svolge con la cattura dell’usuraio, raffigurato da un fantoccio, che viene legato ad un cammello di legno imbottito di fuochi pirotecnici accesi per l’allegorico “ballo du cameju“.

A Seminara, ci racconta il farmacista Domenico Spinelli, si esce anche con lo “Scavuzzu“, lo schiavetto, uno strano personaggio nero in groppa ad un cammello. Lo Scavuzzo segue il corteo dei giganti che sono preceduti a loro volta da un fantoccio di un cavallo che apre il festoso corteo processionale. Questi fantocci ricoperti di carta velina, di tessuto o nudi di canne legate, sono sempre ciucci, cammelli e cavallucci simulacri di animali arcaici che vengono costruiti per sfilare lungo le strade dei nostri paesi, da soli o con i giganti. Sono animali finti che simboleggiano goffi personaggi del periodo saraceno, l’ingresso dei normanni, il trionfale ingresso a Messina di Ruggero d’Altavilla, o semplicemente voraci belve che mangiano di tutto. Secondo alcuni racconti popolari il ballo si riferisce all’incendio delle navi musulmane ad opera della flotta cristiana nella Battaglia di Lepanto. Altre volte il fantoccio dell’animale viene bruciato e questa operazione ha dei riferimenti propiziatori, di protezione, con una funzione apotropaica: il fuoco purificatore chiude la festa e riporta la normalità del quotidiano vivere.

I camejuzzi i focu sono costruiti da scheletri di canna lavorata e da listelli di legno, che vengono rivestiti di carta e successivamente abbelliti con carta velina di diversi colori. Alla costruzione provvedono di solito sempre le stesse persone, fuochisti che tramandano a familiari le esperienze e le informazioni necessarie. Questi personaggi animaleschi sfilano la sera a conclusione della festa e culmina con l’accensione dei fuochi pirotecnici. Un ballo infuocato per purificare il territorio dalle influenze negative, è questa la profonda simbologia di questo rituale di chiusura delle feste nei nostri paesi.  La tradizione del camejuzzu i focu tende a sottolineare la funzione protettiva dalle negatività con il suo sopravvissuto rituale di esorcizzazione del nemico invasore turco. Per alcuni “u camejuzzu i focu” simboleggia proprio la cacciata dei musulmani che, per un certo periodo, dominarono alcune città della Calabria ed andavano a riscuotere i tributi con i loro cammelli. 

Nel ballo infuocato viene allestito un cammello costruito in modo rudimentale con delle canne riempite di polvere da sparo e cariche esplosive e girandole esplodenti. Quando la festa si conclude un uomo si carica sulle spalle il cammello di canne ed inizia a ballare al ritmo frenetico di tamburi assordanti. Il ballo si protrae per circa un quarto d’ora o mezz’ora tra fumo, spruzzi colorati di fiamme, scoppiettii di petardi e poi I 8n crescendo fino all’esplosione della girandola colorata posta all’altezza della coda”.

 

Fonte: https://www.italiamappata.it/calabria/vv/2105-favelloni/storia/

koinè

Koinè; una nuova stagione per Kalabria Experience

Kalabria Experience, inaugura, se pur virtualmente, una nuova stagione, che vuole essere un monito, un augurio, un linguaggio che unisce la CALABRIA in un unico fattore denominatore. #Koinè è un termine che vuole dar seguito a tutto ciò che in questi anni passati e grazie alle preziose collaborazioni di tutti i soggetti coinvolti; Associazioni, Guide, Aziende, Ricercatori, Fotografi, Video-maker in questo progetto, vuole ribadire quella mission legata all’identità di questa terra, culla di popoli e culture, terra di bellezza e di contraddizioni, di colori e di profumi. L’auspicio che noi possiamo augurare in questa nuova stagione è che la nostra Koinè culturale possa nuovamente tornare e parlarci nel cuore, trasferendoci ancora più forte, quell’amore che ogni giorno possiamo ri-dare al mondo, parlando di bellezza,di storie, di vita, di popoli e di riscatto!

koinè

KOINE’, perchè questo slogan?

