Il borgo di Casignana, tra Storia e fascino

Casignana ha origine dall’antica borgata Potamìa, fondata tra il IX e il X secolo dalle popolazioni joniche che, a causa delle invasioni saracene, abbandonarono le proprie terre. Il piccolo centro, costruito su un’alta rupe, era dominato da un imponente castello dal quale si potevano sorvegliare le vie carovaniere che andavano da Pietra Lunga a Pietra Cappa. Nel 1349, però, un violento terremoto distrusse quasi completamente il centro abitato e parte dei cittadini furono costretti a cercare rifugio nelle zone circostanti. I profughi, dunque, fondarono il paese di Casignano (modificato in Casignana nel XVIII secolo). Successivamente i cittadini rimasti a Potamìa abbandonarono definitivamente le proprie case e diedero origine all’attuale centro di S. Luca. Tra il 1496 e il 1589 Casignana fu casale della baronia di Condojanni (oggi S. Ilario dello Jonio) dalla quale passò in seguito alla famiglia Carafa, come avvenne anche a molti altri paesi vicini, per rimanere in suo possesso fino all’eversione dalla feudalità. e il 19 gennaio 1807 fu elevata a rango di Università nel governo di Bianco. Quattro anni più tardi (1811) il paese divenne Comune del circondario di Bianco. Il centro storico di Casignana sembra essere costituito da due realtà opposte. Da un lato un borgo fantasma dove stradine sterrate si insinuano tra case in pietra ormai diroccate e cadenti; dall’altro il nucleo dell’abitato, fulcro del paese.

DA NON PERDERE

Palazzo Moscatello;

Si trova nella zona “Chiesa Vecchia o Matrice”, oggi rimane soltanto la struttura in pietra con balconcini in ferro battuto recentemente restaurata e riqualificata. Le finestre del piano superiore hanno cornici lavorate. Le calamità naturali e le epidemie succedutesi nel corso degli anni, in ultimo il terremoto del 1908 costrinsero i Casignanesi ad allontanarsi dal primitivo insediamento urbano e spostarsi più a monte, contribuendo alla nascita del nuovo borgo.

La Chiesa Matrice (San Giovanni Battista);

Nel cuore dell’antico nucleo urbano, fu probabilmente edificata nel XIV sec. l’edificio aveva una pianta di croce greca con cripta (la quale fu demolita, perché pericolante, in seguito al terremoto del 1908). Frammenti di marmo rinvenuti in situ, farebbero ipotizzare l’esistenza o la provenienza da un tempio pagano dedicato alla Dea Venere sul quale venne costruita la chiesa. Oggi è possibile ammirare ciò che rimane dell’altare e della cripta che era adibita a celebrare anche riti sacri. Dal 1650 al 1820 divenne luogo di sepoltura dei fedeli. Con la Riforma Napoleonica, tale usanza fu poi vietata. Della piccola chiesa dell’Annunziata, più a monte, non vi e più traccia.

 

La Chiesa di San Rocco;

L’edificio risale al 1773 oggi ospita la parrocchia di S. Giovanni Battista. Sono poche le notizie sulla struttura originaria. Si trattava probabilmente di una piccola chiesa a navata unica  in cui si venerava un quadro raffigurante San Rocco di Montpellier. La tela fu poi sostituita da una statua lignea del 1756 di scuola Napoletana scolpita in un unico blocco. L’edificio fu danneggiato dal terremoto del 1783 ed in seguito ricostruita con l’attuale pianta a tre navate nel 1852 grazie alle offerte dei fedeli. Nuovamente danneggiata dal terremoto del 1908 fu ricostruita e riabilitata al culto solo nel 1914. La chiesa è caratterizzata da una facciata in stile romanico su cui si aprono tre porte d’ingresso divise da due ordini di lesene. Il portale principale è in legno con ampia cornice in muratura. Si accede alla chiesa attraverso una scalinata. All’interno nell’abside semicircolare, l’altare maggiore è arricchito in marmi policromi sormontato dalla statua della Vergine col bambino, probabilmente del XVII sec. circondata da due ordini di colonne corinzie. In alto la cupola decorata con stucchi di motivi floreali e angeli. Sul soffitto della navata centrale un dipinto raffigurante S. Rocco del 1914. Nella navata destra un particolare Crocifisso sostenuto da angeli datato 1925.  Sempre all’interno della chiesa due tele raffiguranti una la deposizione del Cristo e l’altra San Giuseppe, una delle quali viene attribuita ad Antonello da Messina. Nella Chiesa, insieme a vari arredi sacri, si trovano inoltre frammenti di marmo di epoca medievale dal pregiato valore artistico, oltre ad una pregevole statua lignea di San Giuseppe , un crocefisso ligneo del XVII secolo e una campana del XV secolo.