La lingua greca comune, basata sul dialetto attico, che a partire dal IV° secolo a. C., con le conquiste di Filippo e di Alessandro il Macedone, si diffuse in tutto il Mediterraneo centro-orientale ellenizzato, limitando e quindi eliminando progressivamente le parlate e i dialetti locali. Quando la cultura greca si estese ai complessi organismi statali sorti sull’impero di Alessandro Magno, si affermò come lingua parlata e come lingua scritta e letteraria, imponendosi anche a parlanti di origine non greca; è alla base del greco moderno con le sue varietà dialettali. Per meglio intendersi è una lingua comune, come uso linguistico accettato e seguito da tutta una comunità nazionale e su un territorio piuttosto esteso, con caratteri uniformi, in contrapposizione ai dialetti locali e alle parlate regionali, territorialmente limitati e disformi.
E appunto, Kalabria Experience vuole essere una lingua comune, uno stile di vita, da poter essere compresa in tutto il mondo, e nel mondo diffondersi e radicarsi sotto una sua identità che accomuna il territorio ed il nostro sentire per questa terra meravigliosa che ci accoglie, che ha voglia di farsi capire, di farci innamorare…

Non abbiamo ancora redatto un calendario con le esperienze che caratterizzeranno questa stagione 2022, stiamo lavorando su un progetto binario a Koinè che speriamo possa vedere luce ad Aprile prossimo!

Ovviamente vi terremo aggiornati sui nostri canali social

Pietrapennata (Palizzi), Storia di un popolo venuto dal mare…

Pietrapennata è un piccolo borgo semiabbandonato che appartiene al comune di Palizzi in provincia di Reggio Calabria sorge a 670 metri sul livello del mare ai piedi del Monte Punta di Gallo. Le sue origini sono antichissime, come del resto la maggior parte dei borghi dell’entroterra Italiano, basti pensare che i primi abitanti furono dei popoli provenienti da Malta, come appunto testimoniano ricerche e idiomi ancora oggi in uso dalla popolazione locale, infatti gli abitanti di Pietrapennata vengono ancora oggi chiamate “martisi”.

Il borgo non ha una struttura urbana di tipo classico-medievale con castello e fortificazioni, ma nasce e si sviluppa come insediamento rurale che anticamente aveva generato dei profondi contrasti con la vicina Palizzi (oggi più comunemente chiamata Palizzi Superiore), tra gli abitanti dei due paesi infatti vi erano profonde divergenze date le culture, ma oggi poco conta questo. Esiste un legame giurisdizionale che lo accomuna a Palizzi Superiore ovvero; il lento e inesorabile spopolamento dovuto all’emigrazione che sta svuotando anche i pochi centri storici dell’entroterra Calabrese.
Giungendo al vecchio borgo di Pietrapennata si intravedono i ruderi delle antiche abitazioni sono Infatti percepibili nella parte bassa del Borgo dove si vedono ancora qua e là le mura di case costruite con pietra locale “marmo brecciato di Palizzi”

A far da cornice a questo borgo è sicuramente la “rocca di Sant’Ippolito” come una “piuma di pietra” deve aver affascinato molto anche Edward Lear che trovandosi a passare da queste parti scrive nel suo “Diario di un viaggio a piedi” anno 1847”

Oh, boschi rari di Pietrapennata! Io non ricordo di aver visto un più bel posto di quello della «roccia alata», nominata appropriatamente «piumata» com’è sin dalla base alla cima. 

Probabilmente è grazie a questo elemento naturale che il borgo ha preso il nome, o come suggeriscono gli anziani, deriverebbe dal termine in dialetto “pinnata” che significa “capanna” e appunto “pietra della capanna”. Quel che emerge da ricerche storico-archeologiche, è che nei pressi di Palizzi sorgeva un monastero, e che questo avesse a che fare con il Santuario della Madonna della Lica o dell’Alica (a circa 2 km di distanza da Pietrapennata) lo si deve alla teoria che quasi certamente, il monastero di Sant’Ippolito abbia in epoche successivamente dedicato lo stesso, alla Vergine della Lica, una statua in marmo di alabastro di scuola Gaginiana, che oggi è possibile ammirare nella chiesa dello Spirito Santo nel cuore del borgo.

La statua a mezzobusto della madonna pare sia arrivata sin qui dalla Sicilia e sbarcata miracolosamente nella marina di Palizzi, all’alba della battaglia di Lepanto, quando i cristiani sbaragliarono definitivamente l’avanzata Musulmana in occidente. Grazie alle ricerche storiche, possiamo certamente dire che la chiesa della Lica in effetti non fosse altro che una grangia dello stesso Monastero di Sant’Ippolito che cambiò il titolo in occasione dell’evento storico di Lepanto e dell’arrivo di questa statua.

Cronache storiche ci narrano anche della festa della madonna che ogni anno aveva luogo l’ 8 Maggio, con una grande fiera che i monaci organizzavano nella vallata antistante la chiesa, un evento di forte richiamo per le genti del territorio, che per fede e per necessità si recavano in carovana in questa valle che un tempo era coltivata, come ci dimostrano i muretti a secco che oggi cadenti e quasi scomparsi ci danno la prova certa di ciò che questo luogo è stato nei secoli addietro.

I Ruderi dell’ antica abbazia della Madonna della Lica sono ancora meta di appassionati ed escursionisti, oggi questo luogo vede centinaia di gruppi che scelgono di giungere sin qui per ammirare ciò che resta di quello che le cronache indicano un santuario con una forte importanza sul territorio. Sull’etimologia del nome Madonna della Lica o dell’Alica, alcune ipotesi dettate dal grande archeologo e storico “Domenico Minuto” asseriscono che il termine “Alica è Alicia” si trovavano già nel XVII° secolo e sembrano avvalorare la certezza che in quell’epoca nella bovesìa il significato della parola volgare “lega o Liga” era meno nota dell’attuale termine greco “Alithia” termine che ancora oggi è comune nell’area Ellenofona anche nelle varianti di Alìsia e Alìa che significa appunto “la verità”.

Chiunque giunge a Pietrapennata sicuramente si troverà di fronte un piccolo paesino ancora caratterizzato da piccole case umili in pietra locale, talvolta incastonate tra le rocce. Colpisce infatti la visione dello scenario intorno a questo posto, le case abbandonate, il silenzio, il vento, la rocca di Sant’Ippolito che maestosa e sinistra sembra imporsi in questo contesto, macchiato dalla modernità dei ripetitori piantati come alberi sulla cima di Punta Gallo.

Qui il silenzio a volte è sconvolgente, ti lascia quasi l’amaro in bocca quando te ne vai. Sicuramente giungere a Pietrapennata non è un viaggio organizzato, ma neanche adatto a chi ama la frenesia turistica di altri centri calabresi che rientrano tra le eccellenze turistiche del territorio. Ma giungere a Pietrapennata significa fare un salto nel passato, constatando che l’abbandono di questo borgo sta determinando la lenta morte di un Aspromonte che ancora custodisce dei tesori incompresi, delle perle che difficilmente le masse potranno cogliere, se non motivate da una forte necessità di comprendere questa terra.

Una terra fatta di persone che con forza resistono a quella modernità ingannevole che ha generato nel tempo una lenta ed inesorabile distruzione di popoli, di culture e di storia, che altrove avrebbero trovato senz’altro un motivo per rinascere in una nuova linfa vitale per questi luoghi.

Di ©Carmine Verduci

 

I cinque martiri di Gerace; storia e vicissitudini di uomini-eroi

Con ogni probabilità, l’idea dell’insurrezione calabrese del 1847 nasce a Napoli: qui Domenico Mauro dialoga con Benedetto Musolino, sua vecchia conoscenza, e con Mario Poerio; ad essi si associano sempre più spesso, nelle riunioni segrete delle sette: Domenico Romeo, che per la sua attività di ispettore delle dogane (in particolare, deteneva la regìa dei tabacchi) e per l’incarico di gestire la distribuzione di grano e farina nella provincia Ultra Prima poteva correre su e giù per il regno senza destar sospetti (sarà l’organizzatore ed il capo indiscusso della rivolta); Gaetano Ruffo che, con Michele Bello e Pietro Mazzone, fu poi incaricato di tenere i contatti con i liberali di Reggio Calabria durante il periodo in cui i primi due collaboravano alla Fata Morgana; Casimiro De Lieto, che, grazie anche alla conoscenza delle lingue[, teneva stretti contatti con l’estero, soprattutto con l’Inghilterra, e faceva parte del gruppo di liberali attivi a Reggio assieme ai fratelli Agostino ed Antonino Plutino ed al canonico Paolo Pellicano. Ne fu quasi ovvia scaturigine un piano eversivo che, per la prima volta, usciva dai ristretti ambiti locali e circondariali per dotarsi di un respiro e di obiettivi a più ampio raggio: avrebbero dovuto, infatti, contemporaneamente scoppiare delle insorgenze in più punti periferici del regno (Palermo e Messina in Sicilia, Reggio e Cosenza in Calabria) per distrarre le forze di polizia ed allontanarle da Napoli, su cui è probabile che avrebbe dovuto marciare un contingente di rivoltosi dagli Abruzzi, i quali avrebbero trovato Poerio e Mauro pronti ad assumere nella capitale le redini della rivolta. I lunghi preparativi, non ancora compiutamente ultimati, ricevettero probabilmente un’improvvisa accelerazione a causa della carestia, scoppiata improvvisamente verso la fine del 1846, durante la quale, tra l’altro, Michele Bello si distinse per il prodigarsi in favore della popolazione più indigente.