Il culto di San Rocco di Montpellier

Le notizie sulla sua vita del santo sono molto frammentarie per poter comporre una biografia in piena regola, elaborando una serie di notizie sulla sua vita, sono state proposte alle date tradizionali del 1295-1327, quella che oggi sembra la più consolidata sembra essere il 1345- ‘50, morto a Voghera fra il 1376-‘79 molto giovane a non più di trentadue anni di età. Secondo tutte le biografie i genitori Jean e Libère De La Croix erano una coppia di esemplari virtù cristiane, ricchi e benestanti, ma dediti ad opere di carità. Rattristati dalla mancanza di un figlio, rivolsero continue preghiere alla Vergine Maria dell’antica Chiesa di Notre-Dame des Tables fino ad ottenere la grazia richiesta. Secondo la devozione il neonato, a cui fu dato il nome di Rocco (da Rog o Rotch), nacque con una croce vermiglia impressa sul petto. Intorno ai vent’anni di età perse entrambi i genitori e decise di abbracciare Cristo, vendette tutti i suoi beni, si affiliò al terz’ordine francescano.  Indossato l’abito del pellegrino, fece voto di recarsi a Roma a pregare sulla tomba degli apostoli Pietro e Paolo. Bastone, mantello, cappello, borraccia e conchiglia sono i suoi ornamenti. Le statue di San Rocco lo rappresentano in veste di pellegrino, con il tabarro, il cappello a tesa larga, un bastone da viaggio a cui erano assicurate conchiglie per raccogliere l’acqua e una zucca vuota per conservarla, la bisaccia a tracolla. Altre statue di San Rocco lo raffigurano mettendo in evidenza le sue doti di guaritore: egli era anche un ex studente di medicina, e così viene presentato con in mano le lancette che venivano utilizzate per incidere i bubboni della peste. E dal momento che anche lui venne contagiato, a un certo punto, viene presentato anche con i segni del morbo, una ferita sulla coscia che sembra stillare sangue.  Si dice che egli avesse una voglia a forma di croce sul petto, all’altezza del cuore, per questo i ritratti di San Rocco presentano spesso questo particolare decoro sugli abiti del Santo. Sempre nelle raffigurazioni di San Rocco troviamo un angelo e un cane: entrambi confortarono il Santo durante la malattia, il primo promettendogli la guarigione, il secondo portandogli ogni giorno un tozzo di pane perché potesse sostentarsi. Non è possibile ricostruire il percorso prescelto per arrivare dalla Francia nel nostro Paese: forse attraverso le Alpi per poi dirigersi verso l’Emilia e l’Umbria, o lungo la Costa Azzurra per scendere dalla Liguria il litorale tirrenico. Certo è che nel luglio 1367 era ad Acquapendente, una cittadina in provincia di Viterbo, dove ignorando i consigli della gente in fuga per la peste, il Santo chiese di prestare servizio nel locale ospedale mettendosi al servizio di tutti. Varie tradizioni segnalano la presenza del Santo a Rimini, Forlì, Cesena, Parma, Bologna. Certo è che nel luglio 1371 è a Piacenza presso l’ospedale di Nostra Signora di Betlemme. Qui proseguì la sua opera di conforto e di assistenza ai malati, finché scoprì di essere stato colpito dalla peste. Di sua iniziativa o forse scacciato dalla gente si allontana dalla città e si rifugia in un bosco in una capanna vicino al fiume Trebbia. Qui un cane simile ad un Épagneul Breton lo trova e lo salva dalla morte per fame, portandogli ogni giorno un tozzo di pane, finché il suo ricco padrone seguendolo scopre il rifugio del Santo. Intanto in tutti i posti dove Rocco era passato e aveva guarito col segno di croce, il suo nome diventava famoso. Tutti raccontano del giovane pellegrino che porta la carità di Cristo e la potenza miracolosa di Dio. Dopo la guarigione San Rocco riprende il viaggio per tornare in patria. Le ipotesi che riguardano gli ultimi anni della vita del Santo non sono verificabili. La leggenda ritiene che San Rocco sia morto a Montpellier, dove era ritornato. E’ invece certo che si sia trovato, sulla via del ritorno a casa, implicato nelle complicate vicende politiche del tempo: San Rocco è arrestato come persona sospetta e condotto a Voghera davanti al governatore. Interrogato, per adempiere il voto non volle rivelare il suo nome dicendo solo di essere “un umile servitore di Gesù Cristo”. Gettato in prigione, vi trascorse 5 anni, vivendo questa nuova dura prova come un “purgatorio” per l’espiazione dei peccati. Quando la morte era ormai vicina, chiese al carceriere di condurgli un sacerdote; si verificarono allora alcuni eventi prodigiosi, che indussero i presenti ad avvisare il Governatore. Le voci si sparsero in fretta, ma quando la porta della cella venne riaperta, San Rocco era già morto: era il 16 agosto di un anno compreso tra il 1376 ed il 1379.  San Rocco fu sepolto con tutti gli onori. Sulla sua tomba a Voghera cominciò subito a fiorire il culto al giovane Rocco, pellegrino di Montpellier. Il Concilio di Costanza nel 1414 lo invocò santo per la liberazione dall’epidemia di peste ivi propagatasi durante i lavori conciliari.