Fra tutti i cospiratori, Domenico Romeo era il più attivo, ma anche il più impaziente, e, forse per sfruttare tanto il “vantaggio” del malcontento venutosi a creare per la carestia, quanto quello della popolarità guadagnata da chi, fra i liberali, si era dato molto da fare per alleviare i disagi del popolo, premeva affinché l’insurrezione avesse inizio, nonostante il parere avverso sia dei Comitati di Palermo e Napoli, generalmente più moderati, sia di quelli di Catanzaro e Cosenza, fortemente preoccupati per il perdurare sul loro suolo delle truppe stanziate a seguito della vicenda Talarico e degli episodi di brigantaggio di cui si è detto.

Gli eventi, comunque, precipitarono inaspettatamente a Messina, dove la rivolta scoppiò in anticipo, il 1º di settembre. L’atto colse gli stessi messinesi impreparati, tanto che, dopo alcune brevi scaramucce con alcune vittime dall’una e dall’altra parte, nell’arco della stessa giornata i tumulti vennero sedati e le truppe governative ripresero il controllo della situazione, non senza dar luogo alla ormai solita scia di sangue: due condannati a morte nell’immediatezza dei fatti, (di cui uno, essendo sacerdote, ebbe la pena sospesa in attesa di un pronunziamento definitivo di un apposito consiglio di Vescovi), altri dieci, in seguito.

Il 2 settembre Domenico Romeo ruppe gli indugi ed entrò in Reggio alla testa di un nutrito gruppo di rivoltosi, tra sei ed ottocento, in gran parte suoi compaesani di Santo Stefano d’Aspromonte (detti “Stefaniti”): la capitale di Calabria Ultra Prima fu occupata senza il benché minimo spargimento di sangue, e fu letto un proclama, scritto da Casimiro De Lieto, che val la pena riproporre nei suoi passi più importanti:

Reggio alle Province di Napoli e di Sicilia: “Fedeli alle nostre promesse, noi abbinino innalzato i tre colori della indipendenza nazionale Italiana, col fragoroso Ap­plauso dì Viva il Re Costituzionale Ferdinando Secondo, Viva la Libertà. La costituzione del 1820, così felicemente ottenuta, così spontaneamente giurata, violata poscia e tradita, veniva (senza diritto) invasa e distrutta dalla baionetta dello straniero. Quanti mai, nei trascorsi 26 anni, tentarono di risvegliarne la rimem­branza, comprarono col proprio sangue quel martirio politico che ne santifica la loro memoria. Fratelli! alle armi! — ricor­diamo il sangue dei Martiri. Il progresso della libertà civile e politica, in parecchi dei diversi stati d’Italia, e più che in tutti, nello stato del Religioso ed Evangelico Vicario di Gesù Cristo il Glorioso Pio Nono, ci conferma nel sacrosanto desiderio di divenir liberi. Gloria presente e futura al Vicario di Gesù Cri­sto, Pio Nono! […] Rispetto alle persone ed alle proprietà! Non è Cittadino, chi invilisce il nobile pensiero di libertà nella bassezza degli odii privati. Noi vogliamo l’ordine, e guai e morte a chiunque s’attenterà di disturbarlo o di opporsi alla nostra Santa Risoluzione, che è la Redenzione della Patria. Noi vogliamo, al paro delle più civili nazioni d’Europa, un go­verno costituzionale rappresentativo, poggiato sopra forza ve­ramente nazionale, e con tutte quelle garentìe che assicurano la libertà e l’eguaglianza dì tutti i Cittadini davanti alla legge.[…]” Reggio Calabria, 2 settembre 1847.

Un secondo manifesto, poi, circolò in Reggio, a firma di Antonino Plutino e Domenico Romeo, che riproponeva i medesimi concetti; ed infine, un terzo, diretto a tutti gli italiani:

All’Italia redenta: “Le basi fondamentali della grandezza Italiana sono piantate da Pio Nono in quella terra superba che sempre fu l’ammirazione del mondo e de’ secoli. Opera sublime, redenta da questo Angelo ce­leste nella casa di Dio sotto gli auspici di sacrosanta Religione, fa sentire in ogni cuore nobili impulsi da elevarsi a grandi imprese. Italiani, quel vostro vivo fuoco è estinto? No! represso per la cattività dei tempi, sotto aure propizie, per quanto represso, span­derà tanta luce da rendere gloriosa l’Italia sopra tutte le nazioni civilizzate d’Europa. Calabresi! Siciliani! non siete voi Italiani? non volete emanciparvi, degeneri degli illustri avi? […] Non è credibile che il vostro petto non avvampi di quel fuoco celeste che la natura fa vedere e sentire in ogni angolo della no­stra classica terra. […] Oggi la maschera dell’ipocrisia è incenerita sull’istesso Altare che venia profanato l’Evangelo. Pio Nono, verace apostolo di Gesù Cristo, rivendica la verità autenticata col sangue prezioso dell’Orno Dio, protestandosi imperterrito difenderla a fronte di quei perfidi aborti della natura, nemici di Dio, che tuttora persistono nell’ini­quità dei loro andamenti. Stendiamo una volta generosamente la destra, vincolo e legame della nostra inviolabile amicizia; deponiamo ogni nostro rancore contro i traviati con puro sentimento di perdono, purché pentiti faccian ritorno nel giusto sentiero. In fine, concordi giuriamo col nostro sangue: vincere o morire”.                                              Reggio, il dì 2 Settembre 1847.

I primi provvedimenti della Giunta Provvisoria, con a capo il canonico Pellicano, riguardarono lo scioglimento della privativa dell’acqua marina, il dimezzamento del prezzo del sale e dei tabacchi e l’abolizione immediata della tassa sul macinato, già prevista dal governo per l’inizio del successivo anno. Furono anche aperte le prigioni e liberati i soli detenuti politici.

Il giorno successivo, 3 settembre, la rivolta si concretizzò nel Distretto di Gerace, con partenza da Bianco: ivi, agli ordini di Michele Bello, Rocco Verduci e Domenico Salvadori, si ripetettero le scene ed i provvedimenti amministrativi di Reggio, e, saputa della partenza di Gerace per Bianco del sottendente Bonafede, lo si intercettò per mare e lo si fece prigioniero, mantenendogli però salva la vita e usandogli tutto il rispetto che in una società civile è dovuto ai prigionieri. I rivoltosi, quindi, si avviarono per Bovalino, dove era ad attenderli Gaetano Ruffo con altri insorti. Non tutti i comuni si schierarono dalla loro parte: San Luca prima, Gerace poi, ed infine Mammola, non consentirono l’ingresso ai liberali, mentre Ardore, Siderno, Gioiosa e Roccella (dove aspettava l’ultimo dei Cinque capi, Pietro Mazzone), si unirono ai primi, ingrossandone via via le fila fino a circa un migliaio.

Mentre questi erano gli sviluppi nel Distretto di Gerace, a Reggio, però, la situazione precipitava: poco dopo il mezzogiorno del 4 settembre, comparvero al largo le due fregate Ruggero e Guiscardo cariche di truppe (in parte sbarcate a Pizzo per dirigersi via terra verso Gerace), che iniziarono a bombardare la capitale. Gli insorti, colti di sorpresa, si ritirarono sulle montagne, dove Domenico Romeo, prima ferito, fu poi ucciso in uno scontro a fuoco, decapitato, e la sua testa, infilata su una pertica, fu riportata in macabra processione a Reggio in segno di vittoria e di lugubre avvertimento ai pochi resistenti rimasti.

Il 5 settembre, la notizia della caduta di Reggio colse gli insorti a tarda sera mentre riposavano a Roccella: qui, nella notte, la luce di una lanterna in alto mare fu scambiata per un fanale di una delle navi da guerra inviate da Napoli e, consci tanto di essere in troppo poco numero per opporsi a truppe addestrate e munite di cannoni, quanto dell’inutilità di spargere inutilmente sangue, i capi preferirono sciogliere la colonna, dichiarando in tal modo conclusa, e sconfitta, la breve esperienza rivoluzionaria.