Secondo la tradizione San Rocco (patrono di Casignana) avrebbe salvato il paese da una terribile pestilenza. In seguito a questo avvenimento fu fondata la confraternita di San Rocco, attiva ancora oggi. Le prime notizie storiche su questo gruppo religioso risalgono al 1894, anno in cui il vescovo Mangeruva ne approvò lo statuto. Dopo la strage di Casignana del 1922 la confraternita si sciolse ricostituendosi soltanto nel 1945. Oggi conta circa quaranta associati e ha un proprio gonfalone.

 

La Villa romana in Loc. Palazzi;

Adagiata lungo l’antico itinerario che collegava Rhegion a Locri Epizefiri si trova la Villa romana di età imperiale (risalente circa al I secolo d.C.), in contrada Palazzi: un’area di circa 8.000 mq composta da circa venti ambienti disposti intorno ad un cortile centrale in cui sono presenti terme, una fontana monumentale, le latrine e un giardino decorato a mosaico. Si tratta di uno dei siti archeologici più importanti dell’Italia meridionale, fra quelli di maggiore interesse di tutta la Calabria e conserva splendidi mosaici di grande valore artistico. Il complesso sorge tra Bianco e Bovalino, lungo la Statale 106 affacciato sulla costa del Gelsomini. Un luogo che trasuda storia e arte, venuto alla luce quasi per caso nel 1963 durante dei lavori per la costruzione dell’acquedotto. Ma è solo alla fine degli anni ’90 che il sito viene interessato dai primi scavi e interventi di restauro. La villa, probabilmente di proprietà di un console romano, si arricchisce di due grandi aree termali (orientali e occidentali), impreziosite da mosaici pavimentali di grandissimo pregio, composti da marmi policromi provenienti dalla Grecia e dall’Asia Minore e raffiguranti immagini mitologiche quali le Nereidi, le Quattro stagioni, Bacco. Oltre alla sala “absidata” che è l’ambiente più grande che è stato scoperto, la villa si compone anche della “Sala delle Nereidi”, “Sala di Bacco” e “Sala delle quattro stagioni”. Gli studi e le ricerche condotte negli ultimi anni, consentono di stabilire che il complesso sia stato abitato almeno fino al VII secolo d.C.. Di rilievo, inoltre, specie per il contributo fornito agli studi sul culto dei morti in epoca romana, l’area della necropoli in cui sono presenti tombe ancora integre.

Curiosità;

Grotte Preistoriche (Loc. Varta)
Caverne naturali, con vestigia d’insediamenti risalenti all’ultima Età della Pietra (Neolitico) e alla prima Età dei Metalli (Eneolitico). Come la Grotta di San Florio (San Grolio) nella collina sovrastante Casignana in  Loc. Faccioli, dove fino a qualche decennio fa, insisteva una grotta a più livelli, che sembra sia stata abitata da San Florio, originario di Samo, il quale giunse in questi boschi per condurre una vita ascetica nella preghiera ed in penitenza. Purtroppo tra gli anni ‘50/’60 tale grotta venne distrutta per produrre pietre necessarie alla costruzione di un terrapieno per far passare la strada provinciale che oggi collega Casignana al resto del circondario di Bianco.

Le sorgenti di Casignana:

Casignana fu anche un centro conosciuto per le sue acque minerali medicamentose. Infatti a pochi km dal centro di Casignana in loc. Favate, vi è una sorgente termale ancora oggi in uso per le sue proprietà curative delle sue acque e dei suoi fanghi dalle peculiarità riconosciute anche da alcune strutture termali del territorio.

 

INFO E CONTATTI: Pro Loco Casignana ETS