Nonostante il carattere incruento dell’insurrezione, la repressione fu, se possibile, ancor più dura del solito: secondo la copiosissima documentazione sui fatti raccolta da Visalli, i perseguitati dalla polizia borbonica per quei fatti furono in tutto ben 1392, di cui nove (i Cinque, a Gerace, e quattro figure di secondo piano, a Reggio) condannati a morte e fucilati, altri sette ebbero la pena di morte trasformata in lunghissime e durissime detenzioni, un’infinità fu condannata a pene assolutamente spropositate (Giovanni Ruffo, fratello sedicenne del Martire Gaetano, per aver confiscato un fucile ad una guardia urbana, peraltro rilasciandogli una ricevuta, fu condannato a sedici anni, scontandone poi “solo” tredici, per la liberazione avvenuta dopo l’occupazione garibaldina).

La lettura del resoconto completo del Visalli fa emergere, tra l’altro, alcuni episodi che fanno comprendere come mai il moto calabrese del ‘47, in sé non determinante, ebbe una tale eco nel Regno e nell’intera Nazione, da segnare addirittura un momento importante nella svolta che ebbero, da quel momento, i movimenti liberali in Italia.

Fra i tanti episodi, oltre a quello già narrato sul trattamento riservato al Bonafede una volta catturato, pare opportuno ricordarne altri due.

Il primo riguarda il momento del processo in cui i giudici militari cercarono, sia con minacce nemmeno troppo velate, che con lusinghe mirate a possibili riduzioni di pena, di far denunciare ai Cinque i nomi degli organizzatori, occulti e non, della sommossa: nessuno di loro parlò ed, anzi, scoppiarono anche degli alterchi fra Verduci e Bello da una parte ed i giudici dall’altra, a causa dell’insistenza eccessiva di questi ultimi, quando, alla ennesima richiesta del generale Nunziante, Verduci prima rispose: “che domande incivili! E chi mai potrebbe riscattare la vita con il prezzo di tanta vergogna! Io credo che voi, generale, da soldato d’onore, non avreste la forza di consigliarmelo”, per essere, poi, addirittura trattenuto a stento quando uno dei giudici sputò sprezzante sulla bandiera tricolore, addotta come prova a carico. Tutto ciò, nonostante uno dei capi, Domenico Romeo, fosse morto, e di tutti gli altri la polizia conoscesse perfettamente (per ammissione postuma dello stesso Bonafede) l’identità.

Il secondo episodio attiene a due soli dei Cinque: dopo l’infausta notte di Roccella, Mazzone e Ruffo scapparono verso Catanzaro, dove il primo contava sulla possibilità di aiuto ad espatriare da parte della potente famiglia della fidanzata, Eleonora Di Riso: ivi giunti, di fronte alla dichiarazione del futuro suocero di aver trovato un solo posto su un’imbarcazione in partenza clandestina per Malta, Mazzone rifiutò di utilizzarlo per non lasciare da solo il giovane amico, e, con lui, fece ritorno verso Bovalino, nonostante la pressoché certezza della cattura. In proposito, non è fuor di luogo ipotizzare che i due intendessero costituirsi; ma, mentre Ruffo fu catturato prima di poter giungere a Bovalino, Mazzone riuscì nell’intento di presentarsi spontaneamente: come si sa, nonostante le leggi dell’epoca non lo prevedessero, non se ne tenne conto in sede processuale ed anch’egli fu, poi, condannato a morte, ennesimo arbitrio della sanguinaria nomenclatura borbonica.

Per completezza di informazione, vi è da dire che, a seguito della concessione della Costituzione, si respirò (per poco, purtroppo), un’aria nuova nel Regno, tanto che i parenti delle Cinque vittime ritennero fosse possibile recuperare i miseri resti dei loro congiunti (dopo la fucilazione i corpi dei Martiri erano stati, infatti, gettati nella fossa comune, detta la Lupa, impedendone finanche la cristiana sepoltura) e, con grandissime difficoltà riuscirono a reperire due becchini dalla lontana Monteleone (oggi Vibo Valentia) specializzati nel recupero di salme: queste, appena ricomposte ed adagiate in delle bare, erano pronte per il trasporto ai paesi d’origine, quando intervenne la notizia del ritiro della Costituzione (che era stata giurata, ancora una volta, con la formula consueta “sulla Santa Trinità e sui Vangeli”), in seguito alla quale, il comandante militare di Gerace, colonnello De Flugy, fece arrestare i becchini e quanti si erano dati da fare per porre in essere quel semplice atto di umana pietà, e fece rigettare nella Lupa i resti ormai in avanzato stato di decomposizione dei Cinque giovani, in segno di ulteriore, terribile, inaccettabile, disprezzo.

I CINQUE MARTIRI DI GERACE;

Le lotte risorgimentali dovevano essere state ben fortemente impressionate dai fatti calabresi, se è vero, come è vero, che il 12 ed il 15 febbraio 1848, a Milano, nel profondo nord, i giovani dimostranti adottarono il “cappello alla calabrese” come simbolo distintivo del sentimento antiaustriaco, tanto da costringere le autorità ad emanare un provvedimento a mezzo del quale “si vietava rigorosamente il portare a pubblica vista il cappello che sia della forma così detta alla calabrese [… ] pena l’immediato arresto” (determinazione della delegazione provinciale di polizia austriaca nº 1207, Bergamo, 16 febbraio 1848).

E quanto, ancora, il ’47 calabrese abbia avuto influenza nell’immaginario collettivo del movimento risorgimentale italiano, è infine testimoniato da un’altro provvedimento di polizia austriaca, stavolta a Milano, che il 27 aprile 1859, cioè alla vigilia della 2º guerra d’indipendenza, e, soprattutto, ben 11 anni e mezzo dopo i fatti di Gerace e Reggio, emana un’apposita ordinanza per confiscare “pipe in radica o gesso che rappresentassero il cappello alla calabrese”.

Da subito, i fatti del ’47 destarono in tutta Italia sentimenti di commozione e di sentita solidarietà, e l’orrore per la barbara fucilazione di quei giovani fu oggetto di ampi resoconti in tutti i giornali liberali dell’epoca:
Le gazzette di Roma, di Toscana, di Piemonte, confutavano con minuti ragguagli le calunnie della stampa napoletana contro i liberali, ed il più sdegnoso linguaggio adoperavano L’Alba di Firenze, ed il Corriere Livornese: in Livorno anzi furono celebrate esequie solenni ai morti di Gerace, e rotte le insegne del consolato napoletano. […] i co­mitati di Palermo e di Napoli, già tendenti ad azione concilia­tiva, divennero deliberatamente rivoluzionari. Ed in Napoli alcuni giovani si diedero a tramare un colpo temerario, una disperata follia: assalire la carrozza reale, sequestrare o ucci­dere Ferdinando, e ricominciare in tal modo l’insurrezione”;

A Napoli, da quel momento, il motto della rivolta calabrese, “Viva l’Italia, viva la Costituzione, viva Pio IX”, divenne il motto dei liberali napoletani, e perdurò incessantemente fino a quando, appena tre mesi dopo (gennaio 1848), Ferdinando II, sulla fortissima pressione del popolo, non fu costretto a concedere la Costituzione, che, a sua volta, fu salutata con grande entusiasmo non solo a Napoli ma in tutta Italia. In particolare, nel Lombardo-Veneto la circostanza incoraggiò i patrioti che, in omaggio ai Martiri del Jonio (così erano detti allora) ripresero a portare il cappello alla calabrese come segno distintivo di fratellanza rivoluzionaria

Il simbolo rivoluzionario, è opportuno sottolinearlo, era già stato adottato dai patrioti napoletani prima del 27 gennaio 1848 (data della concessione della Costituzione):

Varie son le fogge dei cappelli. I governi assoluti si occupavano molto della lor forma. […] In Napoli, prima del 27 gennaio, chi portava il Cappello alla Calabrese o all’Ernani, andava a respirare l’aria di S. Maria Apparente (una delle carceri di Napoli). Ora vi è completa libertà di cappelli di qualunque forma […].

Si ha anche notizia che l’esibizione del cappello alla calabrese si ebbe pure a Treviso, Venezia, Roma, Palermo; a Modena, durante le rappresentazioni teatrali, riscosse addirittura un successo tale da indurre ai “soliti” provvedimenti di polizia, in seguito ai quali, esso fu sostituito dal “cappello alla Ernani” (ma, pare, riscuotendo minor successo). Nel tempo, quel simbolo ebbe una tale diffusione fra i liberali che anche Garibaldi ne fece uno dei propri emblemi di battaglia.

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